Il caleidoscopio dell’amico di lingua tedesca

“Caleidoscopio tedesco", curato da Sandra Paoli, con prefazione di Giovanni Sampaolo, è un libro a più voci e a più mani, grazie ai contributi di Matteo Angeli, Susanna Böhme-Kuby, Angelo Bolaffi, Isabella Ferron, Laura Freudenthaler, Mario Gazzeri, Maria Gazzetti, Patrick Guinand, Giovanni Innamorati, Marie Leuenberger, Emine Sevgi Özdamar, Oliver Rihs, Eriberto Russo.
FRANCO MIRACCO
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Quando si dice il caso (che, come si sa, di solito non è un caso). Ma questa volta il “caso” si è appiccicato, pagina dopo pagina, a uno sciame di narrazioni a più colori cercate per farti maneggiare, con irretito piacere nell’avidità della lettura, le tessere di un caleidoscopio. Che nel nostro “caso” è un Caleidoscopio tedesco a portata di pensieri, di segnali, di rifugi, di angeli e di stranieri, di regole da rifare e di fiducie impossibili, di profezie in saldo nei negozi del bene e del male di continuo rinnovate da incontestabili antenati per essere lasciate poi a discendenti annunciati, ora come sempre fuggevoli e già remoti nei tanti ventricoli del cuore d’Europa. Nell’introduzione al suo Caleidoscopio Sandra Paoli spiega, fin dalla prima pagina, le intenzioni che l’hanno portata a curare un libro misurato su di un mondo in cui la lingua madre è il tedesco:

Questo libro intende proporre un’immagine, un’idea, una visione più aderenti alla realtà per quella che è. Che tutto è, fuorché una realtà immobile e conservatrice, che tende all’autosufficienza, descritta come gelosa delle sue consuetudini e tradizioni tanto da essere refrattaria all’incontro e alla contaminazione. Al contrario, è una realtà dinamica, porosa, in fermento, in trasformazione profonda e veloce (…). Di questo fermento “Caleidoscopio tedesco” intende dar conto, rappresentando diverse sfaccettature del mondo di lingua tedesca oggi, raccontando una realtà variegata e in trasformazione, un mondo rivolto al futuro, dai tanti colori.

Il caso vuole che W. S. Sebald (1944-2001), che ha vissuto per troppo poco il vizio di vivere per la scrittura, dia inizio al suo Soggiorno in una casa di campagna con l’avvicinarti al grandissimo narratore e poeta tedesco Johann Peter Hebel, nato a Basilea nel 1760 e morto a Schwetzingen in Germania nel 1826, autore caleidoscopico del Tesoretto dell’Amico di casa renano.

Nel Tesoretto in realtà Hebel depone una miscellanea, un florilegio dei suoi racconti brevi, dei suoi aneddoti che, almanacco dopo almanacco, anno dopo anno, si susseguono nel corso dei primi decenni dell’Ottocento. Se stiamo al dizionario ben si capisce l’affascinante incantesimo mai assente in quegli almanacchi-calendari che conobbero un estesissimo successo nella Germania agli inizi del XIX secolo, e pur trovandosi il punto di partenza semplicemente in degli almanacchi annuali, questi vennero ritenuti né più né meno che dei seducenti cannocchiali grazie ai quali scrutare e capire il mondo attraverso

una raccolta di osservazioni astronomiche, meteorologiche, eccetera, relative a quel dato anno, insomma un calendario con indicazioni di festività, fasi lunari e notizie varie.

Quel cannocchiale speciale si chiamava L’amico di casa renano di cui Sebald svelò il senso, ovvero l’incredibile ribaltamento di consuetudini e tradizioni compiuto da Hebel (consuetudini, tradizioni, luoghi comuni, rifacendoci alle parole utilizzate più sopra da Sandra Paoli nel suo curare un libro sulle tante, diverse rappresentazioni dei paesi di lingua tedesca, purché fossero rappresentazioni “più aderenti alla realtà per quella che è”). Sebald che scrive di Hebel:

L’amico di casa per antonomasia e il primo autore di almanacchi della nostra Terra [che qui ha da intendersi per Terre di lingua tedesca, ndr], ma il suo vero colpo di genio è l’inversione di questa prospettiva che include anche le distanze più remote, nel momento in cui guarda il cielo scintillante dal punto di vista di una creatura extraterrestre, e di lassù vede il nostro Sole come una minuscola stellina, mentre la Terra è scomparsa, e tutto d’un tratto egli non sa più nulla “della guerra in Austria e della vittoria turca nella battaglia di Silistria”. È in ultima analisi dalle dimensioni cosmiche e dalla conseguente consapevolezza della propria insignificanza che Hebel trae quella superiorità con cui governa, nei suoi racconti, le alterne vicende dell’umana sorte.

Il monumento a Johan Peter Hebel, opera di Wilhelm Gerstel a Lörrach

Se Hebel si serve di Almanacchi e Calendari per dare a ogni suo lettore una sorta di cannocchiale per meglio “distinguere albero su albero, fronda su fronda”, oppure per sapere se una cometa potrebbe essere stata un pianeta, o quando vi si racconta dei venditori ambulanti di stampe, carte geografiche, ritratti di santi, che ogni anno partono da Pieve Tesino, lì dove sarebbe nato Alcide De Gasperi, è come se quegli uomini in cammino e “che attraversano in lungo e in largo tutti i paesi d’Europa, in particolare la Germania, la Polonia, la Prussia…”, Hebel in persona li stesse seguendo con il suo cannocchiale. Considerando che “l’Amico di casa renano conosce quasi tutti quelli che vanno su e giù per le strade lungo il Reno, e davanti a ognuno di loro si toglie il cappello”. Chi ha voluto, chi ha curato, coloro che hanno scritto il Caleidoscopio tedesco hanno modificato il cannocchiale di Hebel in uno strumento disponibile a combinazioni mutevoli, cangianti, mai statiche, e questo lo spiega bene Giovanni Sampaolo che, nell’avviarci a esplorare “l’Europa di lingua tedesca… per i più una terra incognita”, ci sollecita a considerazioni nient’affatto estranee alle Germanie negli anni di Goethe, non a “caso” appassionatissimo lettore di Hebel così come lo furono Walter Benjamin, Bloch, Kafka.

Scrive Sampaolo:

Dove il centro non è da nessuna parte, è dappertutto. Questo è il modello base dell’area di lingua tedesca, antitetico al centralismo francese. Una realtà policentrica moltiplica la ricchezza culturale: già il ministro plenipotenziario della minuscola Weimar, Johann Wolfgang Goethe, la pensava così a fine Settecento. Fin dai tempi dell’assolutismo, quando ogni piccola corte guardava a Versailles e rivaleggiava con le altre, ogni territorio, per quanto piccolo, era una capitale col suo teatro, la sua promozione delle arti, la sua università di eccellenza. Il modello è quello della rete senza controllo centrale. Il mondo di lingua tedesca è una rete e un puzzle.

Scrive Sandra Paoli:

Attualità e Storia s’incontrano nel nostro Caleidoscopio, anche con le vicende che segnarono, negli anni Ottanta, la vita di Zurigo… che con Berlino e Vienna è centro nevralgico del mondo germanofono, e che con loro chiude emblematicamente l’ultima sezione di questo volume, dedicato alla Germania, ma anche ad Austria e Svizzera, per mettere in evidenza la poliedricità della realtà germanofona.

Chi si trovò a essere ragazzo nel Veneto del secondo dopoguerra, esclusivsmente per merito di molti “viaggi con il padre”, ebbe più di un’opportunità di attraversare e vedere città e regioni dell’Austria, del sud della Germania e di quella terra “austriaca” al di qua del Brennero, a poche ore da Venezia, e che in quegli anni mal ti accoglieva mostrandosi paese chiuso, risentito, astioso, stretto nella pericolosa nostalgia di un mito, quello di Andreas Hofer, il capo della rivolta del Tirolo contro la Baviera e la Francia, e su cui Hebel espresse giudizi pesanti e negativi.

Quello stesso paese diventato in seguito, a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, il miglior “buen retiro” per generazioni di italiani alla ricerca di sentieri tenuti bene, di Gasthäuser dove mangiare il Kaiserschmarren o i Knödel in brodo, di altari con santi scolpiti in legno di tiglio e ovunque un “posto delle fragole” dove poter riposare o leggere un libro. Un’impresa storica questa, costruita con pazienza e tolleranza, superando notevoli difficoltà, rancori, ostacoli e diffidenze, un successo maturato in un ambito di civile e “interessata” convivenza e che ha dato ottimi risultati sul piano economico e culturale a Bolzano e dintorni. Mentre sul piano politico lo si può ritenere senza dubbio un caso esemplare, un modello di riferimento per l’Europa che si rifiuta a contrapposizioni, sovranismi e violenze inaccettabili. Impresa che non poteva sfuggire al Caleidoscopio tedesco che con Isabella Ferron parla di “Letteratura in Alto Adige e Tirolo”. Scrittori, poeti, artisti, “i cui nomi sono spesso sconosciuti oltre i confini di questa zona”.

Scrive Ferron:

Pur essendo autori legati al proprio territorio e alle sue tradizioni, essi presentano nelle loro opere una visione pan europea; ne è un esempio il poeta Gerhard Kofler (1949-2005), autore plurilingue, simbolo in un certo qual senso del superamento di quel confine interculturale e inter-etnico alla base di una mancata integrazione culturale dell’Alto Adige nel panorama culturale italiano. Autori come Kofler sono stati in grado di vedere oltre il confine delle varie nazioni e nazionalismi. Kofler ha sempre scritto le sue poesie in due lingue (tedesco e italiano) per aumentare le possibilità sonore e di significato delle parole nelle due lingue.

Più Caleidoscopio di così!? Durante quei “viaggi con il padre” alla nostra piccola famiglia poteva capitare di trovarsi, a metà degli anni Cinquanta, in macchina, lungo un’autostrada percorsa soltanto per raggiungere quanto prima possibile e senza alcun altro scopo – bastava viaggiare – Monaco di Baviera. Un viaggio di notte, in cui l’inverno aveva spinto tutte le sue nevi al di là delle Alpi sulle nere foreste bavaresi, da dove sarebbe potuto sbucare il fantasma di Marco Aurelio curioso di capire quali dei stessero proteggendo dei viaggiatori inconsapevoli, sicuramente destinati a essere sepolti sotto le nevi della Rezia. Il destino ignorò il pessimismo del vecchio imperatore, e allora, come fu e come non fu, l’automobile abbandonò la neve e la notte in autostrada (che non aveva costruito Hitler come disse qualcuno a un certo punto del viaggio) per ritrovarci del tutto inattesi e in un orario molto inconsueto per una locanda che apparve d’improvviso, più sognata che reale, e che invece seppe essere assai ospitale, lasciando ancora accese delle luci che ti cullavano mentre venivi invitato a sederti attorno a un tavolo per una cena con grandi fette di un arrosto di maiale con patate.

Affresco di Giambattista Tiepolo, Würzburger Residenz, 1752

A badare agli ospiti imprevisti delle giovani donne nei loro costumi tradizionali, dai quali si affacciava la grazia di seni che saranno stati gli stessi mai ignorati da Giambattista Tiepolo mentre volava sui Continenti per affrescare le femminili Gloria e Fama nella Würzburger Residenz. Seguì la più felice dormita per la prima volta confortata da quelle nuvole instabili e calorose chiamate piumoni, tanto più avvolgenti se fuori nevica. Il mattino portò caffellatte e triangoli di torte con lamponi, ma soprattutto fummo travolti da quella che è l’altra grande lingua delle terre germaniche e non solo, la musica. Musica di Mozart per una colazione a voci basse in una locanda non lontana da Monaco, ed è di quest’altra lingua che scrive Mario Gazzeri nel Caleidoscopio:

Da quando, verso la fine del Settecento, il pianoforte subentrò al violino spodestandolo dal trono di strumento sovrano dell’orchestra, la musica europea dismise gli abiti barocchi per inaugurare un’epoca di grandiose rivoluzioni sia nel modulo del “contenitore” (sinfonia, concerto, musica da camera o per piano solo) sia nelle forme espressive musicali in esso contenute. La percezione stessa della musica si sviluppò in maniera non univoca…

Ma nell’alveo dell’impetuosa corrente creata da Mozart “furono le opere liriche ad assicurare a Mozart grande notorietà, dal Don Giovanni a Le nozze di Figaro (considerate italiane) al Flauto magico (d’ispirazione chiaramente nordica).” Si sta dicendo di una inarrivabile creatività musicale da cui lievitavano suggestioni e idee che andavano ben oltre le carte della musica mozartiana.

Wolfgang Amadeus Mozart in un ritratto postumo, di Barbara Krafft (1819)

Scrive Gazzeri:

Ci fu la quasi fulminea affermazione del pianoforte che lo stesso prolifico genio di Salisburgo utilizzò come mai nessuno prima.

E dopo?

Dopo la morte di Mozart… Ludwig van Beethoven, che sfruttò al massimo le potenzialità espressive del pianoforte portandole a livelli che, forse, solo con Robert Schumann furono almeno in parte raggiunti, se non altro nel mondo austro tedesco.

Un mondo in cui “sospese” la sua musica e una mai appagata coscienza intellettuale anche Luigi Nono, che ebbe chiarissima consapevolezza di aver trovato nei Ferienkurse für neue Musik di Darmstadt ciò che andava cercando, e questo perché a Darmstadt la più avanzata musica contemporanea del XX secolo trovò la propria casa. Una casa frequentata da Nono tra il 1950 e il 1960 perché lì avrebbe ascoltato e appreso ciò che poteva trasmettergli il berlinese Hermann Scherchen che a Darmstadt, del compositore veneziano, volle presentare Le variazioni canoniche sulla serie dell’op. 41 di A. Schönberg. Scherchen, un leggendario direttore d’orchestra, compositore, apostolo della nuova musica, cui Arnold Schönberg affidò il suo Pierrot lunaire, che Scherchen diresse nel 1912 per una indimenticata tournée prima della guerra. Perché Darmstadt divenne il Tempio della rinascita culturale, politica, musicale dopo la desertificante tragedia della guerra e del nazismo? Perché quel luogo fu un cenacolo al contempo progressista e custode “traviato” delle precedenti rivoluzioni musicali, e Scherchen seppe estrarre da chiunque le energie gravitazionali che avvicinano o allontanano tra di loro i pianeti della musica: Bach, Mozart, Beethoven, Alban Berg, Anton Webern, Edgar Varése, Bruno Maderna, e ancora Nono, Dallapiccola, Stockhausen. Che assieme ad altri composero musiche senza concessioni, esplorando in libertà l’immensa ricchezza di arte e cultura del mondo austro-tedesco. Sì, e se non a Darmstadt, dove?

In realtà, quella città dell’Assia nei primissimi anni del Novecento aveva assistito alla nascita di una colonia di artisti protetta e sostenuta dal granduca Ernst Ludwig von Hessen (“Possa fiorire la mia Assia ed anche l’arte in Assia”). Il suo obiettivo fu quello di associare un innovativo sviluppo economico alle più attrattive forme di creatività artistiche e questo nel segno di una moderna bellezza, il che comportava, anzi, esigeva un raffinatissimo funzionalismo indispensabile per un profondo rinnovamento in architettura, nel design, in pittura, così da influire concretamente nei modi di vivere e lavorare dal privato al sociale o nei rapporti tra artisti e industrie. E il centro del bello e del buono divenne Mathildenhöhe, meno di una collina ma su cui si alzò l’utopia realizzata di una modernità incorruttibile verso cui convenne una colonia di artisti i cui dioscuri furono Joseph Maria Olbrich (il Klimt dell’architettura per Argan) e Peter Behrens, che diverrà uno dei grandi del razionalismo architettonico nella prima metà del XX secolo.

Luigi Nono

Luigi Nono da ultimo si allontanò da Venezia per conoscere fino all’estremo il disaccordo o l’alterarsi di parola e suono e lo fece sperimentando ogni possibile percepire nell’alternanza distensione scomposizione pur di tenersi ancora alla drammatica necessità della musica e al suo silenzio. Questo avvenne in terra tedesca, a Friburgo, nell’Experimentalstudio der Heinrich-Strobel-Stiftung. Friburgo e Foresta Nera, Friburgo in Brisgovia, Friburgo e Sebald, che c’era andato per studiare letteratura e che non dimenticò mai l’inizio di una poesia di Hebel:

Esce un guardiano a mezzanotte; uno sconosciuto, non si sa chi sia.

Thomas Bernhard

Nono si allontanò da Venezia perchè Friburgo gli dette ciò di cui aveva bisogno, ma non odiò mai Venezia. Altre le ragioni di Thomas Bernhard (1931-1989) verso la non-sua Austria, la non-sua Vienna, ed è molto nel giusto il Caleidoscopio di Patrick Guinand quando scrive:

Va detto che Bernhard, nel suo bisogno di altrove, di cui testimonia tutta la sua opera, ha sempre oscillato tra l’odio del qui e l’odio dell’altrove, l’impossibilità di essere qui, di restare qui, e di essere altrove, di restare altrove. Ohlsdorf o Vienna, Vienna o Ohlsdorf. O tra le due. Tra il freddo penetrante dell’Alta Austria e i calori del sud europeo, tra la perversità di Vienna e la perversità di Venezia.

Guinand, regista che ha messo in scena Il nipote di Wittgenstein di Bernhard ovunque nei teatri italiani, replicandolo centinaia di volte per oltre vent’anni, ha trovato più di una traccia su Venezia nelle opere dello scrittore di lingua tedesca di cui l’Europa dovrebbe aver bisogno sempre:

Gli archivi non ci dicono se Bernhard abbia soggiornato al Gritti. Ma l’eccentrico nipote del filosofo Ludwig Wittgenstein, il pazzo dell’opera, il cliente regolare dello Steinhof, l’ospedale psichiatrico di Vienna, Paul Wittgenstein, l’amico bizzarro di Bernhard, pronto a prendere, con un colpo di testa, un taxi per andare a far visita a una cugina a Parigi, aveva per ultimo desiderio, sentendo prossima la fine, di andare a fare una bella dormita all’Hotel Gritti. È Bernhard che lo dice, in questa confessione quasi autobiografia profondamente emozionale che è “Il nipote di Wittgenstein.”

E di nuovo ritroviamo Venezia:

Anche il narratore di Cemento, l’altro Bernhard, vorrà dunque lasciare Vienna, questa città odiata, perversa, che ‘prende tutto e non dà niente’, dove la stupidità fa a gara con l’infamia e l’ipocrisia, questa città che gli rivolta lo stomaco fino alla nausea, dove non ha mai potuto scrivere o finire di scrivere una qualsiasi cosa, e pensa per un breve momento a Venezia. Ma all’idea di dover restare mesi in quel “Gesteinshaufen, mucchio di pietre certo sontuoso ma assolutamente perverso, e fosse pure nel posto più ideale, mi vennero i brividi”.

In chiusura Guinand cita il libro Che dice la gente. 58 incontri con Thomas Bernhard, e osserva:

Vi si ritrova la multipolarità di Bernhard, tra riso e collera, tra convivialità e porte chiuse, tra fraternità per Montaigne, Voltaire o Diderot, e odio per il dilettantismo e per l’imperfezione, tra fanatismo della verità e ridicolizzazione dei premi letterari, tra ammirazione per la Sinfonia Renana di Schumann, diretta da Schuricht, e rabbia contro l’Austria di Waldheim.

E chissà di quanta altra rabbia avrebbe dovuto sfogarsi l’intransigente scrittore, drammaturgo, poeta austriaco Thomas Bernhard se si fosse avvicinato alla pervertita, mistificante e indegna non-Venezia degli anni Duemila. E che caleidoscopio sarebbe il Caleidoscopio tedesco se non si schiudesse su di una incalzante collezione di riflessi, colori, prodigi, contenuti, svelamenti, rimozioni, fantasmi terrificanti, incombenze passate o prossime, e che non possono venir dimenticate dallo stupefacente Armadio europeo di lingua tedesca? A partire intanto da ciò che risponde Angelo Bolaffi alla sconfortante constatazione di Sandra Paoli secondo la quale “nelle scuole del Veneto, e direi più in generale del Nordest, l’insegnamento del tedesco incontra serie difficoltà”. (Diversamente da quanto accadeva nel secondo dopoguerra, dove nei licei di Venezia la lingua forse più insegnata era il tedesco, e lo stesso a Vicenza o a Padova che io ricordi).

Bolaffi:

Se andremo avanti così avremo un’atrofia delle lingue europee e un’ipertrofia della lingua inglese. Secondo me è devastante. Non sono contro la conoscenza dell’inglese, al contrario. Ma la cultura dei vari paesi europei si sviluppa nelle lingue locali. Dante lo leggi in italiano. È anche tradotto, ma il dantista vero conosce l’italiano, lo studioso di Heidegger conosce il tedesco […]. L’Unione Europea ha fatto una legge, ma è scarsamente sostenuta. Prevede che ogni europeo debba coltivare, accanto alla sua lingua madre, una o due altre lingue europee, fosse anche il ceco, il rumeno.

Per le mie personali necessità-incapacità io mi rifugio nell’ultima parte della conversazione in Caleidoscopio.

Bolaffi:

Umberto Eco diceva che la lingua europea è la traduzione, non è l’inglese. Noi dobbiamo tradurre. L’Europa è fatta di tante lingue, di tante culture, di tanti stati e di tante storie. Villa Vigoni per esempio è molto importante in questo. Ognuno parla la sua lingua, e ci si capisce tramite la traduzione. La traduzione, “trans-ducere”, portare dall’altra parte della sponda: queste sono le lingue europee.

Che siano benedetti Eco, Bolaffi, e con loro i migliori traduttori. Ma ove non si fosse capito il “filosofo, politologo, grande conoscitore della Germania, insignito della croce di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Federale di Germania”, giustamente insiste sul valore del trans-ducere e delle lingue europee:

La ricchezza è quella. La forza dell’Europa è quella.

Villa Vigoni si è detto, più precisamente il Centro italo-tedesco per l’eccellenza europea nel cui direttivo c’è Angelo Bolaffi:

È un luogo d’incontri tra Italia e Germania: ha un ruolo istituzionale, deve favorire il dialogo tra Italia e Germania su base paritetica. Nella sua struttura ci sono due presidenti, uno tedesco e uno italiano.

Friedrich Overbeck, Italia und Germania), 1828, Il quadro è esposto alla Neue Pinakothek di Monaco (ma ne esistono altre versioni al Museo Georg Schäfer di Schweinfurt e alla Galerie Neue Meister di Dresda)

In quella Villa, che basta guardarla per aver “accesso” al Grand Tour e al suo “portare dall’altra parte” viaggiatori e artisti “malati” della più smagliante e sofferta seduzione avvertita nel legame incancellabile tra Italia e Germania. Da dove ne consegue che a Villa Vigoni andrebbe esibito l’originale o una qualche sua identica replica (ce ne sono) dell’emblematico dipinto Italia e Germania, 1828, di Friedrich Overbeck (Lubecca 1789-Roma 1869). Pittore tra i più significativi della corrente dei Nazareni.

Per dirla con Bolaffi “come non c’è un’Europa senza la Germania o contro la Germania, così non c’è un’Europa senza Italia”.

Hanno in comune una lunga storia, che tende a unirle anche se i loro orizzonti politici, nel corso del tempo, si sono oscurati profondamente, dividendole per opposte se non simili tragedie. Scrisse in catalogo di una mostra molto anticipatrice in termini storiografici e critici Giulio Carlo Argan:

L’Overbeck rappresentava l’Italia e la Germania come due sorelle orfane con le mani nelle mani, e nei volti una mestizia temperata dalla speranza. Raffaello e Dürer diventavano anch’essi due simboli: l’uno e l’altro hanno aspirato ad una classicità perduta.(…). Bisognava, davanti al pericolo dell’irreligiosità, mettere fine allo scisma che divideva la cristianità dai tempi di Lutero, saldare nel nome dell’arte le due nazioni vittime, la Germania e l’Italia. I confratelli Nazareni si proponevano di mettere fine all’aniconismo protestante e di elaborare, più ancora che una nuova iconografia, una nuova tipologia figurativa cristiana, mescolando con apparente candore fisionomie e costumi presi dall’arte italiana, tedesca e fiamminga: un’operazione, in fondo, anche politica.

E fu un’operazione totalmente politica, seppure inizialmente voluta da un ristretto gruppo di storici dell’arte, quella che portò ad allestire in Ala Napoleonica una mostra preziosa e stimolante, Classici e Romantici tedeschi in Italia nell’autunno del 1977 a Venezia. Le opere provenivano dalla Germania Orientale e comunista, cioè dai musei della Repubblica Democratica Tedesca che, incoraggiati decisamente dal Centro Thomas Mann di Roma, collaborarono alla realizzazione di una mostra che nelle loro intenzioni aveva solo lo scopo di “sabotare” Carlo Ripa di Meana – allora presidente della Biennale di Venezia – e la sua coraggiosissima mostra sugli artisti del dissenso in Unione Sovietica. Il Comune di Venezia, amministrato dalla sinistra, sostenne l’esposizione con misurato opportunismo, subito cedendo all’entusiasmo di storici dell’arte e dell’architettura presenti nell’Assessorato alla Cultura (a quei tempi Venezia disponeva di un invidiatissimo Assessorato alla Cultura). Storici dell’arte, studiosi del romanticismo e neoclassicismo, studenti e turisti non per caso, tutti estremamente coinvolti nel poter vedere da vicino opere di Schinkel, Schnorr, Tischbein, Rauch, Mengs, Schadow, e di tanti altri autori, tra cui i Nazareni del gruppo di Overbeck presenti nei musei della DDR. E la Repubblica Democratica Tedesca negli anni in cui Bolaffi collaborava con la rivista teorica del Pci, Rinascita?

Quando furono prese misure contro Havemann, il cantautore Biermann o Rudolf Bahro non solo scrissi articoli in loro difesa, affermando che il vero socialismo non può accettare la repressione della libertà, ma m’impegnai anche direttamente. Partecipai a una serie di convegni organizzati a Berlino Ovest dalla Freie Universität in sostegno di questi intellettuali della DDR. Fui dichiarato dalla DDR persona non grata. Cosa di cui venni a conoscenza solo successivamente.

Berliner Mauer

Prima di procedere nella conversazione con Bolaffi, sarebbe di aiuto aver visto Il ponte delle spie, uno dei tanti capolavori di Spielberg, con quell’allucinante affacciarsi sull’aria di morte e desolazione di Berlino Est nel minaccioso e psicotico silenzio della guerra fredda nella DDR del 1962. È una storia vera quella interpretata da Tom Hanks nella parte dell’avvocato James Donovan, che riuscì a risolvere una pericolosissima crisi nei rapporti Est-Ovest ottenendo da sovietici e tedeschi orientali il rilascio del pilota-spia americano Powers, e questo in cambio della riconsegna agli impassibili guardiani della cortina di ferro della celebre spia sovietica Rudolf Abel. Il faticosissimo ma più che responsabile intreccio di spie si concluse sul berlinese Ponte di Glienicke nel gelido 10 febbraio del 1962, lì ci fu lo scambio e lì terminò il “contatto” tra il paziente avvocato kennediano Donovan (nella sua vita ottenne altri simili, inauditi successi) e l’alienante tensione in cui si viveva nella DDR quando vi giunse l’avvocato, un uomo normale nato nel Bronx, sempre di febbraio ma nel ‘16. Si sta dicendo di una specie di straniamento, che disunì nelle sue ore berlinesi “l’amico americano”, lo stesso disturbo forse provato da Bolaffi nell’aeroporto di Schönefeld a Berlino Est:

Quando mostrai il passaporto, passavano tutti, e io no. Trascorsero alcune ore, protestai e l’ufficiale mi disse: “Ma lei lo sa che è persona non grata?” e io: “No. Se l’avessi saputo non sarei venuto. E ora che faccio?” Rispose: “È affar suo”. Non sapevo che fare. A notte fonda (era febbraio, faceva un freddo cane) mi lasciarono a piedi. Non c’erano i telefonini, allora, e non sapevo dove andare. Arrivai da amici che mi aspettavano a Berlino Ovest e non sapevano che fine avessi fatto.

Ma dagli agghiaccianti febbrai berlinesi di Donovan e Bolaffi al Bolaffi sul finire degli anni Ottanta di fronte alle immancabili sorprese della Storia:

Ricordo che l’8 e il 9 novembre del 1989 ci fu un convegno organizzato da “MicroMega” a cui parteciparono molti studiosi tedeschi occidentali. C’erano stati, nell’estate, diversi accadimenti, come l’apertura del confine tra Ungheria e Austria, l’assalto alle ambasciate a Budapest e Praga, eppure c’era un unanime consenso che il muro di Berlino sarebbe rimasto sempre in piedi. Era un must geopolitico per garantire la pace.

È che a quel punto l’inimmaginabile “commedia” della Storia venne servita agli studiosi in salsa romana, come racconta il dedicato testimone Bolaffi:

Finito il convegno, che avevamo tenuto nella sala del Cenacolo, alla Camera, la sera del 9 novembre andammo insieme a mangiare verso le otto e il cameriere, sentendo che parlavamo tedesco, ci chiese: “Avete visto che è successo?” e noi dicemmo: “Che è successo?” rispose: “È caduto il muro di Berlino!”. Tanto avevamo rimosso la possibilità, tanto che neanche cercavamo di sapere che cosa succedeva davvero. Giorgio Napolitano mi raccontò poi che in quelle ore era a colloquio con l’allora leader della SPD Hans-Jochen Vogel a Bonn. I grandi fatti avvengono da soli nella Storia.

Quel Berliner Mauer, Muro di Berlino, che dal 1961 al 1989, scrive Isabella Ferron

aveva rappresentato una barriera invalicabile […] divenendo un simbolo indiscusso di quello che Baumann ha definito “il secolo breve”, ha cambiato nel profondo ogni dettaglio della vita quotidiana, partendo dal linguaggio.

Ma sul versante italiano c’è di che sorprendersi? In piccolo, tanto più in piccolo e ben oltre il ridicolo, il fascismo non impose forse un suo linguaggio di anticaglie lessicali smerciate per derivazioni carducciane o dannunziane essendo soltanto una misera caricatura gergale, buona per impressionare messinscena da caserma? O forse che non permane ancora in Alto Adige Tirolo quella toponomastica nazionalista, grottesca, antistorica, inventata dal fascista Ettore Tolomei che sostituì, dopo la Grande Guerra, i toponimi tedeschi storpiandoli in penosi pseudo toponimi italiani? Così non Lengstein, bensì Longostagno, un piccolo paese sull’altopiano del Ritten diventato altopiano del Renon. Oltretutto nomi di una inesistente geografia italiana, che è l’aspetto “comico” di una sopraffazione identitaria quando ti ingarbugli in nomi che non hanno alcun senso rispetto alle origini e al passato di storici paesi e delle loro “immodificabili” montagne . 

D’altra parte si sa che il linguaggio è epidermide mutevole, che si trasforma e che viene sostituita nel tempo. Ferron:

Dopo il 1945 gli scrittori sia all’Est che all’Ovest sentivano il bisogno di rinnovare e denazificare la lingua tedesca: mentre in Germania Ovest nasceva, ad esempio, la Gruppe 47, un gruppo di scrittori di cui erano parte Heinrich Böll e Günter Grass, la DDR all’Est, in quanto antifascista, condusse una campagna di repressione linguistica che portò all’eliminazione di alcune parole a favore di altre (un solo esempio, il termine per patente di guida Führerschein, considerato inadeguato, fu sostuituito da Fahrerlaubnis, letteralmente permesso di guidare). Ne discese che “durante la Guerra Fredda esistevano addirittura due versioni del dizionario Duden (Duden West pubblicato a Mannheim e Duden Ost pubblicato a Lipsia).

Al di là del sinistro raddoppio del dizionario, resta il fatto che scrittrici e poetesse, scrittori e poeti, hanno continuato ad alimentare con le loro opere, in una gran parte dell’Europa, lo scrigno della migliore letteratura di lingua tedesca. Ma chi ha viaggiato ancora in tempi recenti nelle terre della Germania dell’Est non può che far sua questa pagina di Susanna Böhme-Kuby:

Circa un quarto della popolazione, per lo più sotto i trent’anni (quattro milioni di persone) lascia i nuovi Länder, che si sarebbero trasformati, dopo il 1990, non nei “blühende Landschaften”, i paesaggi fioriti promessi dal cancelliere Kohl prima delle elezioni del marzo 1990, ma in vaste zone desertificate, materialmente e moralmente: molte famiglie disgregate, una natalità diminuita del cinquanta per cento, un aumento mai quantificato di suicidi. In una tale situazione, tra chi rimane all’Est trova facilmente ascolto e consenso chi promette nuovi orizzonti indicando i presunti responsabili e colpevoli delle miserie capitaliste, non ammissibili come tali, trovando anche nuovi capri espiatori. Innumerevoli organizzazioni di estrema destra provenienti dalla Bundesrepublik si inseriscono presto negli spazi liberati all’improvviso dalla rapida deindustrializzazione che lascia grandi vuoti.

E dice bene Böhme-Kuby nel suo non attenuare in nulla i problemi irrisolti dell’unificazione tedesca:

A posteriori, dunque, si vuole ridurre la RDT a una “nota a pie’ di pagina della Storia” come constatò con amarezza Stefan Heym, perché nulla doveva essere salvato, tutto era da rottamare: Alles Schrott.

Come abbiamo imparato a capire, di solito il rottamare deteriora, non risolve. Quindi, non si procede affatto all’indietro stando dalla parte di Susanna Böhme-Kuby, anzi:

In questo contesto si continua ad attribuire il successo odierno delle destre estreme al sistema autoritario dell’Est, scomparso ormai trent’anni fa, e comunque alla responsabilità dei comunisti. Ricordo bene che anche chi denunciava alla fine degli anni Settanta il crescente neonazismo nella RFT era sospetto di fare propaganda comunista “al servizio di Mosca”, e i vecchi stereotipi della guerra fredda sopravvivono tuttora, come se non fosse finita.

Quando invece i discorsi cadono sulla “Nuova Germania” è il momento di Matteo Angeli, che si diffonde su quello che non fu un semplice sentiero “da ospiti a cittadini” o ti ricorda che c’è “una regina senza eredi”, anche perché qualcuno ha saputo essere il “cuculo nel nido di Merkel” e puoi scoprire che da un decennio all’altro non si è mai dissolto il “verde speranza”. All’inizio ci furono gli italiani negli anni anni Cinquanta, i primi ad aprire il sentiero dopo che “Germania e Italia avevano firmato a Roma un accordo che servì da modello per tutte le intese successive, con Spagna, Grecia, Turchia, Marocco, Corea del sud, Portogallo, Tunisia e Jugoslavia…”.

Quel sentiero andò allargandosi al meglio fino a quando ci fu un punto di non ritorno agli inizi del nuovo secolo. Angeli:

Nel 2005 entrò in vigore una legge sull’immigrazione che istituì un corso d’integrazione, di lingua ed educazione civica, da allora obbligatorio per tutti gli stranieri che ottengono un permesso di soggiorno nel paese e non sono in grado di farsi comprendere in maniera adeguata in tedesco.

Sta di fatto che in una Germania di 82 milioni di abitanti molte sono le minoranze etniche che vi si sono inserite, tra cui “circa tre milioni di persone di discendenza turca”. Naturalmente il caleidoscopio “manovrato” da Angeli ti avverte col dire:

Non esiste una ricetta perfetta per amalgamare armonicamente i bisogni e le preoccupazioni di persone di origini e generazioni tanto diverse. Aumentano le sedie al tavolo e ognuno vuole la sua fetta di torta.

Solo che prima di affettare quella torta ci sono da affrontare e risolvere montagne di questioni, che vanno dal tenere o no in vita le centrali nucleari alle colonne di migranti in marcia lungo le rotte balcaniche, dalla riforma sui diritti civili ai fuochi mai spenti delle insorgenze populiste e sovraniste, dai pesantissimi effetti del Covid ai contagi trumpiani e putiniani, barbari alle frontiere; questioni insomma che non si risolvono semplicemente con l’occupare lo spazio di centro dell’orizzonte politico tedesco.

L’implacabile Matteo Angeli conclude:

La sconfitta della CDU nelle elezioni di settembre sul piano politico era quindi inevitabile e necessaria. Armin Laschet, il candidato cancelliere dei cristiano democratici, era la brutta copia di Merkel, continuatore di un corso che ha ormai esaurito il suo slancio. Per i cristiano democratici comincia una lunga traversata del deserto.

Chiunque oggi sa che il cuculo nel nido di Merkel si chiama Olaf Scholz, che per molti anni ha governato assieme a Mutti, mamma Angela, e che da perfido cuculo ha approfittato del dopo pandemia per rilanciare l’economia. Scholz, scrive Angeli, “indebita il paese come non mai (…). Un bazooka di soldi. La crisi porta quindi Scholz a fare ciò per cui l’ala sinistra del partito premeva già da un po’.” Come non bastasse, il cuculo dà l’ultimo scossone al nido della Merkel mediante l’Europa: “Qui il vice-cancelliere e ministro delle finanze s’impone come uno dei principali artefici del piano di rilancio post-pandemia da 750 miliardi di euro, il Recovery fund. Con essi gli stati membri s’indebitano insieme, per la prima volta nella storia dell’Unione Europea”. Poteva non vincere le elezioni Olaf e con lui la SPD? E saldamente con lui i Verdi tedeschi, che Scholz per volare in sicurezza sul nuovo nido associa assieme ad altri rami: “Robert Habeck è vice-cancelliere e titolare del super ministero per l’economia e la protezione del clima. Annalena Baerbock è la prima donna a capo del ministero degli esteri. Cem Özdemir, che è vegetariano, diventa ministro dell’alimentazione e dell’agricoltura. A questi tre Realos, si aggiungono due esponenti dell’ala sinistra. Anne Spiegel, ministra per la famiglia, gli anziani, le donne e la gioventù. E Steffi Lemke, ministra dell’ambiente, della conservazione della natura, della sicurezza nucleare e della tutela dei consumatori” (Matteo Angeli).

Georgi Takev, Goethe nella campagna romana [da Heinrich Wilhelm Tischbein, Goethe nella campagna romana, 1787, Francoforte, Städelsches Kunstinstitut], Casa di Goethe, Roma

Si sappia però che c’è dell’altro, di molto altro nel Caleidoscopio tedesco: la sezione con chi si oppose al nazismo (Giovanni Innamorati), o quella sulla letteratura meticcia (Eriberto Russo) , o quanto ha portato in dote al suo Caleidoscopio Sandra Paoli con Roma e Francoforte, conversando con Maria Gazzetti, a lungo direttrice innovatrice della Casa di Goethe, a Roma, dopo aver diretto a Francoforte la Casa della letteratura. E dando infine un partecipatissimo omaggio a un grande germanista, a Luigi Reitani.

Sarà cura di ytali completare la visione di ogni frammento e colore raccolto nel Caleidoscopio tedesco. Ritorno per un momento ancora su quanto Angelo Bolaffi condivideva con Umberto Eco: la lingua europea è la traduzione, non è l’inglese. Ed è la traduzione di Donatella Trevisan che mi ha permesso finalmente di leggere Anita Pichler (1948-1997), traduttrice e scrittrice tirolese-altoatesina secondo Ferron “la più famosa a livello internazionale”. Quando la incontrai a Venezia per un tempo brevissimo, avrà avuto poco più di vent’anni e forse stava diventando (ma come si fa a capirlo?) ciò che poi divenne. Però qualcosa già s’intuiva osservando il suo sguardo, le sue espressioni, i suoi sorrisi sui quali l’acchiappafarfalle della scrittura stava stendendo appena i suoi segreti. Anita Pichler pubblicò a Innsbruck nel 1992 il suo Die Frauen aus Fanis, ora Le donne di Fanis, e che inizia così:

I primi esseri umani erano roccia. Si chiamavano Croderes, i nati dalla pietra, sedevano pesanti sulla terra e sopra le acque. Con i loro capelli di ghiaccio facevano il solletico al vento e con i piedi spingevano qua e là i fiumi fuori dall’alveo. Tanna era la regina dei Croderes. La sua testa svettava alta nel sole, finché non si scaldò; i capelli ghiacciati si sciolsero e cominciarono a scorrere, scavarono vallate nella terra. Iniziarono a spuntare erbe, e fiori. Tutto in Tanna proliferava e odorava, cresceva dentro di lei e viveva, finché il cuore di Tanna iniziò a battere…

Formazione o genesi di universi narrativi e poetici che oltrepassato il regno di Fanis ritrovi in altre terre di lingua tedesca, nel “caso” vi siano scrittrici come Pichler o scrittori come quelli che si intravedono nel Caleidoscopio tedesco.

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Il caleidoscopio dell’amico di lingua tedesca ultima modifica: 2022-05-05T20:26:13+02:00 da FRANCO MIRACCO
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