Tocchi e feluche

Lo scorso mercoledì 4 maggio ben 805 studenti laureati dei corsi triennali di Ca’ Foscari hanno partecipato in Piazza San Marco alla cerimonia conclusiva che ha avuto il suo apice nel lancio in aria dei tocchi da parte dei neodottori. Non fosse che le foto dell’evento mostrano alle spalle degli studenti le cupole della Basilica, le immagini sembrerebbero quelle di uno dei tanti film americani che raccontano la vita universitaria negli atenei d’oltreoceano, dove il tocco è in uso
SILVIO TESTA
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Il diavolo si nasconde nei dettagli.

Lo scorso mercoledì 4 maggio ben 805 studenti laureati dei corsi triennali di Ca’ Foscari hanno partecipato in Piazza San Marco alla cerimonia conclusiva che ha avuto il suo apice nel lancio in aria dei tocchi da parte dei neodottori. Non fosse che le foto dell’evento mostrano alle spalle degli studenti le cupole della Basilica, le immagini sembrerebbero quelle di uno dei tanti film americani che raccontano la vita universitaria negli atenei d’oltreoceano, dove il tocco è in uso.

Da noi, invece, i tocchi li hanno sempre usati solo magistrati e avvocati (c’è perfino una legge che ne regolamenta la foggia) e in alcune occasioni i professori universitari, ma gli studenti mai. Gli studenti hanno sempre avuto come copricapo universitario la feluca, ovvero il medievale cappello a punta, che si vede in testa agli studenti già in miniature del Trecento relative all’Università di Bologna.

Nei giorni precedenti alla cerimonia, Venezia era stata invasa da cortei di studenti col capo cinto d’alloro, seguiti dal codazzo di parenti e amici festeggianti, pronti a cicchettare e intenti a scandire ossessivamente in coro l’immancabile ritornello goliardico “Dottore, dottore, dottore dal bùso del cùl…”, sempre e solo queste sette parole nulla più. Per fortuna le cerimonie a base di lancio di uova e di farina che per anni hanno connotato le feste di laurea sono finite, almeno quelle.

Feluca goliardica

Le due cose danno da pensare, soprattutto la prima se la inquadriamo in altri fenomeni analoghi che testimoniano l’ottusa esterofilia con la quale noi italiani assorbiamo pratiche soprattutto anglosassoni, anzi, diciamo meglio, statunitensi, dimenticando in un amen le nostre tradizioni. Se poi pensiamo che le nostre università sono tra le più antiche al mondo, mentre quelle americane, tranne Harvard, risalgono a epoche ben più recenti, la cosa si fa anche più degna di riflessione.

Ho già avuto modo di affrontare su ytali l’abuso dell’inglese, che è un po’ la madre di tutti i fenomeni di rinuncia alla propria storia per assumere la maschera di un’altra cultura. La lingua è il cuore identitario di una Nazione, ma se uno stillicidio quotidiano di termini stranieri sostituisce inutilmente quelli italiani la questione è grave e andrebbe affrontata non dico con provvedimenti amministrativi ma almeno con quelli culturali. Purtroppo perfino il ministero della Cultura, che pure nel merito dovrebbe avere qualcosa da dire, partecipa invece al malvezzo della politica di riempirsi la bocca con termini stranieri: si vede che anche a Dario Franceschini piace più report che rapporto, l’ultimo dei termini italiani prossimo alla sostituzione.

Ho già detto da cosa secondo me ciò dipenda: ignoranza della nostra storia; mancanza di orgoglio nazionale; latente complesso collettivo d’inferiorità rispetto a popoli ritenuti migliori; diffusa mentalità truffaldina da imbonitori, soprattutto dei politici, che mirano a indorare le pillole col corrispettivo moderno del manzoniano Latinorum di Azzeccagarbugli; pigrizia e sciatteria di giornalisti, commentatori, pubblicitari; mancanza di un pensiero critico.

Un altro esempio potrebbe essere naturalmente la festa di Halloween, che da qualche anno imperversa rischiando di soppiantare antiche tradizioni locali, e non vale la pena spenderci sopra troppe parole. Intendiamoci: la ricorrenza dei morti è sempre stata celebrata, anche nel Cattolicesimo è tra quelle più importanti e sentite, ma zucche, travestimenti orrifici, dolcetti o scherzetti non c’entrano nulla con la nostra cultura. Nella maggioranza degli asili veneziani, però, sembra che preferiscano festeggiare Halloween piuttosto che bàter san Martìn: e le mamme e i papà si adeguano senza battere ciglio e anzi spingono loro per primi perché i bambini si travestano e si comportino come piccoli americani.

Per carità, nel diffondersi di Halloween pesa molto la spinta commerciale, perché bar, ristoranti, discoteche hanno capito presto che sfruttando la propensione degli italiani a bersi tutto senza un pensiero al mondo avrebbero fatto nuovi affari, ma ci si aspetterebbe che almeno negli asili e nelle scuole, dove si dovrebbero educare i futuri italiani, si alzasse qualche voce critica.

Ciò dovrebbe accadere a maggior ragione nelle università, dove si prepara la futura classe dirigente del Paese, e invece ecco che Ca’ Foscari si inventa la cerimonia dei tocchi, mutuata pari pari da quella delle università americane. Anche qui, niente di male per la cerimonia in sé: un po’ di sana promozione commerciale per l’ateneo e un giusto riconoscimento agli studenti per la conclusione di un percorso ben ci stanno, in fondo, ma perché non innestare la festa nel corpo della nostra tradizione? proprio usando come simbolo le feluche che ufficialmente dall’Ottocento ma fin dal medioevo in testa ai clerici vagantes indicavano gli studenti delle università?

La goliardia ha avuto una lunghissima storia e la povera salmodia del “dottore dal bùso del cùl” ne testimonia certissimamente la morte. Altro che Gaudeamus Igitur o i Carmina Burana! Nessuno però la rimpiange, il mondo è cambiato e il decesso avvenne nel 1968 quando la politica e la costruzione di una società più moderna fecero delle università dei laboratori dai quali il disimpegno, lo scherzo, e la banale ricerca del piacere erano banditi.

Ma i veri valori della Goliardia non erano certo questi corollari giocosi: prima i clerici vagantes e poi i goliardi che ne raccolsero l’eredità erano dei liberi intellettuali, degli spiriti coraggiosi e vagabondi che si muovevano per l’Europa in cerca del sapere, che vivevano fuori dagli schemi; dei laici spesso in contrasto con le autorità civili e religiose che mal ne sopportavano lo spirito critico, la trasgressione dei ruoli di una società ingessata, le intemperanze della giovinezza e la connessa tendenza all’amore, al gioco, al vino. Erano il sale del cambiamento, lo spirito, verrebbe da dire, del ’68!

Questi sono i valori che andrebbero recuperati, soprattutto attraverso i loro simboli e non con quelli degli altri, nelle cerimonie istituzionali come quella di Ca’ Foscari, che attraverso la banale scelta di un cappello tira invece una riga su di una storia secolare, con un ultimo esito paradossale.

La Goliardia italiana, infatti, ebbe anche una costituzione formale a fine Ottocento, per opera nientemeno di Giosuè Carducci, in occasione dei festeggiamenti per l’ottavo centenario dell’Università di Bologna (1888). Un paio d’anni prima, infatti, Carducci aveva partecipato a un’analoga manifestazione a Heidelberg, e si era reso conto che la autorità tedesche avevano utilizzato le cerimonie di alta goliardia degli studenti per sottolineare l’unità da poco conquistata dalla Germania come Stato nazionale.

Anche l’Italia aveva raggiunto l’unificazione solo dal 1871, e Carducci pensò e fortemente volle le celebrazioni per l’ateneo bolognese e l’istituzione della Goliardia proprio come elementi di sottolineatura della fresca identità nazionale, non potendo certo immaginare che solo poco più di 130 anni dopo il mondo culturale italiano, con l’abuso dell’inglese, e una prestigiosa università avrebbero scordato l’importante dovere civico di dare un’identità agli italiani attraverso la valorizzazione delle tradizioni nazionali.

Anche con un cappello.

le immagini sono tratte da Twitter: Unive Ca’ Foscari @CaFoscari

Tocchi e feluche ultima modifica: 2022-05-07T09:46:30+02:00 da SILVIO TESTA

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