Ulisse, “romanzo antiromanzesco multiculturale”

Il capolavoro di James Joyce nella nuova traduzione, con testo originale a fianco, di Enrico Terrinoni, edito da Bompiani.
MARIKA STRANO
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Il monster book di Joyce è lo specchio notturno e adombrato di un passato che inevitabilmente ritorna, di un presente che sfugge al tatto, e di un futuro che inesorabilmente allontanandosi si avvicina, nella proiezione umbratile di se stesso (p. XIX).

Il 2 febbraio 2022 abbiamo brindato, chi più chi meno, per celebrare i cento anni di un certo “maledettissimo romanzaccione”, l’Ulisse di James Joyce. E in effetti, chi non ha maledetto almeno una volta questo romanzo, sempre se di romanzo possiamo permetterci di parlare, che in un modo o nell’altro continua a cambiare non solo i suoi più illustri studiosi, ma in generale anche i suoi comuni lettori? Siamo sinceri: questo libro lo abbiamo odiato un po’ tutti all’inizio. Non per altro quest’opera è stata molto spesso considerata come “illeggibile” e sono stati in molti ad abbandonare l’ardua impresa di portare a termine la lettura. Tutti ci siamo domandati la ragione per cui dovremmo leggere un libro così complicato, visto che la vita è già di per sé un percorso arduo e tortuoso, un “caos legale”, come direbbe la cantante siciliana Dolcenera in una delle sue più belle canzoni.

Declan Kiberd, uno dei più importanti studiosi di Joyce al mondo, definisce il “monster book” di Joyce come “la risposta a una domanda non del tutto formulata.” L’Ulisse, in fondo, non è altro che uno specchio, uno specchio magico che, come quello in cui si riflettono i personaggi di Harry Potter, non solo riflette ciò che si desidera essere, ma anche ciò che già si è o si pensa di essere; ciò  che non siamo, ma che possiamo diventare; quello che saremmo potuti essere e che forse non diventeremo mai. L’Ulisse non è, quindi, un libro pensato (o forse sognato) per darci risposte semplici e immediate. Al contrario, ci costringe a fare i conti con la nostra coscienza, che come quella di Stephen Dedalus muta in continuazione, ci obbliga a formulare domande sempre diverse che cambiano con il mutare dell’animo dei lettori.

Enrico Terrinoni, devoto studioso di Joyce e due volte traduttore dell’Ulisse, nell’introduzione alla sua nuova traduzione del capolavoro joyciano, uscita nel 2021 per Bombiani (2080 pp., 42,75 euro), afferma che nel caso dell’Ulisse: “l’ipotesi è quella gramsciana che la complessità faccia parte dell’esistenza, e come tale va affrontata, analizzata, razionalizzata, e perfino fruita a fini estetici.” (p.XXII) E di “caos legale”, o meglio, di “chaosmos” – parola di invenzione joyciana che unisce il caos con il cosmo(s) – il nostro autore ed il suo traduttore ne sanno qualcosa. E chissà quante risate si sarebbe fatto Joyce – e magari se la sta ancora ridendo dall’oltretomba mentre sorseggia della birra scura traboccante e ribollente come quella all’interno dei barili che rimbalzavano nella mente di Leopold Bloom nell’episodio ‘Lotofagi’- vedendo i suoi lettori confrontarsi con la complessità delle sue (non)parole o parole-mondo, che dopo cento anni sono vive, più vive che mai e anzi, hanno ormai “una, nessuna, centomila” vite e significati.

Per narrare quella che poteva sembrare una normale giornata di un comune dublinese di nome Leopold Bloom (parliamo del 16 giugno 1904), Joyce utilizza delle parole che racchiudono tutti i mondi possibili (in inglese è solo una lettera che fa la differenza tra word e world) e da noi (in)immaginabili. Ecco perché, quindi, si sente la necessità di continuare a tradurre questo libro che ci tiene “tra color che son sospesi” tra passato e futuro “il tutto nella cronaca di un interminabile presente.” (p.XII) Non sono quindi le esigenze di mercato a spingere dei traduttori o, nel caso dei traduttori di Joyce, degli ‘straduttori’ a dare nuova voce all’opera di Joyce. È lo stesso Ulisse a esigere che si creino delle nuove strade da percorrere perché si ritorni a casa, anche se nel frattempo ci costringe a vagare, esuli come Odisseo e lo stesso Joyce, in cerca del νόστος che probabilmente non troveremo mai.

È nel contributo di Carlo Bigazzi “[Proteo], micro e macrocosmo di Ulisse”, uno dei cinque saggi introduttivi alla nuova traduzione di Terrinoni, che dobbiamo cercare la risposta alla domanda: “Perché così tante traduzioni di una stessa opera?”

Bigazzi, infatti, ricorda quanto la figura marginale di Proteo, a cui è dedicato il terzo episodio dell’Ulisse, deve aver colpito Joyce. La divinità marina in grado non solo di svelare il futuro quando costretto a farlo, ma anche capace di mutare forma ogni qualvolta lo desideri, deve aver affascinato moltissimo lo scrittore irlandese, autore anche di Finnegans Wake, oltre che dell’Ulisse, libro che assume diverse forme e significati ogni volta che lo si rilegge. Il termine greco προτέυς, da cui deriva la parola italiana proteiforme, indica etimologicamente “la materia primigenia in continuo movimento” (p. LXVIII), ed è questa la migliore qualità dell’Ulisse e delle sue traduzioni. 

Terrinoni non solo ci ha fatto dono di una nuova strada, ma ci ha anche fornito una mappa per percorrerla, non per ritrovarci, ma per perderci meglio. Questa nuova traduzione presenta delle importanti novità: l’introduzione dello stesso traduttore, microcosmo di 26 pagine ricco di riferimenti intertestuali grazie a cui troviamo nuove domande a risposte che non avremo mai; i quattro saggi introduttivi di Declan Kiberd , Diarmuid Ó Giolláin, Carlo Bigazzi e Fabio Pedone, il quale, insieme allo stesso Terrinoni, si è imbarcato nella titanica (folle) impresa della straduzione di Finnegans Wake.

L’edizione, inoltre, presenta due utilissime mappe della Dublino di Leopold Bloom e, ancor più utili (soprattutto per degli sperduti studenti e studiosi che per la prima volta abbracciano il chaosmos di Joyce) sono le note al testo. Se già la traduzione del 2012 di Terrinoni per Newton Compton ne presentava numerose, l’edizione Bompiani consta di ben 211 pagine di note, manna piovuta dalla tastiera del traduttore per chi non è ancora un esperto (stra)lettore dell’Ulisse

Le 211 pagine di note di questa nuova edizione non fanno altro che riflettere la plurivocalità del “romanzo antiromanzesco multiculturale” (Terrinoni 2021: XXVI) dell’Ulisse, una delle opere moderne più democratiche in assoluto. L’opera, infatti, è un continuo dialogo con il mondo (in)visibile, un mondo che riflette l’oscura complessità dell’esistenza umana, ma che invece di negarla, invece di aver paura, l’abbraccia per camminarci a braccetto.

Quando ci approcciamo alla lettura dell’Ulisse spesso abbiamo paura, come abbiamo paura di parlare o di scrivere a riguardo. Eppure, poche opere come questa ci insegnano che dell’oscuro, dell’altro al di fuori di noi (o dell’altro che si nasconde nelle regioni più insite del nostro animo), non dobbiamo avere paura, ma aprirci al confronto al dialogo perché incontrando gli altri incontriamo sempre noi stessi.

Come direbbe Stephen Dedalus: “Shut your eyes and see”, bisogna chiudere gli occhi per poter guardare, osservare meglio. Si potrebbe anche aggiungere “Shut your eyes and listen”, per ascoltare la pluralità di voci con cui, instancabilmente, quest’opera ancora ci parla dopo cento anni. Dobbiamo solo ricordarci di non aver paura di ascoltare.

Immagine di copertina: La prima edizione dell’Ulysses di James Joyce, pubblicato da Shakespeare&c, 1922

Ulisse, “romanzo antiromanzesco multiculturale” ultima modifica: 2022-05-11T20:42:02+02:00 da MARIKA STRANO

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