I giorni rossi di sangue nella città dell’oro

Cent’anni fa, a Johannesburg, i minatori bianchi condussero una durissima lotta contro i padroni delle miniere. A spese dei compagni di lavoro di pelle nera. Una ferita mai rimarginata.
FRANCESCO MALGAROLI
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eIl titolo a caratteri di scatola urlava: “Guerra civile del Rand”. Sotto: “Ci sono scontri tra scioperanti e polizia. I Rossi buttano giù due aerei”. Cent’anni fa la rivolta dei minerari, sosteneva qualcuno, era una premessa per la rivoluzione come avvenuta in Unione Sovietica. “Lavoratori di tutto il mondo uniti, per lottare per un Sudafrica bianco” gridano gli operai dei pozzi, dice Peter Volmink in un articolo per News24. Ma gli africani non avevano un posto.

A gennaio del 1922 la situazione era diventata bollente, gli scioperi iniziati alla fine del ‘21 erano continui e si paventava una fermata della produzione. Johannesburg e dintorni, il Rand, estraeva oro, primo produttore al mondo a quell’epoca, quasi il cinquanta per cento. Ma il metallo prezioso era in caduta libera: da 6,10 a 4,15 all’oncia di oro fino, più o meno 172 a 117 al grammo di oggi. Erano duecentomila i manovali nei giacimenti, duemila, per i padroni, erano di troppo.

In comode poltrone al Rand Club, esclusivo ritrovo fondato del 1887 nel centro di Johannesburg da Cecil Rhodes – famoso magnate dei metalli preziosi di tutta l’Africa del Sud e ancor più famoso razzista –, i baroni delle miniere e i rappresentati del governo s’interrogavano sul da farsi. 

Di mezzo c’erano le paghe degli operai, i traumi del conflitto anglo-boero, i lasciti della Prima guerra mondiale, l’inflazione, la siccità… Ai padroni non interessava il colore della pelle di chi andava e veniva dalle cave ma i dividendi. I minatori (bianchi) si erano messi di traverso per spuntare un guadagno più alto di una paga da fame e nessun licenziamento. La Chamber of mines, gli imprenditori minerari, aveva posto sul piatto i neri, sottoproletari che s’industriavano in lavori precari, che potevano essere impegnati con mansioni indegne per chiunque.

Circa 1922: La sede del municipio di Johannesburg nei giorni della rivolta. Circa 1922 [da New Frame]

La città appena nata era già piena di sangue, dice il giornalista Dennis Webster in un articolo su New Frame. Alla testa dello sciopero il Labour Party aveva portato al governo le proposte a nome degli operai e nemmeno aveva preso in considerazione gli africani. Nel 1910, nell’atto di fondazione, avevano professato di essere democratici e interessati ai lavoratori (bianchi). Tre erano i paletti fondamenti per le miniere:
1 gli africani non dovranno mai guadagnare più dei bianchi;
2 i bianchi sono gli unici ad avere il monopolio per i lavoratori specializzati;
3 si deve avere un dato fisso tra la manodopera qualificata dei bianchi e quella nera non qualificata.

Il capo del sindacato dei minatori, Percy Fisher, aveva cercato di avere un incontro con il primo ministro Jan Smuts. Il premier non l’aveva ricevuto.

Lo sciopero generale iniziò il 6 marzo.

I boss delle miniere avevano subito raccattato 130 crumiri pensando che in quel modo la protesta si sarebbe sciolta al sole. Non avevano fatto i conti a dovere. In un cablogramma del giorno dopo JL van Eyssen, uno di quelli che trattava con gli operai, dice di “un incremento delle intimidazioni”, gruppi di lavoratori fanno in modo che non ci sia pane, negozi chiusi, autobus usati per scortare i crumiri fermi. Decine di bianchi armati fanno la ronda nei quartieri e per di più, se vedono un nero in strada, sparano. Jeremy Krikler, nel libro White Rising, ricostruì la storia di quattro donne che issarono slogan per niente teneri: “Venite qua, crumiri, ecco cos’è la vostra paga”, indicando il disegno di un cappio. Abituati alla frequentazione di ordigni esplosivi, presto ai fucili i minatori aggiungeranno la dinamite.

Insieme in piazza c’è anche il South Africa Communist Party appena nato, e pure questo sebbene non l’ammettesse badava agli interessi dei bianchi. Solo nel 1930 il Sacp disse che non ci sono razze, i bianchi e gli africani sono uguali.

Dalle mani dei lavoratori, il controllo delle operazioni passa ai boeri, che dalle zone rurali povere e polverose, si erano traferiti per cercare un lavoro a Johannesburg. Un commando di afrikaners cerca di bastonare alcuni africani ma quelli si armano di pietre e i boeri battono in ritirata. Ma in molti casi ci sarà un vero pogrom per mandare via i neri.

Nelle sale ovattate del Rand Club intanto gli uomini (le donne non potevano entrare) seguivano da lontano l’andamento della battaglia in silenzio.

Jan Smuts

Dopo le scaramucce, da venerdì 10 marzo, si fece sul serio e per cinque giorni ci fu ferro e fuoco. Johannesburg si trasformò, soldati costruirono trincee dei punti caldi, polizia ovunque, aerei, carrarmati, bombardamenti. Si impiegò di tutto per venire a capo della sommossa con l’esercito cui il primo ministro Smuts ordinò di sparare per uccidere e fu introdotta la legge marziale. Una volta depositata la polvere si conteranno i morti: 81 operai, tra cui anche Fisher, 43 dell’esercito, 29 poliziotti. All’appello ci saranno anche 61 neri, ma il numero complessivo è di circa 150 uomini africani uccisi dai minatori, militanti di sinistra ma anche razzisti militanti: non sopportavano chi aveva il colore della pelle diversa dal latte.

Samuel “Taffy” Long

Migliaia vennero arrestati, molti furono rilasciati, qualcuno fu impiccato, il più famoso Samuel “Taffy” Long. Operaio gallese giunto in Sudafrica per trovare un lavoro quattro anni prima, si era unito ai minatori, e il 14 marzo uccise un negoziante perché informatore della polizia. Al funerale parteciparono diecimila persone.

Dopo le proteste due anni dopo ci fu un accordo per i soli bianchi e ci furono nuove elezioni: Smuts ci rimise la poltrona. Ma erano i minatori a essere sconfitti: “Nel momento di una possibile rivoluzione, i manovali bianchi si rivoltarono verso gli africani e con questo condannando i neri a lavori con stipendi irrisori”, dice Dennis Webster. La ferita nella lotta per un futuro insieme di bianchi e neri non si rimarginerà nemmeno a distanza di cento anni fa.

I giorni rossi di sangue nella città dell’oro ultima modifica: 2022-04-15T16:15:38+02:00 da FRANCESCO MALGAROLI

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