Profughi ucraini. Quello che la narrativa non dice

Il trattamento e l’accoglienza dei migranti di guerra ucraini nell’UE ha ricevuto ampio sostegno e ammirazione. Naturalmente, dal punto di vista umanitario, merita riconoscimenti universali. Dovrebbe essere chiaro, tuttavia, che gran parte del programma è dettato da necessità pratiche e politiche, non necessariamente umanitarie o addirittura legali; presenta inoltre gravi disuguaglianze e solleva questioni di uguaglianza razziale, religiosa ed etnica. Tuttavia, è probabilmente il meglio che ci si possa aspettare in questo momento.
BRUCE LEIMSIDOR
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I media occidentali hanno di recente riferito che, degli oltre tre milioni di “rifugiati” ucraini nell’Unione europea, in diverse migliaia sono tornati in Ucraina per celebrare la Pasqua ortodossa in famiglia e con gli amici a casa. Per i rifugiati legalmente riconosciuti provenienti da tutti gli altri paesi e da situazioni sotto protezione internazionale in Europa e in America, questa notizia ha comprensibilmente suscitato shock e risentimento, dal momento che gli strumenti internazionali in materia di asilo mettono ben in chiaro che il ritorno nel paese da cui un rifugiato è fuggito, sotto quasi ogni circostanza, comporta la perdita automatica dello status protettivo di rifugiato. Alla notizia, un giovane rifugiato africano in Italia ha chiesto perché non gli fosse stato permesso di tornare a trovare la madre morente nei suoi ultimi giorni senza perdere lo status di rifugiato, mentre un ucraino poteva semplicemente tornarsene a casa per celebrare una festività per poi riprendere comodamente lo status di protezione nell’UE. Dovremmo, quindi, considerare attentamente cosa comporta lo status a protezione dei migranti ucraini nell’UE e in che modo differisce dallo status accordato a tutte le altre persone che chiedono e ricevono asilo.

Una risposta, parziale, a questa domanda è che i migranti ucraini, per quanto protetti dalla Direttiva sulla protezione temporanea dell’UE del 2001, non sono ufficialmente rifugiati. La direttiva sulla protezione temporanea chiarisce chiaramente che la protezione offerta, mentre contempla la maggior parte dei diritti di da essa previsti – alloggio, lavoro, istruzione e assistenza medica – come richiesto dallo status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, è limitata nel tempo e traccia una chiara distinzione tra coloro che ricevono questo status protettivo temporaneo e i rifugiati legalmente accettati e persino i richiedenti asilo in procinto di ottenere lo status di rifugiato. Inoltre, la direttiva mette in chiaro che la sua attuazione è semplicemente un modo per far fronte a un afflusso di massa, laddove il corretto esame delle domande di asilo individuali, che implica una valutazione dettagliata del soddisfacimento da parte del richiedente dei criteri richiesti – persecuzione o fuga da violenza generalizzata con obiettivi mirati -, non è praticamente possibile

Volontari ungheresi con famiglie di profughi ucraini (foto di Elekes Andor, Wikipedia)

A chi è parte di un afflusso di massa è semplicemente accordato lo status di protezione, se prova il suo paese d’origine o di residenza legale. Non c’è, insomma, alcuna aggiudicazione, poiché, dati i numeri e le urgenze in gioco, l’aggiudicazione individuale non è possibile.  Il beneficiario della protezione temporanea può, se lo desidera, richiedere lo status di rifugiato se ritiene di poter giustificare un periodo di protezione più lungo o addirittura permanente. Ma, a differenza di un rifugiato, il beneficiario della protezione temporanea non ha bisogno di rivendicare una persecuzione o un pericolo diretto di guerra; la sua nazionalità o la sua residenza nel paese di destinazione sono sufficienti. Non va dichiarata alcuna circostanza come base di motivazione della sua fuga.

Tuttavia, come affermato, questa spiegazione è solo una risposta parziale alla questione riguardante le visite durante le vacanze in Ucraina. La Direttiva sulla protezione temporanea riprende parte del linguaggio della Convenzione di Ginevra del 1951 per garantire la protezione di coloro che “non possono tornare” nel loro paese d’origine. La mancata possibilità di tornare nel proprio Paese di origine si ripete più di una volta nel testo della Direttiva. Pertanto, il chiaro intento della direttiva è proteggere le persone per le quali il ritorno a casa è pericoloso o impossibile. Tecnicamente, il ritorno in Ucraina per celebrare la Pasqua con la famiglia o gli amici dovrebbe, come per lo status di rifugiato della Convenzione, rimuovere la persona dalla protezione. Tuttavia, nelle istruzioni dell’UE non c’è alcuna disposizione per bloccare il ritorno nell’UE e la protezione che offre agli ucraini che sono tornati a casa. Ancora una volta, sembra che la necessità di una rapida gestione della migrazione di massa sollevi i casi da ogni serio esame individuale.

Oltre a sottrarre i casi individuali a un esame serio, la natura emergenziale della gestione della migrazione di massa lascia irrisolte questioni di equità nel confronto tra la protezione temporanea così come definita dalla direttiva e la natura e i parametri delle forme standard di asilo. Le restrizioni degli accordi di Dublino, l’espansione, ineludibile anche se molto contestata, del regime d’asilo dell’UE, che prevede che, con poche eccezioni, un richiedente asilo debba chiedere asilo nel primo paese dell’UE che raggiunge, sono applicate solo in modo debole e indiretto nei casi di protezione temporanea. Chi arriva nel corso di una migrazione di massa può muoversi liberamente all’interno dell’UE e registrarsi per la protezione temporanea in qualsiasi paese scelga.  Dopo che si è registrato in un paese dell’UE, ci sono restrizioni al suo trasferimento in un altro paese dell’UE per lavorare o ricevere benefici, ma può spostarsi senza molte limitazioni di tempo fino a quando non decide dove vuole trascorrere il periodo della sua protezione temporanea.

Va detto, specie nel caso della migrazione ucraina, che l’applicazione delle restrizioni di Dublino sarebbe stata impossibile, perché imporrebbe che la quasi totalità della migrazione ucraina rimanga nei paesi dell’UE adiacenti all’Ucraina: Polonia, Ungheria e Romania.  La rapidità della gestione della migrazione di massa ha reso impossibile questa restrizione. Ma gli italiani, i greci e gli spagnoli potrebbero sostenere la stessa cosa; è stata dato loro la responsabilità, data Dublino, del reinsediamento della stragrande maggioranza della migrazione africana e asiatica.  È solo perché la Germania, la Francia e alcuni altri paesi del nord dell’UE occasionalmente rinunciano ai loro diritti ai sensi di Dublino di rimandare i rifugiati e i richiedenti asilo al loro punto di ingresso nell’UE che il programma di reinsediamento non crolla.

Profughi ucraini accampati nella stazione di Varsavia (foto di Kamil Czaiński, Wikipedia)

Tuttavia, dal punto di vista del migrante, il migrante temporaneo ucraino ha molta più libertà di scegliere dove vuole risiedere e lavorare rispetto al suo omologo rifugiato sotto l’ombrello della Convenzione, il quale non può mai essere sicuro, fino a quando il suo caso non è alla fine accettato per la processazione, che non sarà riportato al suo punto di ingresso nell’UE.

L’assenza di una valutazione individuale, ai sensi della direttiva sulla protezione temporanea, nasconde inoltre efficacemente una situazione in cui una parte sostanziale della migrazione di massa non potrebbe, se giudicata individuo per individuo, avere le qualifiche per nessun grado di protezione internazionale. Diversi paesi dell’UE, ad esempio, richiedono che, per ottenere lo status di rifugiato, il richiedente dimostri che non sia stato possibile fuggire, spostandosi in un altro luogo sicuro all’interno del suo stesso paese di origine. Se questa restrizione comunemente applicata ai richiedenti asilo regolari fosse applicata agli ucraini, dato che moltissimi ucraini hanno, di fatto, scelto la migrazione interna, pochissimi si qualificherebbero effettivamente per lo status di rifugiato. Ci sono vaste aree dell’Ucraina che non sono minacciate dall’invasione, dai bombardamenti o dall’occupazione russa. Alcuni paesi dell’UE richiederebbero che un migrante di guerra cerchi sicurezza lì e non in un paese diverso.

Peraltro, la grande maggioranza dei migranti ucraini starebbe fuggendo dalla guerra, non da persecuzioni, e quindi si qualificherebbe solo per un asilo sussidiario, massimo tre anni, ai sensi della legge sull’asilo dell’UE. Inoltre, molti paesi dell’UE richiedono che il richiedente sia direttamente messo in pericolo dalla violenza; la perdita dell’alloggio, possibilità economiche, scolastiche o lavorative, se non vi è pericolo fisico, non giustificano l’asilo. Alcuni paesi dell’UE hanno persino negato l’asilo a persone in fuga dalla carestia legata alla guerra. Nessuna di queste restrizioni è presa in considerazione nel caso di protezione temporanea. Inoltre, cosa più significativa, al beneficiario della protezione temporanea è consentito di agevolare l’ingresso e la protezione del coniuge e dei figli minori, vantaggi negati dalla direttiva UE sui rifugiati a coloro che hanno lo status sussidiario di rifugiato. Strano che un rifugiato di guerra, coi documenti richiesti in regola e in pericolo di estinzione non possa ai sensi del diritto dell’UE, invitare i suoi parenti stretti a ricongiungersi, mentre un beneficiario di protezione temporanea, che non ha dimostrato nulla, può farlo.

Senza dubbio l’iniquità che più balza agli occhi tra il trattamento concesso ai migranti ucraini e quello dato ai loro omologhi n altre situazioni migratorie non è tra l’asilo europeo e la migrazione di massa in Europa, ma piuttosto tra una situazione molto più simile tra questa migrazione di massa in Europa e le migrazioni di massa in altre parti del mondo. Dagli anni Sessanta in poi le migrazioni di massa causate da violenza generalizzata e a volte anche da persecuzioni sono state tragicamente frequenti in Africa e in Asia.  La risposta in quei casi, sostenuta dall’agenzia del Nazioni Unite per i rifugiati, l’UNHCR, è stata lo status di rifugiato “prima facie”, in base al quale ai migranti è stata accordata una minima protezione, sempre senza giudizio individuale, in un paese vicino. Ma qui finisce la somiglianza con l’attuale situazione europea.

Il rifugiato africano o asiatico, in genere, è confinato in un campo profughi, dove non gli è permesso di lavorare e, in alcuni casi, neppure di coltivare il proprio cibo o allevare il proprio bestiame. È confinato nel campo e gli è permesso di viaggiare solo per pochi chilometri fuori dai suoi confini recintati. Se gli è riconosciuto lo status di rifugiato urbano, il che è abbastanza raro, è anche generalmente soggetto a restrizioni sul lavoro. Alcuni campi sono, invece, abbastanza ben gestiti e sembrano, in apparenza, essere grandi ed estesi villaggi africani o asiatici e ricevono adeguate, e anche buone strutture mediche ed educative fornite da ONG convenzionate, ma sono comunque luoghi di disperazione umana, dove i rifugiati possono aspettare anni per la risoluzione della loro situazione. Questi rifugiati prima facie non hanno, inoltre, alcun controllo reale sulle loro vite.  Potrebbero essere rimpatriati nei loro paesi d’origine ogni volta che il paese ospitante lo ritenga sicuro o politicamente conveniente.

Centro di accoglienza a Brno, Repubblica Ceca (Foto di Martin Strachoň, Wikipedia)

Sta di fatto che un programma di asilo simile fu tentato in Germania negli anni Novanta per far fronte all’afflusso massiccio di migranti di guerra bosniaci, che furono confinati, come i casi prima facie in Africa, nei campi. Fu però considerato un colossale fallimento economico e dei diritti umani e non è stato più preso in seria considerazione in Europa, anche con il massiccio afflusso nel 2015-16 principalmente dalla Siria. Invece, la Germania ha semplicemente iniziato a concedere lo status di rifugiato ai siriani praticamente senza considerazione individuale, rilasciando lo status di rifugiato ai siriani anche senza un colloquio di qualificazione. Nessuno, nemmeno gli xenofobi più rabbiosi d’Europa, sta pensando di mettere gli ucraini nei campi. Va bene per gli africani, ma non per gli europei.

Ironia della sorte, in paesi come la Polonia, che ha fermamente rifiutato di accettare una quota di rifugiati pienamente accettati e di legittimi richiedenti asilo e ha sabotato i tentativi dell’UE per un’equa distribuzione dei casi, c’è, stranamente, un atteggiamento accogliente nei confronti dei migranti ucraini, senza qualsiasi esame circa la loro effettiva necessità di protezione. Una spiegazione parziale della versione polacca della Willkommenskultur potrebbe essere la somiglianza etnica, religiosa e razziale dei migranti ucraini con le loro controparti polacche, insieme all’animosità polacca verso la causa ultima della migrazione, vale a dire, la Russia. I polacchi sembrano, inoltre, aver messo da parte i secoli di relazioni ostili e persino violente tra Polonia e Ucraina durante la seconda guerra mondiale e fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Storicamente, i polacchi erano secondi solo agli ebrei come vittime della persecuzione in Ucraina. L’animosità polacca verso l’Ucraina, quindi, è superata solo dall’animosità polacca verso la Russia, il che può spiegare, almeno in parte, il loro atteggiamento di accoglienza verso i migranti ucraini. Va inoltre considerato che la generosità polacca nei confronti dei migranti ucraini, alleviando la pressione migratoria dal resto dell’UE, sembra aver almeno temporaneamente distratto l’Unione europea dall’intraprendere azioni disciplinari contro la Polonia per gravi violazioni dei diritti umani e dello stato di diritto. Se la Polonia, in virtù dell’accoglienza di un enorme numero di migranti ucraini, riuscirà a distogliere l’UE dal far rispettare i suoi principi fondamentali, avrà reso un grave danno all’esperimento europeo. 

Il trattamento e l’accoglienza dei migranti di guerra ucraini nell’UE ha ricevuto ampio sostegno e ammirazione. Naturalmente, dal punto di vista umanitario, merita riconoscimenti universali. Dovrebbe essere chiaro, tuttavia, che gran parte del programma è dettato da necessità pratiche e politiche, non necessariamente umanitarie o addirittura legali; presenta inoltre gravi disuguaglianze e solleva questioni di uguaglianza razziale, religiosa ed etnica. Tuttavia, è probabilmente il meglio che ci si possa aspettare in questo momento.

Profughi ucraini. Quello che la narrativa non dice ultima modifica: 2022-04-25T19:37:38+02:00 da BRUCE LEIMSIDOR
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1 commento

stefano vicini 27 Aprile 2022 a 9:57

Una corretta definizione di quanto prevedono le convenzioni internazionali

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