La guerra di Biden è in casa

Il conflitto ucraino e il crescente coinvolgimento americano non producono effetti politici significativi per la Casa Bianca, che continua a essere in grande affanno sul fronte domestico, mentre s’avvicinano le elezioni di medio termine.
STEFANO RIZZO
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Terrorismo a parte, per l’opinione pubblica americana la politica estera non ha mai avuto grande importanza rispetto alle tematiche interne, soprattutto quelle economiche. Anche i numerosi interventi militari degli Stati Uniti, almeno da quando fu abolita la leva obbligatoria (1973) e purché il numero dei morti fosse contenuto, hanno sempre ricevuto scarsa attenzione da parte dei cittadini. Lo stesso si può dire per la guerra in Ucraina nella quale gli Stati Uniti, pur non combattendo direttamente, sono pesantemente coinvolti. 

Nonostante il protagonismo del presidente Biden e dei suoi ministri nel mettere insieme e tenere unita l’eterogenea coalizione antirussa, nonostante i numerosi viaggi in Europa e le tirate di orecchie piuttosto energiche agli alleati riottosi, nonostante i massicci invii di armi e di aiuti di ogni genere all’Ucraina (che certamente avranno fatto piacere ai fabbricanti di armi e e agli operai delle loro fabbriche),l’atteggiamento dell’opinione pubblica americana nei confronti dell’amministrazione Biden non è cambiato granché. Nei sondaggi il giudizio positivo rimane ai livelli piuttosto bassi (41 per cento) cui era precipitato dal luglio del 2021, dopo appena sei mesi di presidenza. Il fatto è che stragi, distruzioni, torture “tirano” sempre in televisione, almeno per un po’, ma poi – se non viene percepita una minaccia esistenziale – subentrano altre preoccupazioni, quelle di tutti i giorni.

Joe Biden con Ketanji Brown Jackson, prima African American giudice della Corte suprema, nel giorno della sua conferma al senato, 7 aprile 2022

La prima preoccupazione, come sempre, è quella economica. Non che l’economia non vada bene negli Stati Uniti: la borsa cresce, la produzione aumenta e la disoccupazione è ai minimi livelli da molti anni, riducendosi ulteriormente rispetto a quella già bassa durante la presidenza Trump; e anche i salari sono in netta crescita. Ma il dato che più colpisce i consumatori e che li porta a esprimere un giudizio negativo sullo stato dell’economia (e conseguentemente sulla presidenza) è l’inflazione, che ha toccato l’otto per cento su base annua, la più alta da quarant’anni a questa parte. 

Gli economisti non si spiegano del tutto questa impennata nell’inflazione, in particolar modo dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, che colpiscono maggiormente gli strati più poveri della popolazione. La fine dei lock-down e l’allentarsi delle restrizioni dovute alla pandemia avrebbero prodotto un eccesso di domanda che i produttori e i trasportatori non sono stati in grado di assorbire, creando così un’impennata dei prezzi; ed è per questo motivo che Biden aveva promesso che l’aumento sarebbe stato un fenomeno passeggero. Così non è stato anche perché all’inflazione da eccesso di domanda si è aggiunta quella provocata dalla turbolenza dei mercati dell’energia a seguito della guerra in Ucraina con conseguente impennata dei prezzi anche nel settore energetico.

E così l’amministrazione non è riuscita a capitalizzare sulla conduzione di una lotta alla pandemia che è stata tutto sommato positiva, invertendo la disastrosa gestione del suo predecessore. Certo, la gestione essenzialmente affidata alle decisioni dei singoli stati ha creato nel paese una distribuzione molto diversa dei contagi, delle vaccinazioni e dei decessi lungo le consuete linee di demarcazione della politica americana: negli stati democratici delle coste e del nord le cose sono andate meglio, in quelli repubblicani del centro e del sud sono andate peggio. Ma gradualmente si sta assistendo a un miglioramento netto rispetto alla situazione di sei mesi fa in cui ancora moriva una media di duemila persone al giorno(oggi sono circa trecento).

Quelle stesse divisioni che hanno influenzato la gestione della pandemia, riflesso di un  paese sempre più polarizzato socialmente e politicamente, sono alla radice anche della modesta performance legislativa e amministrativa della presidenza Biden dopo poco più di un  anno di mandato. Dopo le elezioni del 2020 il capogruppo repubblicano al senato Mitch McConnell (che pure, a differenza di molti suoi colleghi di partito, aveva riconosciuto la vittoria di Biden) promise che avrebbe bloccato qualsiasi legge della nuova amministrazione. E così è stato. In un intero anno l’unico provvedimentoapprovato con il concorso dell’opposizione è stato il RecoveryAct, la legge di sostegno all’economia, alle imprese e alle persone colpite dalla pandemia. Per il resto, rifiuto totale dei repubblicani di negoziare alcunché, con l’unica, recentissima eccezione delle spese miliatri aggiuntive per l’Ucraina. 

Il primo ministro ucraino Denys Anatoliyovych Shmyhal e il presidente Joe Biden, 21 aprile 2022

Vi sono ovviamente ragioni istituzionali per questo blocco della legislazione promessa dai democratici e dallo stesso presidente: la prima è il “bicameralismo perfetto”, che richiede l’approvazione di una legge in identico testo da parte della camera e del senato; la seconda, ancora più importante, è l’ostruzionismo in vigore al senato che consente all’opposizione di bloccare indefinitamente perfino l’esame di un provvedimento. Ma vi sono anche (se non soprattutto) ragioni politiche, e cioè le divisioni all’interno del Partito democratico, che era riuscito prima delle elezioni del 2020 a mettere insieme candidati di destra e di sinistra sotto un’unica grande tenda (secondo la formula del politologo Larry Sabato), per poi vederla crollare subito dopo. Questa volta non è stata la sinistra di Bernie Sanders (divenuto presidente della commissione finanze del Senato) e delle giovani neoelette della Squad a bloccare i provvedimenti della maggioranza, ma un piccolo drappello di senatori centristi (o di destra) tra cui Joe Manchin e Kyrsten Sinema. 

Joe Biden con una delegazione di parlamentari latinos

Il presidente, con tutta la sua trentennale esperienza di senatore, ha provato incessantemente a negoziare un accordo di compromesso con la minoranza del suo partitosull’ambizioso pacchetto di investimenti in infrastrutture, riforme energetiche e servizi sociali che aveva promesso all’inizio del mandato, ma si è visto ripetutamente sbattere la porta in faccia e ha dovuto desistere. Né gli è andata meglio su un altro provvedimento definito essenziale dall’amministrazione e fortemente voluto dalla comunità afroamericana, una generale riforma delle norme elettorali per garantire il diritto di voto delle minoranze. Anche la riforma dell’immigrazione, necessaria per cancellare le norme inique dell’amministrazione Trump, introducendo un sistema di accoglienza più umano per i richiedenti asilo – una riforma fortemente voluta dalla sinistra del partito – è bloccata al senato e ormai la stessa Casa bianca non ritiene che sia politicamente opportuno spingere provvedimenti comunque controversi a pochi mesi dalle elezioni.

E si arriva così alle elezioni di midterm del novembre prossimo. Il clima politico, sempre più divisivo, e i risultati (oggettivamente scarsi) dell’amministrazione Biden non fanno prevedere nulla di buono per i democratici in un anno elettorale che tradizionalmente vede una perdita di consensi da parte del partito di maggioranza. E la perdita di anche un solo seggio al senato e di una manciata di seggi alla camera significherebbe la perdita della maggioranza in entrambi i rami, con la conseguenza che per i prossimi due anni Bidennon potrebbe più contare sul sostegno, per quanto limitato e insoddisfacente, del Congresso. Diventerebbe, secondo la formula tradizionale, una lame duck, un’anatra zoppa e la sua presidenza sarebbe di fatto finita. Forse anche per questo sta cercando di rivitalizzarla con un accentuato protagonismo nella guerra ucraina. Ma non è detto che gli riesca.

La guerra di Biden è in casa ultima modifica: 2022-04-29T15:07:13+02:00 da STEFANO RIZZO
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