L‘Ucraina fa vacillare le certezze di Xi

Una delle più grandi produttrici cinesi di droni ha annunciato di aver sospeso le forniture sia a Kiev sia a Mosca. Un altro sintomo del distanziamento della Cina dal conflitto.
BENIAMINO NATALE
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In un comunicato diffuso il 27 aprile la DJI Technology Co di Shenzhen – una delle più grandi produttrici di droni della Cina e del mondo – ha annunciato di aver sospeso le forniture sia all’Ucraina sia alla Russia. L’annuncio è arrivato quando l’attacco russo all’Ucraina era in corso da poco più di due mesi. Nel comunicato, la direzione della DJI afferma che la decisione è stata presa in accordo con la “filosofia” dell’azienda, che “aborrisce l’uso dei droni per provocare danni” e aggiunge che “non si tratta di un pronunciamento su alcun Paese”.

La notizia me ne ha fatta venire in mente un’altra che risale a febbraio, quando la giornalista americana Jane Perlez (ex-corrispondente da Pechino per il New York Times) in uno scoop poco notato, ha rivelato che durante la sua visita negli Stati Uniti del gennaio 1979 l’allora leader cinese Deng Xiaoping si accordò con i suoi ospiti per costruire con la tecnologia americana una base d’ascolto e di spionaggio a ridosso della frontiera tra la Cina e l’allora Urss. La base fu aperta alle visite periodiche di specialisti statunitensi, uno dei quali ha detto alla Perlez che dalla base poteva “vedere le luci” dei vicini paesi sovietici. Perlez aggiunge che l’accordo fu confermato nella primavera del 1979 nel corso della visita in Cina di un senatore americano che si chiamava Joe Biden.

Vladimir Putin con Xi Jinping a Pechino, 4 febbraio 2022

Non sappiamo se quella base sia ancora in funzione e se abbia avuto un ruolo nell’azzeccata previsione da parte dei servizi d’informazione americani di un attacco della Russia all’Ucraina.

Questo per dire quanto in passato, dopo la distensione voluta dal presidente Richard Nixon in funzione antisovietica, la Cina e gli Usa siano stati vicini. Una vicinanza dettata non solo dagli affari, quindi, ma dall’identificazione di un nemico comune, l’Urss, che andava combattuto congiuntamente.

L’ultimo tassello di questo ragionamento è forse il più importante: la telefonata del 18 marzo tra il presidente cinese Xi Jinping e quello americano, l’ex-senatore Joe Biden. Nel corso di quel colloquio Xi si è rifiutato di condannare esplicitamente la Russia ma si è mostrato tiepido nel sostenere la causa degli invasori dell’Ucraina: il leader cinese si è impegnato a non aiutare militarmente la sua “alleata” Russia ma ha aggiunto che il problema è tra Mosca e la Nato e che quindi sono loro che lo devono risolvere, tirandosi di fatto fuori da un possibile ruolo di mediazione.
La decisione della DJI è una prima traduzione in pratica di quell’atteggiamento politico.

Sul fatto che la Cina abbia tutto da guadagnare da un rapporto stretto con gli Usa (e con l’Europa) ci sono pochi dubbi: la sua economia è cresciuta con una forte integrazione con le economie occidentali (in particolare con quella americana) e solo proseguendo su quella strada può continuare a crescere. Nel caso poi che alla Cina fossero imposte sanzioni severe come quelle che hanno preso a bersaglio la Russia di Vladimir Putin, le conseguenze sarebbero pesantissime.

Cresce l’erba sulla pavimentazione del Bund, il waterfront di Shanghai, bloccata dal lungo lockdown.

Xi Jinping, dunque, ha scelto di mostrare in occasione della guerra in Ucraina – la prima grande crisi internazionale da quando è salito al potere – un volto insolitamente moderato che potrebbe indicare l’inizio di un ripensamento della linea “dura” della wolf diplomacy che ha seguito fino a oggi. Un punto, forse “il” punto chiave di questa politica estera aggressiva è Taiwan, diventata una vera e propria ossessione dopo che le nuove generazioni di isolani hanno mostrato con chiarezza la loro avversione a un futuro come cittadini della Repubblica Popolare. Il fallimento del blitz russo su Kyiv deve aver fatto riflettere gli strateghi cinesi, che hanno sempre considerato che un attacco all’isola “ribelle” (in realtà Taiwan non è mai stata integrata nella Cina continentale e non si è mai “ribellata”) sarebbe stato rapido e di successo grazie alla sproporzione delle forze in campo. A questo bisogna aggiungere che nel Pacifico è presente una fortissima flotta americana, che potrebbe intervenire in difesa di Taiwan. Insomma, un attacco militare all’isola è più problematico di quanto si potesse pensare prima della guerra in Ucraina.

Consideriamo inoltre che l’economia del Dragone – per esempio con il fallimento della Evergrande, la più grande impresa immobiliare del Paese – sta facendo fatica a riconvertirsi come vorrebbero i dirigenti, e il permanere dell’epidemia di Covid-19, e così vediamo che le basi per una riflessione profonda della propria strategia da parte del gruppo dirigente cinese ci sono tutte.

La pazzesca vicenda del lockdown di Shanghai indica le difficoltà nelle quali si dibatte il gruppo dirigente di Pechino. L’imposizione di una quarantena rigida nella metropoli più moderna del Paese, le numerose proteste di cittadini inferociti che sono state viste in tutto il mondo a dispetto della brutale censura, i toni militareschi adottati – “sconfiggeremo il virus”, “vinceremo la guerra”, ecc. – sembrano indicare la disperata necessità del Partito comunista di far sentire la propria presenza ai cittadini, di far sentire di essere ancora il Grande Partito che porta il benessere e i riconoscimenti internazionali alla Cina. E la rinuncia ad estendere il modello militaresco di Shanghai alla capitale Pechino nonostante la ripresa del Covid indica che anche su questo aspetto le certezze di Pechino sono tutt’altro che granitiche.

L‘Ucraina fa vacillare le certezze di Xi ultima modifica: 2022-04-28T20:06:20+02:00 da BENIAMINO NATALE
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