Aborto in America Latina, tra grandi mutamenti e forti resistenze

La legislazione sul diritto all’interruzione volontaria della gravidanza è molto eterogenea. Ci sono Paesi le cui storie sono più raccontate, più conosciute, come l’Argentina; allo stesso modo ci sono Paesi che negli ultimi giorni hanno riempito le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, ma per motivi ben diversi, ed è il caso di El Salvador. La mancanza di narrazione non mette però a tacere le storie degli altri Paesi, che offrono spunti per una riflessione più ampia sullo scenario latinoamericano.
LUDOVICA COSTANTINI
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In America Latina la legislazione sull’aborto è molto eterogenea, proprio perché non esiste alcun tipo di armonizzazione tra le varie normative presenti a livello statale. Ci sono Paesi le cui storie sono più raccontate, più conosciute, come l’Argentina; allo stesso modo ci sono Paesi che negli ultimi giorni hanno riempito le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, ma per motivi ben diversi, ed è il caso di El Salvador. La mancanza di narrazione non mette però a tacere le storie degli altri Paesi, che offrono spunti per una riflessione più ampia sullo scenario latinoamericano.

Volendo tracciare un percorso che offra un quadro generale, si può iniziare proprio dall’Argentina: il Paese è stato protagonista della cronaca internazionale per molto tempo, grazie al movimento della Marea Verde e alla recente approvazione della legge che regola l’aborto. In Argentina infatti l’accesso alla pratica abortiva è attualmente regolato dalla legge 27.610, votata positivamente in Senato nel dicembre 2020 ed entrata in vigore nel gennaio 2021, che prevede la depenalizzazione dell’aborto fino alla quattordicesima settimana di gestazione. Prima di questo momento l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza era regolata da una legge del 1921 che sanciva la penalizzazione della pratica, tranne nel caso in cui la gravidanza costituisse pericolo di salute per la gestante o fosse conseguenza di una violenza sessuale. 

L’Argentina è il terzo Paese ad approvare una legge del genere, dopo Cuba e l’Uruguay, e questa grande vittoria si deve al movimento femminista della Marea Verde. La Campaña por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito è lanciata ufficialmente nel 2005, e negli anni ha acquisito sempre più seguito: aborto legale, per riconoscere i diritti sessuali e riproduttivi delle donne; aborto sicuro, per non morire a causa degli aborti clandestini; e aborto gratuito, affinché non diventi un privilegio di classe riservato alle donne più ricche. 

In questa immagine e in quella di copertina la gioia dopo l’approvazione della legge che consente l’interruzione volontaria della gravidanza.

Un’altra storia di successo per le donne è quella che ci arriva dalla Colombia, che ha vissuto un’ulteriore fase di apertura in questo febbraio. È infatti di qualche mese fa la sentenza della Corte costituzionale colombiana che, a seguito di un ricorso da parte di alcuni collettivi locali, sancisce la depenalizzazione della pratica di interruzione volontaria di gravidanza entro le prime 24 settimane di gestazione. Prima di questo momento l’aborto era legale soltanto in caso di incesto, stupro, o rischio per la vita della madre; fuori dai casi previsti dalla legislazione l’aborto era punibile con la reclusione della gestante. I gruppi per i diritti riproduttivi stimano che ogni anno in Colombia vengano praticati fino a 400.000 aborti, di cui solo il dieci per cento legalmente.

Secondo Profamilia, un provider di assistenza sanitaria riproduttiva locale, durante il 2020 sono stati praticati almeno 26.223 aborti non sicuri. E secondo Causa Justa, una coalizione colombiana per i diritti delle donne, almeno 350 donne sono state condannate o sanzionate per aborti tra il 2006 e la metà del 2019, comprese almeno venti ragazze di età inferiore ai 18 anni. 

A fare però da contrappeso alla crescente apertura che stanno vivendo alcuni paesi in America Latina, ce ne sono altri che non compiono passi avanti nella depenalizzazione dell’aborto. Uno di questi è sicuramente El Salvador, che è stato protagonista di un acceso dibattito negli ultimi giorni, dopo la notizia di una donna che è stata condannata a trent’anni di carcere per aver subito un aborto spontaneo. La legislazione del paese centroamericano, adottata nel 1998, è infatti una delle più rigide in materia di aborto, proprio perché considera la pratica illegale in qualsiasi caso. Il codice penale salvadoregno prevede condanne fino a sei anni per le donne che abortiscono, Ma i giudici spesso condannano le donne non per aborto ma per omicidio intenzionale, riuscendo a portare la pena fino ad un massimo di  trent’anni anni. Il paese è stato oggetto di durissime critiche, da parte di importanti personalità politiche locali e non, ma anche da parte di organismi internazionali come Amnesty International e come il Centro interamericano per i diritti umani. In risposta alla rigidità in materia mostrata da El Salvador, è nata la campagna “Nos faltan las 17” (“Ci mancano le 17 – donne”). Nel loro appello pubblico si legge che in tutto il mondo le gravidanze presentano complicazioni ed emergenze, ma quando la stessa esperienza viene vissuta dalle donne di El Salvador, vengono arrestate e condannate fino a trent’anni di carcere. 

Il problema principale nei paesi con leggi restrittive sull’aborto è che le donne con poche risorse ricorrono pratiche di aborto non sicure, o si auto-inducono esse stesse l’aborto con metodi non sicuri. In questi casi, c’è un alto rischio di aborto incompleto, infezione, perforazione uterina, infiammatoria pelvica, emorragia o altre lesioni interne che possono portare alla morte e/o all’infertilità. Proprio il rischio di queste complicazioni rende importante per le donne poter ricevere un’adeguata assistenza post-aborto, che possono aiutare a ridurre la mortalità materna da aborto non sicuro. 

Oltre al caso appena citato di El Salvador ci sono altri paesi in cui le donne non sono libere di accedere alla pratica abortiva, come ad esempio il Nicaragua, la Repubblica Dominicana, Haiti e l’Honduras. Il fatto che ci siano ancora Paesi in cui l’aborto è criminalizzato rappresenta un problema in generale per il rispetto del diritto alla salute, ma la panoramica diventa più chiara se si vanno a vedere i dati: nell’area latinoamericana e caraibica il numero di donne che ricorre all’aborto è molto alto, ma è anche da sottolineare che il sessanta per cento degli aborti sono non sicuri, quindi praticati con metodi non idonei in contesti tendenzialmente non sicuri,  mettendo in questo modo a rischio la vita delle donne che sono costrette a ricorrere a queste pratiche. La maggior parte delle donne che abortiscono lo fanno perché rimangono incinte quando non hanno intenzione di farlo. Nel periodo 2010-2014, l’America Latina e i Caraibi hanno il più alto tasso di gravidanze indesiderate di qualsiasi regione del mondo: 96 ogni mille donne di età fertile compresa tra 15 e 44 anni. 

Sorodidad Guatemala festeggia l’approvazione della legge argentina sul diriitto d’aborto. Hoy Argentina, mañana Guatemala! (Oggi in Argentina, domani in Guatemala)

Oltre i casi che sono stati presentati in questa breve trattazione,  nella maggior parte dei paesi dell’America Latina e dei Caraibi l’aborto È legalizzato soltanto in determinati casi, come nel caso in cui la gravidanza sia frutto di uno stupro, o di un incesto, oppure nel caso in cui questa rappresenti  una minaccia per la vita della gestante o nel caso in cui il feto presenti gravi malformazioni incompatibili con la vita. 

Sono ancora molti i Paesi in cui  sono in vigore delle leggi controverse, come ad esempio l’Honduras e la sua “legge scudo”. Come è stato evidenziato, il Paese criminalizza il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza, ma è ancor più complesso modificare questa normativa dopo che è stata approvata la cosiddetta “legge scudo”, con cui si rende necessaria la maggioranza di tre quarti dei membri del Parlamento per modificare l’articolo della Costituzione in cui viene regolato l’accesso alla pratica abortiva. 

Ma dal Sud del continente americano arrivano anche venti di speranza per le donne: in Cile le prospettive sono fortemente positive, con la nuova presidenza di Boric e il processo di stesura di una nuova Carta costituzionale. Fino al 2017 nel Paese l’interruzione volontaria di gravidanza era penalizzata in tutti i casi, mentre adesso la pratica è accessibile entro le prime dodici settimane di gestazione, o nel caso in cui la gestante rischi la vita. 

Negli ultimi anni l’America Latina è stata un faro per i movimenti delle donne di tutto il mondo, i collettivi locali sono diventati modello e ispirazione. Nonostante i casi controversi presenti nella regione, ci sono anche forti speranze di miglioramento. Il futuro è ancora tutto da disegnare, ma sicuramente per il Sud America sarà femminista.

Aborto in America Latina, tra grandi mutamenti e forti resistenze ultima modifica: 2022-05-18T17:59:35+02:00 da LUDOVICA COSTANTINI

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