Per salvare Venezia mettiamola in vendita

Dato per assodato che le pietre da sole non bastano per renderla una città irripetibile, data per auspicabile una vera regolamentazione dei flussi turistici, non resta che trovare la soluzione per arginarne lo svuotamento, con una “cura d’urto” mai immaginata prima, dai contorni persino scandalosi: mettere all’asta la sua salvezza. Chiedendo a un privato o più privati che se la comprino.
SERENA SPINAZZI LUCCHESI
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Nella città dove tutto è in vendita, a questo punto mettiamo all’asta la sua salvezza. Laddove il pubblico – dal Comune che autorizza cambi d’uso nonostante una propria delibera ne stabilisca il blocco, allo Stato che non legifera sulle affittanze turistiche – è latitante, non resta che affidarsi al privato. Il privato inteso come una persona fisica particolarmente danarosa o un insieme di filantropi, fondazioni, enti internazionali che abbiano a cuore la sopravvivenza di Venezia.

Perché, intendiamoci, la china che sta prendendo – anzi ha già preso – la trasformazione della città ne cambierà per sempre il volto. Resteranno le pietre, certo. Monumenti splendidi da ammirare.

Ma stiamo per consegnare alla Storia una città di pietre, appunto. E nient’altro. Disintegrando per sempre ciò che la rende davvero unica. Una città dove si vive – si VIVE – sull’acqua. Dove ci si sposta a piedi, dove si incontrano persone, dove la contraddizione tra contemporaneità e passato è più che mai evidente. Ma trova qui una sintesi perfetta.

Non serve sprecare parole sulla tanto sbandierata sostenibilità o sul fascino di vivere e poter lavorare – anche da remoto – nella “città più bella del mondo”. O sulla straordinaria opportunità di veder crescere i propri figli circondati da bellezza, storia, umanità. È tutto persino troppo scontato.

C’è da chiedersi cosa fare per invertire la rotta. Come intervenire perché Venezia possa avere ancora un futuro e un presente.

Dato per assodato che le pietre da sole non bastano per rendere Venezia una città irripetibile, data per auspicabile una vera regolamentazione dei flussi turistici, non resta che trovare la soluzione per arginare lo svuotamento della città, con una “cura d’urto” mai immaginata prima, dai contorni persino scandalosi: mettere all’asta la salvezza di Venezia. Chiedendo a un privato o più privati che se la comprino.

Turisti affollano il mercato ortofrutta di Rialto. Nell’immagine la città vuota nei giorni del lockdown [© Andrea MEROLA]

Per salvare la città serve un privato (non più il pubblico, per le ragioni che si dicevano all’inizio) che decida di spendere del suo, e non poco. La cifra? Un miliardo di euro (un miliardo sì, non è un refuso) per acquistare sul mercato tremila appartamenti, al costo medio di 350mila euro l’uno. Se ne potrebbero forse acquistare anche di più se al capitale di partenza si aggiungerà un mutuo bancario di adeguate proporzioni. Tremila alloggi da affittare rigorosamente a residenti con contratti di lunga scadenza, anche a vita, con il meccanismo del social housing. Canoni bassissimi con cui quel privato o quel gruppo di filantropi gestirà il patrimonio immobiliare, ripagando i mutui, restaurando dove serve, remunerando qualcuno che si occupi di tutti gli aspetti burocratici, incrementando se possibile il patrimonio stesso.

Salterebbero fuori 10-12mila nuovi residenti: veneziani di nascita o d’adozione che importa? È un numero oggi inimmaginabile, considerato che la città perde mille residenti all’anno. Questi nuovi cittadini darebbero linfa alla città. Le restituirebbero la vita.

Utopia? Certo. Ma in tempi passati non sono mancate le operazioni immobiliari con finalità sociali (Beni Stabili, Case dei Ferrovieri, case “del Conte Volpi”, Ire e altro ancora) e non si capisce perché ora non sia più possibile replicare una tale operazione. Con il vantaggio, nell’epoca della comunicazione istantanea, per chi lo farà di indossare il mantello di “Salvatore di Venezia”. E dopo il giro dei social, potrà passare alla Storia a riscuotere il premio dell’immortalità. Morale, si intende.

Obiezione: se il filantropo si stancherà, queste case un domani potrebbero finire nel mercato turistico? Chiaro che l’ideale di questa operazione è che il privato in questione costituisca un ente (una fondazione) regolato da uno statuto per il quale mai nessuno in futuro dovrà modificare la destinazione di questi immobili. Destinazione che invece il pubblico oggi non esita a modificare ad ogni occasione.
È per questo e per mille altri motivi che non c’è alternativa. È il momento di mettere in vendita la salvezza di Venezia.
L’asta è aperta.

Ps. Se qualcuno ha il numero di Jeff Bezos, Elon Musk o Bill Gates, si può provare a fargli questa proposta…
Ps. 1 Difficilmente potrebbe bastare un crowdfunding, ma si può provare.
Ps. 2 Se avanzasse qualche milioncino oltre agli alloggi si potrebbero acquistare anche fondi di negozio, dove metterci un panettiere, un negozio di scarpe o di vestiti, una cartoleria, un calzolaio… Con diecimila abitanti in più, il meccanismo domanda-offerta finalmente terrebbe.
Ps. 3 Riguardo la sfiducia verso l’ente pubblico, è vero che di miliardi lo Stato ne ha spesi tanti per Venezia, destinandoli alla sua salvaguardia (leggi, Mose). Non entro nel merito della scelta, ma è un motivo in più per credere che mai più arriveranno soldi pubblici in questa misura per “salvare” Venezia. Hanno già dato…

Per salvare Venezia mettiamola in vendita ultima modifica: 2022-05-05T19:54:06+02:00 da SERENA SPINAZZI LUCCHESI
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