“Un’altra storia”. Le sciabolate gentili di RDGP

Un pamphlet di Roberto Di Giovan Paolo, pubblicato e diffuso da ytali., propone un’“altra” lettura, originale e scevra da cliché, di vicende del campo progressista nel mondo degli ultimi quarant’anni.
CARMINE FOTIA
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Perché la sinistra e i progressisti, in Italia, in Europa e nel mondo, vincono poco oppure, quando lo fanno, sembrano poco convinti di governare, come se fosse un peso troppo grande o mai abbastanza “rivoluzionario”? La capacità di andare al governo a volte c’è, ma manca una riconnessione razionale e sentimentale col proprio “popolo” e un programma efficace per tutti i cittadini. Un’altra storia. Se quarant’anni di Thatcher e Reagan vi sembran pochi di Roberto Di Giovan Paolo, con prefazione di Constanze Reuscher e Antonio Roccuzzo, despone e si espone, senza verità assolute, alla riflessione. Per amore della politica e la voglia di costruire una proposta progressista davvero contemporanea, che sfugga l’ombra lunga del Novecento.

Già dal titolo, Un’altra storia, questo agile saggio di Roberto Di Giovan Paolo edito da ytali, enuncia l’ambizione di rappresentare un punto di vista particolare sulle vicende del campo progressista nel mondo degli ultimi quarant’anni. È quello dell’area più radicale del cattolicesimo democratico italiano, originata da Giuseppe Dossetti ma poi incarnata, sia pure in modo assai diverso, da Aldo Moro. Una componente minoritaria e perciò più libera. Rdgp, come ricordano nell’introduzione Constanze Reuscher e Antonio Roccuzzo, è cresciuto nel clima della piccola comunità politica di Paolo Giuntella, giornalista Rai e animatore della Lega dei cattolici democratici, lo stesso mondo in cui è cresciuto il compianto presidente del parlamento europeo Davide Sassoli, un mondo che Sergio Mattarella ha saputo e sa rappresentare con l’autorevolezza e il carisma della maturità.

Un Rdgp psichedelico

Il punto di vista di Rdgp è, succintamente, il seguente: negli anni Ottanta con Margaret Thatcher e Ronald Reagan la destra ha strappato alla sinistra l’innovazione, puntando sugli spiriti animali del capitalismo che il compromesso socialdemocratico aveva imbrigliato per un quarantennio e che ora globalizzazione, finanziarizzazione dell’economia, rivoluzione informatica e mutamenti nei modi di produzione spingevano a rompere la gabbia. A tutto questo, secondo l’autore, la sinistra socialista e comunista ha risposto inseguendo le parole d’ordine della destra e rinunciando a un proprio “progetto di società”.

La subalternità dei progressisti è spiegata benissimo da George Lakoff nel suo Non pensare all’Elefante, quando dice che devi trovare i tuoi “frame” in grado di raggiungere anche emotivamente gli elettori e non ricorrere agli stessi degli avversari. Per questo, dice Rdgp, la sinistra ha finito per perdere le proprie ragioni e diventare la forza del governo a tutti i costi. Dissento però dall’idea che il problema, e qui parlo della storia italiana, che conosco meglio, sia da attribuire all’assenza di un “progetto di società”, ritengo piuttosto che la causa sia un’analisi sbagliata della società degli anni Ottanta. 

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In Italia, le responsabilità principali cadono sul partito comunista che è la forza egemone della sinistra e sulla leadership di Enrico Berlinguer, grandiosa e tragica allo stesso tempo, tetragona e diffidente dinnanzi all’emergere di nuovi ceti (“i poveri untorelli” del 1977), preoccupata di accreditarsi come forza moderata e d’ordine piuttosto che rifondarsi staccandosi definitivamente da quel nome e da quella storia che stava galoppando verso il tragico epilogo dell’89 e che lo stalinismo aveva già gettato nel fango con la repressione della rivoluzione ungherese del 1956 replicata dai suoi successori con la Praga del 1969 e la Polonia del 1980.

Per tutti gli anni Settanta il Pci operò, gramscianamente, una grande rivoluzione passiva, assorbendo le spinte dei movimenti degli anni Sessanta e tenendoli nell’alveo di una democrazia costituzionale. Questo è un merito indubbio di Berlinguer, così come lo fu la crescente presa di distanza dal campo socialista, con l’ammissione di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato. Furono però tutti atti compiuti in ritardo, incompleti, più per costrizione che per convinzione. Intendiamoci, non ho alcun dubbio sulla reale adesione di Berlinguer agli ideali della democrazia. Quel che voglio dire è che il Pci di Berlinguer, finita tragicamente l’esperienza della solidarietà nazionale con la morte di Moro, dinnanzi alla svolta a destra della Dc si rinchiude dentro una dimensione identitaria (il pacifismo, l’occupazione della Fiat, la questione morale) che gli consente di preservare uno zoccolo duro (che si farà sempre più sottile) ma non di raccogliere la sfida di costruire l’alternativa di sinistra che il nuovo corso di Bettino Craxi aveva lanciato nel 1976.

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Questo è secondo me il punto trascurato dall’autore. Negli anni Ottanta, mentre il Pci sembrava rassegnato a un declino, il Psi di Craxi seppe leggere con intelligenza i cambiamenti della società, il suo dinamismo, i nuovi ceti e i nuovi bisogni. Certo, ne fu anche contaminato e non sempre in positivo, ma cercò di indirizzarli verso la prospettiva di una modernizzazione della società che però non dimenticasse l’equità. Il culmine di tale elaborazione fu il convegno su meriti e bisogni che si tenne a Rimini nel 1982. Nella relazione di Martelli che era però il frutto dell’elaborazione di una vasta area intellettuale, si proponeva l’orizzonte di un socialismo liberale che doveva molto al pensiero di John Rawls e che fa ancor oggi dell’alleanza tra i più meritevoli e i più bisognosi il cuore di una sinistra moderna.

Quando Bettino Craxi diventò presidente del consiglio il Pci di Berlinguer ebbe la possibilità di assecondarne la vocazione mitterrandiana, spingendolo a riforme incisive: del welfare che nella versione italiana era distorto da logiche clientelari e assistenzialistiche; delle istituzioni logorate dallo strisciante consociativismo e incapaci di decidere; oppure avrebbe potuto sfidare il governo su una seria politica dei redditi che in Italia mancava dal primo centrosinistra.

La risposta di Berlinguer fu opposta: alla Grande Riforma opponeva il più rigido conservatorismo istituzionale; ogni proposta di riforma del welfare, come quelle immaginate da Ciriaco De Mita e Nino Andreatta, venivano tacciate di tatcherismo; alla proposta di riforma della scala mobile, concordata con le parti sociali e che coinvolgeva anche Cisl, Uil e la minoranza socialista della Cgil, Berlinguer risposte scatenando una guerra totale nel parlamento e nel paese, fino al referendum celebrato dopo la sua morte e perso dal Pci. 

Il governo guidato da Craxi non era un’opportunità da sfruttare per ottenere nuove conquiste, ma “un pericolo per la democrazia”. Mentre nel mondo cresceva l’offensiva neo-liberista il governo Craxi era visto come la sua propaggine italiana mentre cercava di resistervi; mentre il socialdemocratico tedesco Helmut Schmidt schierava i Cruise contro la protervia militare dei sovietici, in Italia Craxi veniva descritto come l’amerikano, pur avendo dimostrato a Sigonella di saper tener testa alle ingiustificate prepotenze dell’alleato americano. 

Attenzione: poiché il giudizio su Craxi e Berlinguer è viziato, a mio avviso, da quanto accaduto con Tangentopoli, è bene ricordare che i fatti di cui stiamo parlando avvengono prima. Certo, qualcuno dirà che Berlinguer aveva ragione, vista la fine che ha fatto Craxi. Non è questa l’occasione per discutere di Tangentopoli, qui voglio solo dire che in Germania nessuno giudica l’epoca di Helmut Kohl per gli scandali giudiziari che lo travolsero alla fine della carriera; né Jfk per la famiglia e le donne. Non lo fa neppure Rdgp quando parla di Mitterrand. 

Eppure, all’autore sfugge proprio come la proposta craxiana investisse esattamente i nodi da lui indicati come quelli sui quali la sinistra non seppe dare risposte adeguate. O forse non vuol dire una cosa che oggi suona come una bestemmia, e cioè che Craxi aveva ragione e Berlinguer aveva torto. Craxi proponeva al Pci di entrare nel socialismo democratico e liberale, Berlinguer rispondeva “non diventeremo mai socialdemocratici”; Craxi non era per Berlinguer il leader di un partito di sinistra ma, come scrive nei suoi diari Tonino Tatò, il più fidato dei consiglieri del leader comunista, “un gangster politico”; la politica dei redditi, il cuore dello scontro sulla scala mobile e che poi fu attuata dal governo Ciampi dieci anni dopo, era una politica neo-liberista e reazionaria.

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Quel che voglio dire in conclusione è che la ragione per cui la sinistra italiana è ridotta ancor oggi a dividersi tra l’essere una specie di agenzia di collocamento di un ceto di governo senza principi o l’alleata di un populismo addolcito nasce dal fatto che negli anni Ottanta il Pci di Berlinguer prevalse sul Psi di Craxi. Dopo la scomparsa del leader carismatico il Pci mantiene la bussola antisocialista e conosce la stasi mortale del periodo di Alessandro Natta fino a quando Achille Occhetto non compie l’atto sacrilego e necessario di staccarsi da un nome e una storia che ormai erano solo il simbolo di oppressione e repressione della libertà. 

Occhetto ha il coraggio di fare quello che Berlinguer non avrebbe mai fatto e paga il prezzo di un lunghissimo e lacerante congresso e di una dolorosa scissione, ma non decide di assumere quel nome, socialista, che avrebbe potuto riunire in un unico partito tutta la sinistra, riconoscendo il tragico e devastante errore della scissione del 1921. 

Così, mentre negli altri paesi i partiti socialisti riflettevano su conquiste e sconfitte, lanciavano terze vie e tornavano al governo dei loro paesi, in Italia, che non ha mai avuto un partito socialdemocratico e riformista egemone nella sinistra e nel governo, quella storia venne dichiarata obsoleta e superata senza averla mai sperimentata. 

In conseguenza di ciò, avendo contribuito a distruggere la presenza politica socialista e non potendo rivendicare più il proprio passato, i post-comunisti hanno oscillato tra l’adesione al socialismo europeo, arrivata con grande ritardo, e l’inseguimento di ogni movimentismo fino alla surreale definizione di Giuseppe Conte come “fortissimo riferimento dei progressisti”, quasi che nell’abbracciare il riformismo si debba tenere sempre aperta la via del ritorno alle origini.

Il ceto dirigente post-comunista ha accumulato sconfitte su sconfitte (quella di Pierluigi Bersani nel 2013 è studiata nei manuali come esempio di campagna elettorale sbagliata) ma è sempre stato al governo senza mai aver vinto un’elezione dal 2011 a oggi. 

È questo che ha fatto fallire il progetto dell’Ulivo prima e del Pd: la ricerca del rapporto con le componenti cattoliche e liberaldemocratiche solo come lavacro dal peccato comunista e non come il comune approdo, che è lo stesso che auspichiamo sia io sia Rdgp, a una nuova sinistra che si riconosca nell’orizzonte di un nuovo umanesimo. Un ritorno alle origini del movimento degli operai e dei contadini prima che venissero divisi dall’ideologia: case del popolo, cooperative, società di mutuo soccorso, leghe, scuole popolari in fondo declinavano quella triade della rivoluzione francese, libertà, eguaglianza e fraternità, la cui combinazione è la sfida di una sinistra la cui esistenza non è mai stata necessaria come oggi.

I post-comunisti si sono sentiti, come disse D’Alema, “figli di un Dio minore” perché, secondo me, hanno vissuto la fine dell’Urss e del campo socialista come una tragedia e non una necessità storica e liberatoria (come la intendeva Occhetto) e dunque sono sempre in cerca di legittimazione. Sono considerati e sono un buon ceto di governo, ma sono sterili, non producono più leader popolari e carismatici. Da questo punto di vista il cattolicesimo democratico è più prolifico: Prodi, Renzi, Letta. 

I comunisti e i socialisti si sono divisi proprio sulla contrapposizione tra eguaglianza e libertà e i cattolici democratici non hanno sempre sottolineato il valore politico della fraternità. Riconoscere nel socialismo democratico la radice comune della sinistra italiana ed europea è necessario, ma non produrrà niente di buono se non si riconoscono le ragioni per cui in Italia esso fu sconfitto e distrutto quando ce ne sarebbe stato più bisogno.

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Immagine di copertina: Roberto Di Giovan Paolo, provetto schermidore. Di sciabola

“Un’altra storia”. Le sciabolate gentili di RDGP ultima modifica: 2022-04-14T16:32:59+02:00 da CARMINE FOTIA
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