Il 5 maggio, giornata bianconera

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Quando andavamo a scuola, il 5 maggio era una di quelle date da cui non si poteva prescindere. 5 maggio, infatti, storicamente significa Napoleone e, a livello letterario, corrisponde alla celebre poesia del Manzoni. “Ei fu”, con tutto quel che segue: un momento cruciale, una svolta nella vicenda mondiale, uno spartiacque fra un prima e un dopo. In ambito calcistico, più modestamente, il 5 maggio costituisce l’incubo ricorrente dei tifosi nerazzurri, che quel giorno videro sfumare uno scudetto che consideravano già vinto, e l’apoteosi dei sostenitori bianconeri, che conquistarono uno scudetto “ch’era follia sperar”, anche se Lippi non aveva mai mollato, convincendo la squadra che il titolo, dando il massimo e vincendole tutte, sarebbe arrivato.

Čestmír Vycpálek con Silvio Longobucco, Helmut Haller & Fernando Viola, 1971-2

All’epoca, c’era un anticipo e un posticipo e nelle ultime giornate si giocava tutti insieme, come ai vecchi tempi. La radio trasmetteva il ping pong dei collegamenti: l’Olimpico per Lazio – Inter, il Friuli per Udinese – Juventus, il Delle Alpi per Torino – Roma. La Juve chiuse la pratica in undici minuti: Trezeguet e Del Piero misero al sicuro il risultato, poi l’attesa. All’Olimpico, invece, accadde di tutto. L’Inter due volte in vantaggio grazie alle reti di Vieri e di Biagio, la doppietta di Poborsky anche a causa della prestazione da incubo del povero Gresko, infine il crollo nella ripresa, con Simeone e Simone Inzaghi a infliggere il 4 a 2 fatale alla squadra di Cúper, mentre la Roma espugnava Torino per merito di un sontuoso pallonetto di Cassano, conquistando il secondo posto e il conseguente accesso diretto alla Champions League.

Il piazzale dello stadio di Palermo intitolato a Čestmír Vycpálek, 20 ottobre 2014.

E così, in un pomeriggio, l’Inter dilapidò, di fatto, l’intera stagione, un percorso comunque significativo e tutt’altro che da buttar via, svanito sul più bello per la paura di vincere, per l’incapacità di chiuderla al momento opportuno e per la fragilità psicologica di un gruppo che non seppe credere in se stesso fino in fondo, uscendo fra le lacrime da uno stadio in cui i tifosi laziali erano pressoché interamente schierati dalla parte dei nerazzurri. Il destino, che talvolta si diverte a compiere scherzi atroci, volle che proprio quel giorno, a Palermo, se ne andasse, all’età di ottant’anni, Čestmír Vycpálek, il tecnico dei due scudetti di inizio anni Settanta e, in particolare, di quello del ’73, conquistato in extremis all’Olimpico grazie alla rete di Antonello Cuccureddu che consentì ai bianconeri di battere in rimonta la Roma per 2 a 1, mentre il Milan crollava nella Fatal Verona, subendo un 5 a 3 che costrinse Rivera e compagni a rinviare lo scudetto della stella. Vycpálek fu il primo artefice della grande Juve di quel decennio, capace di valorizzare al meglio sia il vecchio José Altafini (autore del gol del pareggio) sia i ragazzi scelti da Boniperti per rilanciare la Signora dopo l’egemonia milanese degli anni Sessanta. Due scudetti molto simili, quello del ’73 e quello del 2002, due finali batticuore che consentirono ai sostenitori di Madama di festeggiare mentre le due sponde di Milano furono costrette a inchinarsi, una volta ciascuna, al cospetto del DNA vincente di una compagine che non si arrende mai.

A vent’anni di distanza, rendiamo omaggio all’impresa della corazzata di Lippi e alla figura di un grande allenatore e di una splendida persona, ricordando momenti di infinita gioia agli juventini e di profonda tristezza a interisti e milanisti. Ma il calcio è così: anche la Juve ha avuto due volte la sua Fatal Perugia. Se lo amiamo ancora, nonostante tutto, è proprio perché è uno dei pochi ambiti della vita in cui nulla va dato mai per scontato, in particolare quando si gode dei favori del pronostico.

Il 5 maggio, giornata bianconera ultima modifica: 2022-05-04T17:19:00+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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