UK. Un voto che ridisegna la mappa politica

Il Labour di sir Keir ottiene un buon successo nelle elezioni locali. I conservatori hanno perso molti seggi, a beneficio dei laburisti ma anche – e soprattutto – dei liberal-democratici. La vera sorpresa è stata la grande affermazione del Sinn Féin in Irlanda del nord.
FRANCESCO GUIDI BRUSCOLI
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Qualche mese fa, in un articolo dedicato a Keir Starmer, leader laburista, avevamo parlato anche di Boris Johnson e del rischio che il “party-gate” avrebbe potuto comportare per il suo futuro politico. Rivelazioni sulla sua partecipazione ad eventi in violazione delle normative anti-Covid, infatti, rischiavano di minarne reputazione e credibilità. In quei giorni sembrava imminente la pubblicazione del report di Sue Gray, la funzionaria incaricata di investigare sulla vicenda. Tale pubblicazione è stata poi congelata, nell’attesa di una parallela inchiesta da parte di Scotland Yard ed è ora prevista non prima di fine maggio; tuttavia le voci annunciano il documento come molto critico nei confronti di Downing Street.

Mentre la vicenda ha continuato ad aleggiare sulla sua testa, Johnson ha cercato una “storia” che ponesse l’attenzione su altro e il 9 aprile si è recato a sorpresa a Kiev, dopo che per settimane la sua insistenza si era scontrata con l’opposizione della sicurezza britannica. Certamente questa visita gli ha conferito un ruolo da protagonista sul piano internazionale e ha reso bene evidente il forte legame della Gran Bretagna con l’Ucraina. Sul piano interno, tuttavia, l’approvazione verso il primo ministro resta debole. Continua infatti a incombere la vicenda appena descritta, peggiorata dalla decisione da parte della Metropolitan Police di emettere per le feste decine di multe, alcune delle quali proprio nei confronti di Johnson, della moglie e del suo ministro dell’economia: si tratta di cifre ridotte (tra cinquanta e cento sterline), ma dal forte risvolto simbolico. Inoltre, il malcontento degli elettori cresce a causa dell’aumento dei prezzi e delle bollette: un aumento accelerato ora dalla stessa guerra in Ucraina sull’onda lunga delle problematiche legate alla Brexit e alla pandemia.

In questo scenario, lo scorso giovedì (5 maggio) si è votato in Gran Bretagna per elezioni locali che hanno riguardato circa la metà della popolazione. Se ancora le elezioni politiche sono lontane, questa tornata elettorale costituiva un test sulla tenuta del partito conservatore (e dello stesso Johnson). È chiaro che i due tipi di consultazione (politica e locale) sono diversi, ma certamente il gradimento degli elettori nei confronti del premier ha avuto effetto anche su un voto che formalmente – ma solo formalmente – non ha nulla a che fare con il governo centrale.

Ebbene, il monito è arrivato. I conservatori hanno perso molti seggi, a beneficio dei laburisti ma anche – e soprattutto – dei liberal-democratici. 

La campagna elettorale dei militanti laburisti

A Londra la vittoria dei labour è stata chiara. Il borough (municipio) di Westminster, conservatore fin dalla sua istituzione nel 1964, è passato per la prima volta in mani laburiste, così come altre aree tradizionalmente tory, quali Barnet e Wandsworth (quest’ultimo definito “Margaret Thatcher’s favourite council” per il suo ruolo di pioniere nelle privatizzazioni, negli anni Ottanta, e per le basse tasse locali).

I laburisti hanno guadagnato molti seggi a Londra (anche se hanno perso il borough di Harrow), ma hanno avuto una crescita più modesta in altre aree dell’Inghilterra, quelle che – prima dei ribaltoni degli ultimi anni – erano state tradizionalmente “rosse”. In Scozia il labour ha superato i conservatori al secondo posto, ma è lontanissimo dall’intaccare la supremazia dello Scottish National Party, che a distanza di quindici anni dalla salita al potere ha confermato (e anzi incrementato) il suo ruolo di partito-guida.

Le elezioni di giovedì, come detto, riguardavano circa la metà della popolazione. Proiezioni del voto su base nazionale (Gran Bretagna) darebbero ora i laburisti al 35 per cento, i conservatori al 30 per cento e i liberal democratici al 19 per cento; ma sappiamo che in un sistema che assegna i seggi su base uninominale queste percentuali non si riflettono necessariamente sul peso parlamentare. Al momento, come sottolinea Laura Kuenssbergpolitical editor della BBC, non sembra che queste elezioni possano portare grandi scossoni. Le perdite da parte dei conservatori sono indubbiamente rilevanti, al livello delle peggiori previsioni della vigilia; tuttavia i guadagni in termini di seggi da parte dei laburisti sono ben lungi dal dare garanzie di vittoria in un contesto di elezioni politiche e non risolvono le divisioni ancora esistenti all’interno del partito fra l’attuale leadership e la componente corbyniana (legata al precedente leader).

Peraltro ora pure Starmer è sotto scrutinio, a causa di alcune foto che lo ritraggono mentre beve una birra nell’ufficio di una parlamentare di Durham (Nord dell’Inghilterra) nell’aprile 2021. Dopo aver inizialmente dichiarato che nessuna regola è stata infranta, la polizia locale ha ora deciso di riaprire il caso, avendo ricevuto “significativa nuova evidenza”. La questione è spinosa, perché dopo aver ripetutamente attaccato Johnson per vicende (forse) analoghe, Starmer non potrà far finta di niente in caso di rilievi precisi da parte della polizia; dopo qualche giorno, infatti, ha dichiarato che in caso di multa si dimetterà. Si tratta di una scommessa: una condanna determinerà la fine della sua carriera politica, mentre un’assoluzione ne aumenterà il prestigio e metterà ulteriore pressione sul primo ministro (che peraltro giustificherebbe male una propria permanenza a Downing Street pure in caso di dimissioni di Starmer per lo stesso reato che anche lui ha compiuto).

Keir Starmer tra i militanti laburisti a Barnet, dopo la vittoria del 5 maggio.

Più dei laburisti, come detto, sono stati i liberal democratici a guadagnare seggi a scapito dei conservatori. Dopo il governo di coalizione con i conservatori nel 2010-15 (primo ministro Cameron), le elezioni successive avevano portato a un annientamento dei consensi (passati in termini percentuali dal 23 per cento del 2010 al 7,9 del 2015); successivamente vi era stato un recupero, ma questa tornata elettorale potrebbe costituire un turning point. Oltre a quello liberal democratico, un altro partito che ha avuto un notevole balzo elettorale è stato quello dei verdi, che hanno raddoppiato i propri voti nei councils in cui si tenevano consultazioni.

Tuttavia il dato più eclatante per il suo significato storico è quello dell’Irlanda del Nord, dove con il 29 per cento dei voti lo Sinn Féin, il partito dei repubblicani cattolici, è diventato la maggiore forza politica e darà quindi un proprio first minister a Belfast.Considerato negli anni Ottanta il braccio politico dell’IRA, il partito si è gradualmente parlamentarizzato, contribuendo alla firma dell’accordo di pace del 1998 (il Good Friday Agreement). La nuova leader in Irlanda del Nord, Michelle O’Neill, è figlia di un ex esponente dell’IRA ma rappresenta una generazione entrata in politica dopo la fine dei Troubles (il conflitto nord-irlandese). Anche se ha battuto gli unionisti protestanti del DUP, tuttavia, mantiene il basso profilo relativamente ala prospettiva di un’Irlanda unita, che è ben di là dal venire, come mostrato anche da sondaggi di opinione che danno chiaramente in testa l’appartenenza al Regno Unito. Tra l’altro O’Neill dovrà ora governare con gli unionisti, come espressamente previsto dagli stessi accordi di pace. Al momento il DUP sfrutta questa regola come arma di ricatto nei confronti di Londra: infatti minaccia di bloccare la nascita di un governo a Belfast se non vengono rivisti gli accordi post-Brexit relativi all’Irlanda, che de facto istituiscono controlli doganali tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord (un anno fa avevamo già segnalato i pericoli insiti in un protocollo siffatto, che al momento non pare comunque avere alternative). La situazione insomma è fluida e un ulteriore elemento che in prospettiva potrebbe avere un peso è la grande crescita di Alliance (Alliance Party of Northern Ireland, APNI), un partito liberale che, inizialmente ispirato a un unionismo moderato, ha finito per distaccarsi da una visione settaria e bipolare finendo per non identificarsi né con una parte né con l’altra poiché considera un bipolarismo estremizzato un danno per il paese.

Immagine di copertina: Keir Starmer in campagna elettorale

UK. Un voto che ridisegna la mappa politica ultima modifica: 2022-05-10T19:08:32+02:00 da FRANCESCO GUIDI BRUSCOLI
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