Alla ricerca della ricerca

“L’apprendista stregone”, di Daniele Archibugi, è al tempo stesso un divertente racconto di viaggio e una guida preziosa per orientarsi tra le regole e i rituali della nostra comunità accademica, un ventaglio di “consigli, trucchi e sortilegi per aspiranti studiosi”, come dice il sottotitolo.
MARCO RUFFOLO
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Che la carriera di un giovane ricercatore in Italia somigli ad una corsa a ostacoli faticosissima, è risaputo. Quando tuttavia si cerca di raccontarla nei minimi dettagli, non si trasmette solo il senso di quella immane fatica, ma si suscita nel lettore la sensazione di essere catapultati in quel viaggio iniziatico che Joseph Campbell, saggista e storico delle religioni, ha raccontato nel suo celebre libro L’eroe dai mille volti, dove, in un intreccio tra mitologia e psicoanalisi, il protagonista è costretto a uscire dal suo mondo ordinario, e dopo aver affrontato prove di ogni genere, tra preziosi mentori e ostinati nemici, riesce a conquistare alla fine il suo elisir, che nel nostro caso è la “conoscenza”, la “ricerca”. Ed è proprio come un avventuroso viaggio iniziatico, dove ostacoli e aiuti hanno più di una somiglianza con gli archetipi junghiani di Campbell, che Daniele Archibugi, economista, dirigente del Cnr e studioso delle politiche dell’innovazione e delle relazioni internazionali, ci presenta l’iter faticoso che deve percorrere il giovane che abbia deciso di scegliere la strada della ricerca. Il nostro eroe, dunque, è L’apprendista stregone, titolo del nuovo saggio di Archibugi (edito dalla Luiss University Press), al tempo stesso un divertente racconto di viaggio e una guida preziosa per orientarsi tra le regole e i rituali della nostra comunità accademica, un ventaglio di “consigli, trucchi e sortilegi per aspiranti studiosi”, come dice il sottotitolo.

Daniele Archibugi

Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che questo libro dipinga l’aspirante stregone solo come la vittima di un sistema farraginoso e iniquo, dove le logoranti complicazioni burocratiche da una parte, e le umiliazioni di una selezione che non premia i più bravi ma gli obbedienti e i raccomandati dall’altra, lo condannano a un infinito precariato.

Certo, purtroppo – scrive Archibugi – una buona parte di questo è aderente alla realtà. E tuttavia c’è spesso troppo vittimismo, tanto che tutti coloro che perdono un concorso si ritengono dei geni incompresi, mentre le istituzioni sono spesso descritte come fameliche forche caudine.

Questo, ovviamente, non significa negare le evidenti disfunzioni del nostro sistema: i “retaggi feudali”, le concessioni paternalistiche dei baroni, la mancanza di certezze lavorative nel lungo periodo, l’indisponibilità dei posti perché già riempiti grazie a sanatorie, idoneità e concorsi riservati.

Tutto questo, e altro ancora, impedisce al nostro paese di raggiungere o quanto meno avvicinarsi agli standard dei nostri partner e concorrenti, standard molto lontani se pensiamo che in Italia i dottori di ricerca sono solo lo 0,5 per cento della popolazione in età lavorativa: peggio di noi tra i paesi dell’Ocse stanno solo Turchia, Lettonia e Messico. Tuttavia, l’obiettivo del libro di Archibugi non è quello di indagare sui mille nodi che strozzano la ricerca italiana, ma quello di informare gli aspiranti studiosi di professione sulle regole esplicite e implicite della comunità accademica. Informare non con un pedissequo elenco di nozioni e consigli ma con un appassionante racconto di viaggio, alla ricerca della ricerca. E nelle numerose tappe di questo viaggio incontriamo i più stravaganti personaggi. A cominciare dal “mentore” (proprio come quello della mitologia di Campbell) che va cercato molto accuratamente: è il relatore della tesi di laurea o il tutor, oppure il supervisor, o ancora il direttore di un progetto di ricerca.

Daniele Archibugi

Demograficamente parlando, è in genere il vecchio “boomer” che instrada il giovane “millenial” aspirante stregone, che lo incoraggia nei momenti di sconforto, che gli indica trappole infernali e appoggi sicuri nel corso di quel decennio che ci vuole, come minimo, per diventare uno “stregone” di professione. Almeno dieci anni della propria vita, infatti, se ne vanno tra laurea breve, laurea magistrale, master, dottorato e post-doc. Un percorso disseminato di prove che mettono il nostro eroe di fronte a coriacei “avversari”. Ed ecco palesarsi  i “revisori”, i “malvagi della comunità scientifica”, coloro che più o meno sadicamente smontano il lavoro che l’aspirante studioso vorrebbe pubblicare sulle riviste, e lo costringe ad attraversare un autentico “triangolo delle Bermuda”. E tra una prova e l’altra, il giovane deve stare attento a non incorrere in plagi e ricicli, perché a sorvegliare la soglia dell’autenticità dei suoi lavori ci sono guardiani spietati muniti di nuovi strumenti informatici e pronti a scovare magagne anche con autentiche “cacce alle streghe”. Infine, anche quando il nostro protagonista si sente al sicuro, protetto da un posto fisso, deve stare attento ai “valutatori”, tenuti a giudicare periodicamente la sua attività per conto delle università o degli enti suoi datori di lavoro. Fanno parte della temuta Vqr, che – scrive Archibugi – “non è l’acronimo di un nuovo temibile virus, ma sta a significare Valutazione della qualità della ricerca”. 

Difficile capire se tutte queste prove da superare siano realmente utili all’aspirante studioso e quanta ritualità autoreferenziale vi sia in esse. In un caso o nell’altro, conoscerne le regole è fondamentale anche per chi intende ribellarvisi. Ma per diventare uno studioso di professione, è ancora più importante – suggerisce il libro alla fine – seguire le proprie passioni con un mix di audacia e modestia, e aprirsi a esperienze e culture diverse dalla propria.

Immagine di copertina: Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia”, l’intervento del curatore Daniele Archibugi, @CNRIrpps, 16 febbraio 2022,

Alla ricerca della ricerca ultima modifica: 2022-05-17T17:25:24+02:00 da MARCO RUFFOLO
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