Guerra ucraina e conflitto in M. O. Parla Eric Salerno

BARBARA MARENGO
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Con Eric Salerno parliamo della grave crisi internazionale innescata dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, con uno sguardo a quanto contemporaneamente accade in Israele, dove la Pasqua ebraica ha coinciso con quella cristiana e con il secondo venerdi di Ramadan, in un clima di forti tensioni. Nato a New York da madre ebrea russa e da padre italo americano, Salerno è autore di molti saggi sulle sue esperienze di inviato speciale e di corrispondente del Messaggero da Gerusalemme (il suo ultimo libro, uscito da poco, si chiama appunto Gerusalemme).

Eric Salerno

Pochi giorni fa – racconta Salerno – mi sono capitate sotto gli occhi alcune carte di mio padre, che è stato vice-direttore di Paese Sera: nel 1955 un suo commento racconta di una incursione israeliana nella striscia di Gaza che in quell’epoca non apparteneva al contenzioso israelo–palestinese ed era controllata dall’Egitto. Erano gli anni della contrapposizione tra Stati Uniti e l’Unione Sovietica e nell’analisi Michele Salerno spiegava i complessi giochi delle due superpotenze per dividersi il controllo del Vicino Oriente. Più di mezzo secolo è trascorso. L’Urss non c’è più ma i giochi vanno avanti e all’ombra del conflitto Russia – Ucraina si sono riaperti i complessi giochi mediorientali e non si sa bene dove porteranno. L’ Ucraina è in Europa quindi a noi vicina, diciamo spiritualmente, ma il Medio Oriente in fatto di chilometri è più vicino a noi (Roma dista da Kiev 2360 chilometri, e da Damasco 2283) e soprattutto è là, nel sud del Mediterraneo, che si gioca la grande partita del petrolio come abbiamo visto in questi giorni.

Oggi con una guerra in Europa quali sono le prospettive per un accordo di pace tra israeliani e palestinesi e quali le mediazioni possibili per far terminare lutti e distruzioni?
Il quadro generale che abbiamo sotto gli occhi è grave: dopo una serie di incontri proposti da israeliani e turchi come mediatori con le delegazioni Ucraina e Russa, le trattative si sono arenate e nessun colloquio è in vista. In Medio Oriente, però, i giochi vanno avanti in funzione di nuovi possibili allineamenti. Il più clamoroso salto si è visto quando un tribunale di Ankara ha deciso che il processo contro gli assassini del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi ucciso nel consolato saudita a Istanbul si dovrà tenere in Arabia Saudita. Situazione a dir poco paradossale visto che persino gli Usa considerano il mandante principale dell’omicidio lo stesso principe della corona saudita. Il quale, peraltro, proprio per cercare di cambiare la posizione della Casa bianca si è rifiutato di abbassare il prezzo del petrolio come richiesto da Biden, che si preoccupa delle difficoltà interne negli USA. E a proposito di riallineamenti, i sauditi sembrano avvicinarsi alla Cina. Questi giochi diplomatici sono soltanto all’inizio e possono riscaldarsi. La questione ucraina non è finita né sappiamo quando finirà e cosa mai potrà succedere nel frattempo. Serpeggiava una certa soddisfazione a livello europeo sul fatto che probabilmente si sarebbe arrivati a un nuovo accordo con Teheran sul nucleare, mentre adesso il Presidente Biden, seguendo le pressioni che gli arrivano da Israele, ha fatto dei passi indietro e non è detto che l’accordo si faccia. E senza accordo tutto può succedere. Non mi sorprenderebbe se Israele lanciasse un attacco contro qualche istallazione iraniana, come ha fatto in passato, coinvolgendo in eventuali azioni belliche anche il Libano per schiacciare Hezbollah ed il suo arsenale.

Dunque, un quadro di grande incertezza e movimento nel quale i Palestinesi rappresentano un fattore minimo. Gli scontri sulla spianata delle moschea, le azioni terroristiche nelle città israeliane delle ultime settimane (portate avanti soprattutto da giovani frustrati che non sanno cosa fare della loro vita) la repressione israeliane con numerosi morti e feriti, sono gravi ma, al momento, soltanto una piccola turbolenza. C’è una stabilità relativa nei territori palestinesi (Cisgiordania) a vantaggio soprattutto di una élite guidata dal presidente Abu Mazen (Mahmoud Abbas) che è sempre stato contrario alla lotta armata. Al contrario di Arafat sapeva bene che i Palestinesi con i mezzi militari in loro possesso non avrebbero mai sconfitto Israele. L’anziano leader non abbandona perché sa che nuove elezioni quasi certamente porterebbero a una vittoria di Hamas che già ha il controllo della striscia di Gaza. Hamas dall’altra parte si arricchisce e si rafforza con il sostegno dei Paesi del Golfo e lo status quo attuale va bene anche, direi soprattutto, a Israele.

Detto questo tutto può succedere, un calcolo sbagliato, un attentato, come quello gravissimo avvenuto a Tel Aviv pochi giorni fa: psicologicamente terribile, perché Tel Aviv è una città che si considera e vive fuori dal conflitto, non come Gerusalemme cuore e simbolo costante della lotta dei due popoli per la stessa terra.

L’Europa per la prima volta in settanta anni si trova di fronte ad una guerra alle porte di casa: una pace nel Mediterraneo sarà mai possibile?
Il Medio Oriente non è mai stato in pace da quando Francia e Gran Bretagna, con il consenso di Mosca (c’era ancora lo zar), si divisero le spoglie dell’Impero ottomano e gettarono le basi per la creazione di Israele. Il problema dei confini usciti da colonialismo è sempre più pressante, può succedere di tutto. Oggi abbiamo una Siria a pezzi, un Iraq che cerca di sopravvivere dopo essere stata massacrata (un milione di morti) da Stati Uniti e suoi alleati, uno Yemen in guerra (c’è una tregua ma non si sa quanto reggerà), una Libia devastata, oltre al conflitto tra palestinesi e israeliani per la stessa terra. E dobbiamo riconoscere uno degli elementi, a mio parere, più dolorosi: l’Europa unita non riesce a trovare la via giusta e il Regno Unito, dopo il Brexit, ci offre la follia di Boris Johnson che ha deciso di inviare i profughi “illegali” in Ruanda, paese guidato da un regime tra i meno democratici del continente africano.

Cosa pensa dell’invio di armi così massiccio a sostegno della resistenza Ucraina?
Le armi servono per combattere. Io vorrei vedere sforzi più concreti per una tregua da parte dell’Europa che sta seguendo, in modo acritico, la politica della Casa Bianca quando appare chiaro che il presidente americano non vuole mettere fine alla guerra in tempi brevi. Siamo sicuri che gli americani vogliano negoziare? Non è che il loro vero obiettivo sia l’eliminazione di Putin e l’indebolimento della Russia e soprattutto dell’Europa?

Assistiamo a un crescendo quotidiano di uso di armi e rivendicazioni: come finirà questa guerra?
Non credo che si arriverà all’uso di armi nucleari. Le armi tattiche funzionano, richiedono più tempo. Intanto la gente muore (anche se un balletto di cifre che non coincidono), le bombe russe hanno appiattito città e villaggi, ci sono provocazioni ucraine e disinformazione che fa parte della guerra.

Tornando alla situazione in Israele, sembra di assistere ad una storia di tensione infinita, come scriveva suo padre nel lontano 1955.
In Israele la situazione politica è indebolita dalle dimissioni della deputata Idit Silman che sosteneva la mini-maggioranza del governo Bennet, ma in realtà l’idea di tornare alle elezioni non piace a nessuno. Sarà un governo fragile di fronte ad una situazione interna che si barcamena tra le richieste degli ortodossi più o meno, sotto controllo, e la difficile posizione del partito arabo che vi partecipa. Bennett sta cercando di fare un lavoro diverso da Netanyahu, che un po’ di mascalzonate ne ha fatte ma tutto sommato per il disegno di questa Israele ha portato avanti con coerenza la sua idea senza lasciarsi intimorire dall’atteggiamento dei laburisti che volevano dimostrare di essere tolleranti pur convinti che se lo Stato Palestinese non si fosse realizzato sarebbe stato meglio. Secondo questa teoria condivisa da quasi tutti, ormai, non esiste nemmeno l’ ipotesi dei due stati per due popoli. Esiste da tempo invece un piano – diciamo teorico -pratico – preparato dai militari su richiesta di esponenti politici: se arrivasse l’occasione giusta, leggi attentato massiccio contro i coloni all’interno della Cisgiordania o di Israele che possa giustificare una ritorsione in grande stile, l’esercito sarebbe pronto a spingere la popolazione palestinese al di là del Giordano.

Ora se tale piano si avverasse domattina – un attentato massiccio e la ritorsione israeliana – in questa circostanza di guerra tra Russia e Ucraina, tra Occidente e Oriente, non si opporrebbero che poche decine di politici in Italia e in Francia, nessuno negli USA, proclamando che è ora di finirla con il “terrorismo”.

Un problema secondo me per Israele, per le sue scelte interne e nei confronti dei palestinesi, sono in qualche modo le comunità ebraiche in Europa che a differenza di molti ebrei negli Stati Uniti o sono silenziose o sono schierate in maniera acritica a favore di tutto ciò che fa quel paese. Di questo si sente parlare molto in Israele. E il dibattito si collega anche a un altro fenomeno di cui si parla poco all’estero. Sono circa un milione gli ebrei israeliani che hanno scelto di vivere all’estero. Chi per motivi economici (il paese è uno dei più cari del mondo) sia per motivi ideologici e per non far crescere i loro figli in un paese sempre in guerra.

Guerra ucraina e conflitto in M. O. Parla Eric Salerno ultima modifica: 2022-04-20T19:46:39+02:00 da BARBARA MARENGO

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