Gerusalemme. Alla prova un’improbabile coalizione di governo

UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Tra i giornalisti israeliani, Jack Khoury assieme ad Amira Hass, è quello che meglio conosce la realtà palestinese e quella degli arabi israeliani. Ayman Odeh è il leader della Joint List, la Lista araba unita, che sul piano dei consensi elettorali è la istanza politica più rappresentativa della comunità araba israeliana. I loro punti di vista aiutano molto a comprendere la portata degli eventi che stanno infiammando la Terra Santa.

Annota Khoury su Haaretz:

Proprio prima di Pasqua (Pesach, che per gli ebrei quest’anno inizia il 15 aprile e si conclude il 23 ndr), c’era un unico insieme di punti di discussione in Israele, dal primo ministro in giù: Manterremo la libertà di religione, permetteremo a decine di migliaia di fedeli musulmani di entrare nella moschea di Al Aqsa, e in nessun caso permetteremo agli ebrei di offrire sacrifici sul Monte del Tempio.

Venerdì, quando sono scoppiati gli scontri sul Monte, i palestinesi sono rimasti delusi da queste promesse. La polizia ha riferito dei disordini, e dall’altra parte la rabbia e la pressione sono cresciute quando la gente ha visto i filmati in diretta. Ogni scena di un poliziotto che colpiva un fedele o di una granata fumogena che esplodeva minacciava di accendere la miccia collegata al barile dell’esplosivo.

I primi a rispondere sono stati i membri della Lista Araba Unita e il suo presidente, il parlamentare Mansour Abbas. Il quale ha detto che, dal suo punto di vista, mettere a repentaglio la moschea di Al Aqsa è una linea rossa che non deve essere superata, anche a costo di rovesciare la coalizione. Ad Abbas, che è percepito nel novero dei decisori sulla sorte del governo, è stato richiesto negli ultimi mesi di spiegare ai suoi elettori i passi del governo. Di solito esce indenne da questo compito […] Abbas, che tiene il futuro della coalizione nelle sue mani, deve fornire risposte. […]

Uno spargimento di sangue avrebbe costretto Abbas a lasciare la coalizione. Per quanto lo riguarda, resisterà fino all’ultimo giorno e poi il suo elettorato lo giudicherà alle urne per le sue azioni nella sfera pratica e civile, non per quello che succede ad Al Aqsa. Il collega di Abbas della Joint List, Mazen Ghanaim, ha minacciato di abbandonare la coalizione se le forze di sicurezza non fermeranno le loro azioni nella moschea. Questa non è una minaccia vuota, ma non deriva necessariamente dagli eventi di venerdì. Ghanaim, che è venuto all’attenzione degli israeliani prima come manager della squadra di calcio Bnei Sakhnin e poi come sindaco di Sakhnin, è percepito dal suo partito come un figliastro e si sente un pesce fuor d’acqua nella Knesset. Ha già annunciato che alla fine del Ramadan deciderà se rimanere in parlamento o candidarsi ancora una volta come sindaco. Ulteriori scontri potrebbero spingerlo verso la seconda possibilità, o almeno servirgli da pretesto se la sceglierà.

Gli eventi a Gerusalemme si sono riverberati anche a Gaza. Dall’inizio di aprile, 18 palestinesi sono stati colpiti a morte dalle forze di sicurezza israeliane; ci sono stati 42 morti dall’inizio dell’anno, decine di feriti e centinaia di arrestati. Ma queste cifre non preoccupano le fazioni di Gaza quanto gli scontri di venerdì. […]

Gli scontri hanno messo tutti in agitazione, ma ciò che si è effettivamente verificato attesta principalmente il desiderio di evitare un replay dell’Operazione Guardian of the Walls del maggio scorso. Nella società araba israeliana, al di là della condanna e della partecipazione di decine di persone a una manifestazione a Umm al-Fahm, non sono stati riportati incidenti spiacevoli (tranne un accoltellamento a Haifa, le cui circostanze non sono chiare). Hamas e la Jihad islamica hanno inasprito i loro toni e chiesto una “mobilitazione di massa” in Cisgiordania, ma non hanno lanciato razzi o palloni incendiari o portato un gran numero di persone alla recinzione di confine.

Per ora, sembra che la calma sia stata ripristinata, ma un’incursione di estremisti di estrema destra potrebbe far fare due passi indietro. Bennett e il ministro degli Esteri Yair Lapid possono indicare con orgoglio il vertice del Negev, le visite lampo nei paesi della regione e la mediazione nella guerra in Ucraina, ma finché le circostanze a Gerusalemme e in Cisgiordania non cambiano, il potenziale di eruzione è ancora presente”.

Fin qui Khoury.

La difficile coesistenza

A darne conto è Ayman Odeh. Che scrive sul quotidiano progressista di Tel Aviv rivolgendosi agli ebrei israeliani:

Tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo vivono 14 milioni di persone appartenenti a due categorie, palestinesi o israeliani. La maggior parte dei palestinesi e degli israeliani non ha problemi con questa disposizione dicotomica. Un palestinese che vive a Ramallah o a Gaza City sa di essere palestinese. Un ebreo a Tel Aviv o a Kiryat Gat sa di essere israeliano. Di questi 14 milioni di persone, 1,7 milioni vivono tra questi due gruppi.

Non abbiamo scelto questa tensione. Ce l’ha imposta lo Stato d’Israele. Dalla fine dell’amministrazione militare imposta ai cittadini arabi, ci è stata offerta un’uguaglianza condizionata, e la condizione è impossibile: l’alienazione dalla nostra lingua madre e la cancellazione dell’eredità dei nostri avi in cambio di una cittadinanza di seconda classe in uno stato che ci vede come un peso demografico[…].Quando guardo la foto di Eyad al-Hallaq, un uomo autistico di Gerusalemme Est ucciso da un poliziotto di confine, vedo mio figlio o mio fratello. Quando vedo il corpo di Ghada Sabateen, una donna disarmata colpita dai soldati, non posso non preoccuparmi per mia madre e le sue sorelle. Sono perplesso dagli israeliani, che investono così tante energie nel costruire legami con gli ebrei di tutto il mondo, aspettandosi che io sostenga gli abusi e l’oppressione dei miei compatrioti a Gerusalemme Est.

Ogni cittadina araba o cittadino arabo di Israele si barcamena con coraggio nello stato ebraico. Lavoratori, studenti, medici, pompieri e giornalisti, tutti noi camminiamo su una linea sottile. Ci sono giorni in cui la tensione sale, con la sua concomitante rabbia e frustrazione, insieme ad altri giorni pieni di orgoglio e speranza di poter costruire una realtà diversa. Così, se ci sono contraddizioni tra le richieste dei cittadini arabi che il commissario di polizia sconfigga le organizzazioni criminali e la nostra furia per la presenza e la violenza dei poliziotti di frontiera alla Porta di Damasco e a Sheikh Jarrah, queste contraddizioni non derivano dalla nostra crisi di identità, ma dalla crisi di identità di uno stato che si considera ebreo e democratico, conquistatore e liberale.

Non sta a noi risolvere queste contraddizioni, così come non siamo responsabili dell’inevitabile rottura della coalizione di governo. Cosa vi aspettavate? Dopo le cerimonie e le celebrazioni, bisogna prendere decisioni difficili. Il fatto che i membri della coalizione di centro-sinistra abbiano strisciato per placare il ministro degli interni Ayelet Shaked è una loro responsabilità. Agitarsi per la Joint List non può nascondere il fatto che hanno venduto i loro principi a buon mercato; che il governo preferisce agganciare i “giovani delle colline” alla rete elettrica nazionale invece di farlo per le centinaia di migliaia di persone che vivono nei villaggi non riconosciuti del Negev; che la coalizione si è mobilitata per far passare una crudele legge sulla cittadinanza, senza voler rescindere la legge sullo stato-nazione e la legge Kaminitz, che inasprisce le pene per le costruzioni illegali, soprattutto nelle comunità arabe.

Lo sgretolamento della coalizione “Chiunque ma non Bibi” dimostra che non c’è futuro per una politica basata su una minaccia esterna e sulla paura di un futuro sconosciuto. Noi cerchiamo una partnership politica che porti pace e uguaglianza, ma non rinunceremo alla nostra identità a causa della minacciata rimonta di Netanyahu. Cercare la soluzione meno peggiore è una via d’uscita da poveri; non porta mai a un vero cambiamento. Tra il Giordano e il Mediterraneo vivono 14 milioni di persone. Se ci vedete come estremisti, è perché siete ciechi all’esistenza della metà di loro”.

Gerusalemme. Alla prova un’improbabile coalizione di governo ultima modifica: 2022-04-18T16:10:14+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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