Pastorale industriale

Nello stesso giorno in cui ho ricevuto la lettera della Questura di Venezia che mi invitata a intervenire “alla cerimonia di commemorazione del Commissario Capo dottor Alfredo Albanese, ucciso a Mestre il 12 maggio 1980, per mano dei terroristi delle Brigate Rosse” leggevo su ”Il Gazzettino” che il reparto cracking del Petrolchimico, ormai solo trecento posti di lavoro, sarebbe stato chiuso…
ADRIANO FAVARO
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Nello stesso giorno in cui ho ricevuto la lettera della Questura di Venezia che mi invitata a intervenire “alla cerimonia di commemorazione del Commissario Capo dottor Alfredo Albanese, ucciso a Mestre il 12 maggio 1980, per mano dei terroristi delle Brigate Rosse” leggevo su Il Gazzettino che il reparto cracking del Petrolchimico, ormai solo trecento posti di lavoro, sarebbe stato chiuso. Cracking vuol dire rottura, una tecnologia con la quale ottenere dal petrolio derivati più sofisticati da trasformare poi in solventi o plastiche. Le plastiche che si usano nelle auto – solo per fare un esempio – arrivano dal cracking. Il Petrolchimico di Porto Marghera ha avuto per decenni il reparto cracking più importante d’Italia. Avanguardia europea. Ma quelli erano tempi del nobel Natta e del suo Moplen.

Nel secondo capoverso della lettera del Questore ho letto questo:

Il funzionario, responsabile della sezione antiterrorismo della DIGOS della Questura di Venezia (Albanese ndr) stava indagando sull’omicidio del dirigente del Petrolchimico di Marghera, il dottor Sergio Gori, avvenuto pochi mesi prima; l’intuito investigativo e lo spessore umano di Albanese non erano passati inosservati ai brigatisti che lo attesero sotto casa e lo crivellarono di colpi.

Trascuro lo straniamento che mi provoca il passaggio sullo “spessore umano”: davvero i brigatisti conoscevano – e si preoccupavano di – questa dote in un poliziotto? Ma ho imparato che non si potranno mai modificare i linguaggi settoriali e burocratici degli organi dello Stato.

Allora? Non mi impressiona solo la coincidenza: il nuovo Petrolchimico nasceva nel 1971; e solo dopo pochi anni due dei suoi dirigenti vengono uccisi. Assassinati perché incolpati di quasi tutto quello che era accaduto e stava accadendo a Porto Marghera e in Italia: inquinamento, incidenti sul lavoro, sfruttamento selvaggio dell’occupazione, servi delle multinazionali, capitalisti contro la classe operaia, eccetera. Per saperne di più sul tema basta leggere i volantini brigatisti.

Mi allarma il silenzio generale su questa coincidenza. Per me, cronista in quei tempi, è difficile lasciar passare l’indifferenza di Mestre e Venezia che si è sviluppatasi con gli anni. Spiego: l’insolvenza democratica è vastissima ma parte dal non concedere, per esempio, almeno una cittadinanza onoraria a moglie e figlia di quelle due figure spirate sull’asfalto o dentro un’auto. Donne sono fuggite da Mestre perché non sopportavano il dolore di un nome di città legata alla morte. E non sopporto la nequizia di una strada lunga pochi metri dedicata al dottor Sergio Gori; mentre ad altri morti più e ampio spazio civico è stato riconosciuto. Anche se so che le memorie ai martiri della nostra civiltà non si misurano in metri quadri o centimetri delle placche, non posso dimenticare che il condominio dove risiedeva Gori, nel quartiere di Carpenedo, ha rifiutato di ospitare una targa in memoria del suo martirio. Era accaduta una cosa simile a Padova; ma lì un sindaco di sinistra ha avuto il coraggio di togliere il palo di ferro e inglobare nel muro la targa dedicata ai due esponenti dell’Msi, uccisi nel 1974, dai brigatisti proprio in quell’edificio di via Zabarella.

Anche in quel caso il condominio non voleva. A Mestre una cosa simile non accadrà mai.

La coincidenza di quelle due date – la celebrazione dell’anniversario della morte di un uomo e l’annunciata morte di una fabbrica per la quale (anche) quell’uomo è stato ucciso – mi rimbalza tra le parole di Sant’Agostino che rileggo ne Le Confessioni:

Ecco, tu ami la verità, perché chi fa la verità viene alla luce. Io la farò nel mio cuore davanti a te in questa confessione: e anche su queste pagine però, davanti a molti testimoni.  

Fare la verità comincia col fare la memoria in pubblico. Forse sì. Fare la memoria è la luce che obbliga e permette di continuare a fare la domanda: perché morire per il Petrolchimico? Tre uomini, Sergio Gori, Alfredo Albanese, Giuseppe Taliercio in poco più di un anno e mezzo sono stati uccisi – l’ultimo sequestrato, torturato e poi ammazzato a sangue freddo – perché “coinvolti” nel e dal Petrolchimico.

Chiariamo subito: il Petrolchimico non era il “Paradiso di Marghera”. In quella fabbrica da settemila dipendenti, indotto compreso, ci sono stati morti sul lavoro e morti per inquinamento. In Italia negli anni Settanta morivano di lavoro, sul lavoro, quasi dieci persone al giorno – sono tre adesso, non pare un grande miglioramento. Ripeto: no non è mai stato un paradiso il Petrolchimico, così come non lo sono mai stati gli impianti della petrolchimica in nessuna parte del mondo. Ho visto e visitato moltissimi impianti industriali italiani (e non solo) di quel tipo o simili a quelli di Marghera: a Gela dove, per esempio avevano costruito in mezzo ai resti di costruzioni e ponti romani. Ad Acerra, una Montefibre costruita in fretta per un “sud da industrializzare”, i camion prima di entrare in fabbrica erano obbligati a passare, con lente e difficili manovre, dentro il paese, su una sola strada a un solo senso di circolazione; e via così. 

No. Il Petrolchimico non era la grande bellezza ma ha portato idee di futuro e benessere in un Veneto che ad un certo punto aveva un Pil pro capite quasi uguale a quello della Calabria e fino agli anni Settanta obbligava molti dei suoi giovani ad emigrare. E ha portato anche inquinamento e malattie, problema di quasi ogni industria sorta nei decenni del boom italiano. Ma andate a sentire quello che diceva il giovanissimo sindaco di Porto Tolle, Rovigo, nel 1974, quando si stava costruendo una centrale a carbone (adesso chiusa) che avrebbe sicuramente dato lavoro ma inquinato l’ambiente:

Che differenza fa – rispondeva all’inviato della Rai il sindaco – se i miei concittadini si ammalano per i fumi di Milano o per quelli della centrale dell’Enel che si sta progettando? Almeno lavoreranno vicino a casa.  

Solo una partentesi e per fare ancora memoria: era il 1974 quando Prospero Gallinari – il brigatista che partecipò al sequestro Aldo Moro e sostenne anche, mentendo, di esserne l’assassino – fuggì ai due poliziotti che erano entrati per un controllo nella stanza della pensione al primo piano. Si era fatto assumere come manovale in una ditta di appalti al Petrolchimico per fare proselitismo terrorista. Detta così questa storia sembrerebbe somigliare ad uno specchio che mostra da parte dei morti ammazzati per difendere, – meglio “testimoniare” – lavoro, occupazione e concetti di democrazia trasferiti dentro e attorno a La Fabbrica. Dall’altra c’è la storia de La Fabbrica, proprio “quella” Fabbrica: quella di allora, delle lotte e degli assassini, dell’ambiente da risanare e il lavoro da salvare. Ma che adesso chiude.

 A pensarci bene non c’è solo questo, ci sarebbero anche le memorie che molti, moltissimi di quelli che avevano pronta la rivoluzione dentro e fuori la fabbrica, dovrebbero pronunciare ad alta voce in pubblico dicendo “io c’ero e…”. Non capiterà. Quei lunghi silenzi hanno soffocato bene la verità. La verità di quelle morti e perfino la verità di quella Fabbrica.

Paolo Volponi – che abbiamo conosciuto a Padova al circolo Filologico creato da Gianfranco Folena – nel 1962 in Memoriale, storia di un contadino diventato operaio, aveva scritto:

La fabbrica nega qualsiasi soddisfazione e quindi è come se dentro di essa il tempo non passasse, il tempo fratello degli uomini; oppure è come se passasse tutto insieme. La fabbrica è chiusa, di ferro: dentro passa il tempo dalle sette alle diciannove, ma tutto è fermo come tutto è di ferro. La fabbrica costruita per la velocità, per battere il tempo, è invece sempre ferma perché il tempo degli uomini batte qualsiasi artificiale velocità. La fabbrica in quel posto è costruita e in quello stesso posto resterà; non entrerà mai nel paese, non avrà mai un mercato davanti, una fiera […] Davanti non si fermerà nessuno.

Davanti al Petrolchimico, dove si lavorava 24 ore di seguito in tre turni, come davanti alle tante altre agonie industriali di Porto Marghera, quasi tutte annunciate (Sirma, Azotati, Fertilizzanti, Vetrocoke, Alutekna, Scac, Feltricio, San Marco, Montefibre, elenco interminabile, migliaia di posti di lavoro bruciati) non si fermerà più nessuno. Le Brigate Rosse che decidono di uccidere i “simboli” – vicedirettore prima e direttore della Montedison dopo – non hanno letto Volponi, non sanno che la fabbrica non “entrerà mai nel paese”. Mai? Aveva ragione Volponi: mai. Nel solo 1980 il gruppo Montedison, il padrone privato della chimica italiana, aveva perso 230 miliardi di lire, il 30 per cento del suo valore e il ministro delle partecipazioni Statali Gianni de Michelis aveva così annunciato la vendita delle azioni pubbliche, il 17 per cento del totale. Sarebbero entrati compratori i privati; ma prima Montedison aveva annunciato l’aumento del capitale dai 335 a mille miliardi. Soldi di chi? Prestati dalle banche per una delle tante altalene industriali: prima la chimica ai privati, poi al sistema pubblico, di nuovo ai privati. Perdite pubbliche, guadagni privati, si diceva. Si diceva. 

Delle perdite colossali forse i brigatisti non sapevano bene, così come non conoscevano molte altre cose. Del Resto Gianni Francescutti, uno dei rapitori e sequestratori di Taliercio (il direttore si era dimesso pochi giorni prima del rapimento, aspettava il trasferimento) dirà: “Non sapevamo che domande fargli, nessuno di noi era mai stato in fabbrica”. Eppure quella fabbrica, attraverso i suoi dirigenti, bisognava distruggerla. 

Non ho la risposta esatta – dice l’amico tedesco Overath a Girolamo Aspri – ma posso dire senza essere originale ma nemmeno lontano dal vero, che appena l’uomo ha costruito la società ha contemporaneamente pensato di distruggerla tutta, tutta insieme, anch’egli dentro, un poco dentro e un poco fuori.

È l’altro libro di Volponi, Corporale a narrare così il disagio di un mondo che non può immaginare né vedere il proprio futuro

Saranno i tre giorni di guerriglia a Porto Marghera, dal 1 al 4 agosto del 1970 a dare il via all’esercitazione di tutte le formazioni dell’estrema sinistra contro polizia e carabinieri in un terreno che aveva come giusta richiesta le rivendicazioni salariali degli operai delle imprese di appalto, ma come obiettivo perversamente nascosto le prove generali di lotta industriale (e politica), subito dopo quelle del ’68-‘69. Marghera brucia allora ma poi la guerriglia scomparirà per un po’ dalla zona industriale. La guerriglia riappare dura e con folate internazionali a Venezia gli ultimi giorni di marzo del 1977. C’è voluta la puntualità dello scomparso Leopoldo Pietragnoli per ricordare a noi, orfani di molti archivi, gli effetti di una lotta che quella volta portò a oltre 60 tra arrestati e fermati, alcuni stranieri. Tutto preparato a tavolino, tutto organizzato secondo precise tecniche. Alcuni giornali titolarono genericamente di “raid di teppisti e ultras” parlando di danni per centinaia di milioni. Ma era ben altra cosa e quasi mancavano i termini per descrivere i protagonisti.

Parte tutto con l’assalto di autoriduttori al Malibran, dove suonava John MacLuaghlin – è l’elenco di Pietragnoli. Nei conseguenti scontri con la polizia per le calli, volarono molotov, e molti negozi furono danneggiati: i magazzini Standa, Coin, la sede della CIGA, la sede de Il Gazzettino. Il negozio di Luisa Spagnoli distrutto dalle fiamme coinvolgendo anche le case vicine. Fuoco all’agenzia di viaggi Melia al Ponte della Canonica, ed a un albergo presso il Campo dei Frari nel quale furono esplosi dei colpi di pistola. Di notte scontri attorno la sede del Movimento Sociale Italiano in campo Manin, ove un carabiniere avvolto dalle fiamme di una molotov sparò ferendo un giovane. Poi furono colpiti gli obiettivi più vari: scuole, consolati, sedi di aziende, oratori, sedi della Democrazia Cristiana, case di attivisti di destra, e di insegnanti e presidi, gli studi di ginecologi, case di giornalisti, associazioni artigiane, cinema, librerie, banche. Una molotov lanciata contro la porta della chiesa di San Giovanni in Bragora. Verso sera gli uffici della Giunta regionale del Veneto in calle Tron furono invece colpiti con la dinamite. Altri ordigni incendiari contro l’entrata del comando della Guardia di Finanza in campo San Polo, un motoscafo bruciato. 

Anche questo è fare memoria. Spiegare come si arrivi, un poco alla volta, ad ammazzare.

La pastorale industriale che aveva popolato le campagne trasformate in fabbriche nel 1977 era finita. Il sogno di uno sviluppo che ospitasse “nel paese” l’azienda Porto Marghera non era possibile. Bisognava aspettarsi i momenti gravi; ma molti non capirono e adesso cercano anche di dimenticare.

Ma si deve comunque sapere che iI giorno del sequestro di Giuseppe Taliercio – lo stesso giorno nel quale escono i nomi della P2 – i preti operai impegnati a Campalto, nuovo quartiere satellite di Mestre, fecero fatica a spegnere la spontanea festa di esulto nata tra la gente. Anche se quando il corpo di Talierico venne trovato vicino al Capannone del Petrolchimico nessuno avrebbe pensato che quella struttura – riconosciuta da tutti come “simbolo di confronto sociale e politico” – finisse in vendita. Sta accadendo in questi giorni: merce. Come è stato merce il Petrolchimico. Come sono stata merce i corpi di tre uomini assassinati. 

Anche se non cambia niente la domanda è sempre la stessa. Perché sono morti Gori, Albanese, Taliercio?  

Morti per una fabbrica che ora chiude e si vende? Così va il mondo? No, troppo poco per bastarci. Per questo servirebbe una risposta che facesse finire l’ansimare forte di quello che resta delle fabbriche di Marghera (dove ancora non si legge nessuna transizione né tantomeno un futuro green) e l’ansimare parallelo dei parenti di quelle persone assassinate. Parenti spesso lasciati per anni soli, resi quasi “colpevoli” da una situazione che in troppi, in questo nostro amaro paese, hanno voluto cancellare; o tentato di eliminare. Nel 7 luglio del 1981, giorno dei funerali di Giuseppe Taliercio, il titolo di prima pagina de Il Gazzettino – dove la moglie Gabriella diceva che i brigatisti andranno a chiederle perdono – era affiancato a quello della morte per overdose di tre ragazzi. Un imbarazzante segnale del caos di questa città di allora. Città dove sembra non sia cambiato niente dopo 40 anni. Oggi Mestre con i suoi giovani morti resta ancora la capitale della droga del Veneto. E Porto Marghera oggi è la capitale di troppe sconfitte sociali e industriali; anche se allora qualcuno aveva parlato di progresso e successo. 

Di quelle cose resta un po’ di memoria in qualcuno e ancora tante domande alle quali si potrebbe dare risposta per togliere il terrorismo italiano da quel luogo che il prefetto di Venezia Vittorio Zappalorto ha definito “le nostre foibe contemporanee”.

Ma attenzione. Leo Longanesi aveva ragione quando diceva che “Quando potremo dire la verità, non la ricorderemo più”.

Pastorale industriale ultima modifica: 2022-05-18T00:23:09+02:00 da ADRIANO FAVARO

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