Alla scoperta di un grande esploratore

Oltre ai numerosi oggetti, reperti e documenti custoditi nel Museo di storia naturale di Venezia, una mostra a Rovigo, la sua città natale, racconta la storia straordinaria di Giovanni Giacomo Miani.
SANDRA GASTALDO
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In un olio ottocentesco, appeso al primo piano del Fondaco dei Turchi, è ritratto con una folta barba bianca e un fez rosso in testa. Con lo stesso copricapo a forma di tronco di cono è raffigurato anche nel busto, realizzato da Virgilio Milani nel 1921, conservato all’Accademia dei Concordi, il plurisecolare sodalizio culturale di Rovigo. Una litografia negli archivi della Società Geografica italiana lo mostra con la keffiyah e abbigliato all’araba, e pare uscito da un dipinto del francese Eugène Delacroix o dell’italiano Alberto Pasini, esponenti di spicco della corrente pittorica dell’orientalismo nel XIX secolo.

Nonostante l’aspetto esotico, quest’uomo non è un pascià o un dignitario dell’impero ottomano. E neppure un Lawrence d’Arabia ante litteram. Probabilmente, l’accostamento più efficace, ma anche il più grossolano, è quello con Indiana Jones. Questo signore, con in testa il fez e non il fedora del personaggio creato da George Lucas e Steven Spielberg, è Giovanni Miani.

Miani chi? È la domanda che mi sento rivolgere ogni qual volta comincio a raccontare la sua storia.
L’esploratore, dico di getto. E aggiungo: l’esploratore e musicologo. E poi, mi fermo sempre un attimo. Perché temo di ingarbugliare il filo del racconto che è una sequenza di scatole cinesi. Scatole che contengono le molte vite di Giovanni Miani ma che, una volta aperte, rivelano sequenze di altre scatole, e connessioni con altre vite di personaggi illustri e con la Storia con la esse maiuscola. Perché Giovanni Miani, del quale ricorre quest’anno il 150mo anniversario della morte, attraversò un secolo complesso in cui si tracciarono confini a colpi di righello, si tagliarono istmi, si inventarono imperi.

Ma a questo punto la sequenza di scatole cinesi potrebbe diventare un dedalo, un sistema di cerchi concentrici o un vortice. O forse solo una pagina di Wikipedia, con tanti vocaboli evidenziati da una variazione di colore per aprire una serie di rimandi ad altre pagine. Comunque, un labirinto. Tra esplorazioni e diplomazia d’assalto, risorgimento e romanticismo, teorizzazioni geopolitiche nascenti e rivoluzione dei metodi scientifici.

Giovanni Miani, olio su tela.

I meandri in cui perdersi paiono infiniti, e la mia memoria è spesso imperfetta. Dunque, per non farmi ingoiare dal turbine di nomi ed eventi, di fronte a un “Miani chi?”, parto da cenni biografici.

Giovanni Giacomo Miani nasce a Rovigo, nella parrocchia del duomo, il 17 marzo 1810. All’ufficio di stato civile viene registrato tre giorni dopo dalla levatrice che aveva assistito al parto. Il cognome del neonato è quello della madre: Maddalena Miani, di professione servente.

I figli di madri nubili non erano rari all’epoca. Specie nei ceti meno abbienti. E non era inusuale che i lattanti fossero affidati ai parenti delle puerpere di umili condizioni costrette ad andare a servizio. Quindi non rientra nell’eccezionalità lo stato di Giovanni, cresciuto da congiunti mentre la mamma a Venezia prendeva, o probabilmente riprendeva, a lavorare come governante o cameriera per Pier Alvise Bragadin, casa in fondamenta della Misericordia e giardino retrostante con porta d’acqua sul rio della Sensa. In quel palazzetto, al civico 3272 (mutato in 3587 nel 1841) Giovanni mette piede a 14 anni. Bragadin lo fa educare, chiamando a istruirlo maestri di varie arti, come si potrebbe fare per formare un figlio. Il ragazzo è intelligente e ha sete di apprendere e di vivere. Ma non si libera mai davvero dal peso della condizione di “bastardo” che si trasforma in una spinta verso una forma diversa di distinzione.

Quando nel 1828 Bragadin muore, lasciando a Maddalena e al figlio casa e cospicue sostanze, comincia per Giovanni una nuova vita. Nel mondo della musica. Viaggi fuori e dentro l’Italia, studi in importanti conservatori, corsi di acustica alla Sorbona, frequentazioni illustri. Tutto questo con uno scopo di proporzioni enciclopediche: scrivere la prima storia universale della musica di tutti i popoli.

Spende una fortuna per condurre approfondimenti e raccogliere materiali e strumenti. Ottiene incoraggiamenti lusinghieri ma non trova finanziatori. Non sfonda neppure con la composizione, attività che affianca a quella di insegnante di musica e cantante. Nel 1842 completa la partitura – andata perduta – di Un Torneo a Tolemaide, rappresentato a Padova nel 1843. Non sappiamo come fosse la sua musica, ma possiamo leggere il libretto conservato in varie biblioteche e una copia del quale (consultabile on line) è anche alla Library of Congress di Washington.

Virgilio Milani, Busto di Giovanni Miani, Accademia dei Concordi, Rovigo.

Nel 1846 Miani pubblica a proprie spese – nella tipografia Bazzarini di Venezia – il primo fascicolo della Storia Universale delle Musica di tutte le Nazioni dal principio del mondo alla metà del secolo XIX con settanta e più tavole litografiche. È un inizio, ma si rivela anche una fine. Il progetto si arena.

Sono anni di fermento politico e di insurrezioni: Miani partecipa ai moti a Roma e combatte a Venezia, a Forte Marghera. Poi fugge. Costantinopoli. Alessandria d’Egitto. E qui ancora una svolta. Comincia ad accarezzare il sogno che era stato già di Nerone, promotore della prima spedizione che dall’Europa partì alla ricerca delle sorgenti del Nilo.

Nelle carte, l’Africa è rappresentata con un enorme vuoto al centro. Un buco bianco che geografi e cartografi riempiranno presto. A metà Ottocento parte la grande corsa all’esplorazione, all’evangelizzazione e alla colonizzazione del continente e sulle mappe si aggiungono rapidamente fiumi, laghi, rilievi e nette frontiere innaturali.

Miani tra il 1859 e il 1860 affronta foreste, insetti, fiere, tribù agguerrite, mercanti di cose e di uomini, fame e malattie. Si spinge fino a 3°32’ di latitudine Nord, il punto più vicino alle sorgenti raggiunto da un europeo fino ad allora. Non lo sa, ma è a meno di un centinaio di chilometri da quello che sarebbe stato di lì a poco indicato come il luogo di origine del Nilo. Si ammala gravemente e desiste. Ritenterà ancora e ancora negli anni a seguire. Con lunghe parentesi trascorse in Europa per raccogliere sovvenzioni. Quando giunge la notizia che gli inglesi hanno localizzato le sorgenti nella zona del lago Nianza, ribattezzato prontamente Vittoria, Miani non vuol credere che la ricerca sia davvero conclusa. Ed è nel giusto: l’identificazione precisa, data la complessità del bacino idrografico, è questione ancora non del tutto definita ai giorni nostri.

Carta dell’Africa di Adrien Hubert Brué (1814), collezione Morbiato, Museo di Geografia dell’Università di Padova.

Dietro di sé, in Italia, Giovanni ha intanto lasciato, un tesoro. Quello contenuto nelle quattordici casse che ha riempito durante i primi due anni di perlustrazioni africane: 1800 oggetti, la prima collezione etnografica moderna. Il nucleo di un nuovo tipo di museo, in una Europa che ancora raccoglie le curiosità da Wunderkammer.

La quasi totalità del contenuto di quelle casse sbarcate a Venezia nel 1862 è ancora qui. Sono armi, ornamenti, utensili, idoli, strumenti musicali esposti al primo piano del Museo di Storia Naturale Giancarlo Ligabue e disposti nelle vetrine seguendo le indicazioni fissate da Miani stesso al momento della donazione alla città. Un regalo prezioso ricambiato con un’elargizione di mille fiorini.

Oggetti della raccolta Miani, Venezia, Museo di Storia Naturale.

La quasi totalità, dicevo. Perché alcuni manufatti furono inviati, ancora a metà Ottocento, a Vienna e sono conservati oggi al Weltmuseum (sul sito ne sono visibili 22). Qualche decina fu concessa al nuovo museo fondato a Roma nel 1887 da Luigi Pigorini (attuale Museo delle Civiltà all’EUR). Di un certo numero di pezzi, spediti a Napoli nel 1940 per la prima Mostra d’Oltremare, si persero le tracce a causa della guerra.

Quanto a Miani, per conoscerlo più approfonditamente si può visitare, fino al 26 giugno prossimo, a Palazzo Roncale a Rovigo una mostra corredata da un agile catalogo. Sempre a Rovigo, all’Associazione culturale Minelliana si possono richiedere gli atti di un convegno svoltosi quasi vent’anni fa, ma che è stato fondamentale per la ricostruzione della vita di Miani e delle sue imprese. Andando ancora a ritroso nel tempo si trova, pubblicata da Longanesi nel 1973, la trascrizione dei diari di Miani curata da Gabriele Rossi Osmida. Centrale resta, comunque, il Museo di Storia Naturale di Venezia con la sua importante collezione.

I bambini africani noti come gli AKKA di Miani, foto in mostra a Rovigo (Società Geografica Italiana).

Il Museo custodisce anche un altro tesoro: i diari di Miani. Decine di disegni e alcune centinaia di fogli manoscritti con le trascrizioni dei taccuini di viaggio su cui l’esploratore annotava le proprie osservazioni durante gli spostamenti in Africa. Taccuini, per il cui restauro è in corso una raccolta di fondi, che sono, invece, a Roma, negli archivi della Società Geografica Italiana nei cui depositi sono pure gli effetti personali di Miani spediti in patria dopo la sua morte avvenuta 21 novembre 1872 a Monbuttu, nell’odierno Zaire, 3° grado di latitudine Nord, durante la sua terza spedizione. Alla società geografica italiana toccarono in eredità anche due esseri umani: due bambini, i così detti Akka di Miani. Ma questa è un’altra storia.

Un dipinto del pittore orientalista Alberto Pasini in mostra a Rovigo

Immagine di copertina: La sala Miani del Museo di Storia Naturale di Venezia

Alla scoperta di un grande esploratore ultima modifica: 2022-05-13T13:30:08+02:00 da SANDRA GASTALDO

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