Remando contro la storia

Il Comune di Venezia impone all’Associazione delle Remiere di Punta San Giobbe di riconsegnare le chiavi del cantiere di Sant’Alvise. Rischia così di chiudere una realtà che dura da ormai quarant’anni, che conta al suo interno otto remiere, 177 imbarcazioni, ottocento iscritti paganti e trecento giovani.
GIUSEPPE SACCÀ SARA ARCO
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In questi giorni la cronaca locale è caratterizzata da un evento che ha dell’incredibile. Dopo anni di silenzio, improvvisamente, il Comune di Venezia si è palesato all’Associazione delle Remiere di Punta San Giobbe nei peggiori dei modi: avviando una procedura di sfratto. Infatti, con una determina, il Comune chiede all’Associazione di riconsegnare le chiavi del cantiere di Sant’Alvise, sgomberare il materiale di sua proprietà e trasferire sede legale e amministrativa, il tutto in pochi giorni. 

Rischia così di chiudere una realtà che dura da ormai quarant’anni, che conta al suo interno otto remiere, 177 imbarcazioni, ottocento iscritti paganti e trecento giovani.

Le remiere gestiscono questo spazio versando un affitto al Comune, garantendo a prezzi irrisori – sotto i sedici non viene chiesto alcun contributo economico – la possibilità per tutti i soci di vogare, occupandosi della manutenzione degli spazi e della cura della barca. Inoltre, si insegna a vogare gratuitamente, così educando a cosa sia la laguna e come viverla all’insegna della sostenibilità. 

Anni di battaglie sono stati eliminati con un tratto di penna. Infatti la storia dell’Associazione delle Remiere di Punta San Giobbe parte da molto lontano.

Era il 1° novembre del 1977 quando alcuni appassionati di voga decisero di “occupare” l’ex Macello a Cannaregio.

L’area era in forte stato di degrado da anni. Dal trasferimento del Macello comunale in Via Torino a Mestre, gli edifici abbandonati erano spesso oggetto di atti di vandalismo, abbandono di rifiuti o ritrovo di malintenzionati, rendendo così insicuro e inagibile un punto molto importante della Città storica.

Avviando un’opera di pulizia e riqualificazione, gli “occupanti” riuscirono a destinare parte dell’immobile al ricovero di imbarcazioni della tradizione veneta. Come si direbbe oggi, un progetto di rigenerazione urbana di successo.

Con il passare del tempo e l’aumento della “flotta” i veneziani riescono a riqualificare diversi edifici. 

Insomma, la voga salva dal degrado Punta San Giobbe trasformandola in breve tempo in uno dei punti chiave per la riscoperta delle tradizioni veneziane nel nostro territorio. 

Nel 1997 l’Associazione è già composta delle otto remiere attuali: Società Canottieri Cannaregio, Associazione Settemari, Gruppo Remiero Tre Archi, Remiera San Giacomo dell’Orio, Gruppo Remiero San Polo dei Nomboli, Remiera Ponte dei Sartori, Remiera Serenissima, Gruppo Sportivo Artigiani. Nello stesso anno inizia una lunga fase di trattive tra le remiere e il Comune che decide di dare in concessione l’intero stabile all’Università Ca’ Foscari. Il percorso si concluderà solo nel 2002 con l’individuazione di una nuova casa per le remiere. La nuova sede è appunto Sant’Alvise, nell’area dell’ex CIGA, all’interno del bellissimo parco di Villa Groggia. Negli anni, tra i diversi iscritti si succedono atleti olimpionici, campioni nazionali, vincitori di regata storiche. 

Arriviamo quindi ai giorni nostri e ai fatti che hanno portato alla richiesta di restituzione delle chiavi. Ecco come i fatti sono stati raccontati dai quotidiani locali.

Il 14 maggio è annunciato lo sfratto definitivo per l’Associazione delle Remiere. 

Il Gazzettino (Raffaella Vittadello) scrive:

Ma la vera rivoluzione, che viene vista con sospetto dai presidenti delle remiere, è quella «dell’individuazione di un soggetto denominato gestore dei servizi comuni, a cui affidare l’incarico di garantire l’operatività del compendio, per permettere lo svolgimento delle attività sociali per un periodo di sei mesi rinnovabile di altri sei». [..] Sullo sfondo le guerre interne tra remiere, una in particolare contro tutte le altre: gli Artigiani [..].

Per capire appieno la dialettica di un’Associazione così composita, è importante leggere un comunicato stampa di questi giorni dell’Associazione:

la modalità di voto che l’Associazione si è statutariamente data, infatti, si basava sul criterio numerico: tanti soci, tanti voti. Il sistema ha peraltro ben funzionato per molti anni e, solo di recente, due dei sodalizi liberamente aderenti alla Associazione (in rappresentanza di poco più di 39 soci su un totale di ottocento) hanno deciso di contestare tale modalità deliberativa.

La Nuova (Eugenio Pendolini) aggiunge:

I rapporti tre le otto remiere iniziano a incrinarsi nel 2018 [..]. Il punto di rottura è però nel dicembre 2021 e riguarda una remiera, che viene espulsa dell’Associazione. Si tratta del Gruppo Artigiani, escluso dall’Associazione per non aver pagato per oltre un anno le quote rapportate al numero dei soci e delle imbarcazioni ospitate nel cantiere. Seguono diffide da parte del Comune, richieste di rimozione di imbarcazioni, richieste negata di utilizzo di barche con tanto di lettera da parte dello stesso Comune. Fino, appunto, alla decisione della Giunta di fine aprile e la nomina di una referente unica, la dirigente Veronica Rade” 

Come Partito Democratico riteniamo che sia grave questo atteggiamento da parte dell’Amministrazione: una gestione democratica come è stata fino ad oggi è la sola opzione per il governo di un bene pubblico.

Un atto unilaterale di cui ancora oggi le remiere hanno potuto conoscere le opinioni della Giunta solo dalla lettura dei quotidiani. 

Sicuramente ci sono delle questioni aperte da risolvere legate, ad esempio, ad un contratto d’affitto scaduto e mai rinnovato seppur sempre onorato dall’Associazione nei confronti dell’Amministrazione. Si vuole passare dalla formula del contratto di locazione a quello della concessione? Parliamo allora della concessione. Si vuole investire per migliorare spazi e struttura? Bene.

Ma per fare tutto ciò serviva sfrattare e di fatto chiudere l’Associazione delle remiere di Punta San Giobbe? Assolutamente no!

Inoltre, tutta questa vicenda si contrappone a quanto sta accadendo a San Giuliano. Perché da un lato della laguna si favoriscono forme di autogoverno nel mondo della voga mentre dall’altra si fa l’opposto? Tutti sappiamo quanto le amministrazioni, anche l’attuale, cerchino interlocutori unici davanti a spazi pubblici gestiti da più associazioni, ma questa regola sembra non valere solo per Sant’Alvise. Il Comune sta così prendendo parte all’interno di una dialettica interna all’associazione mettendo la parola fine ad una realtà che invece deve essere valorizzata e aiutata a crescere nel rispetto della sua autonomia. Infine, viene da chiedersi se tutti i servizi gratuiti che l’Associazione offriva alle scuole e ad alcune associazione di volontariato proseguiranno anche con il nuovo corso.

Chi difenderà la tradizione e la cultura della laguna? Colpisce l’assordante silenzio del delegato alla tutela delle tradizioni, il leghista Giovanni Giusto. Come quello del suo compagno di partito, nonché vicesindaco, Andrea Tomaello: quest’ultimo ha firmato la delibera che dispone come la gestione dell’immobile torni in capo all’amministrazione e le future concessioni siano annuali e ben otto, ovvero una per singola remiera. 

Come Partito Democratico ci siamo mossi immediatamente perché l’Amministrazione torni sui suoi passi, riconsegni gli spazi all’Associazione e rispetti le forme di autogoverno democratico. Con gli atti di questi giorni l’Amministrazione si inserisce con forza e in maniera scomposta all’interno di una gestione che ad oggi ha portato a risultati che hanno permesso a questa realtà di diventare in quarant’anni un punto di riferimento per migliaia di persone amanti della voga e delle tradizioni veneziane.    

L’Associazione remiere Punta San Giobbe in un servizio fotografico di Andrea Merola

Remando contro la storia ultima modifica: 2022-05-24T11:37:06+02:00 da GIUSEPPE SACCÀ SARA ARCO
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1 commento

Sandra Stocchetto 27 Maggio 2022 a 0:32

Riflessioni sullo sfratto delle remiere dalla loro sede di Sant’Alvise a Venezia. Oltre alle privazioni nella residenzialità e vivibilità subite dai veneziani, è sconcertante che anche il mondo della voga patisca uno sfratto, e per di più da parte delle istituzioni comunali. Questo in un contesto già difficile per il moto ondoso fuori controllo e le difficoltà di avere un’imbarcazione. Senza questo prezioso presidio di identità e di socialità i nostri campioni di voga restano senza strutture e migliaia di cittadini perdono un luogo in cui si coltivano l’amore e la cura per un bene comune. È il senso di appartenenza identitario a subire un grave colpo, trasmesso anche ai ragazzi attravero la collaborazione con le scuole.
Quando abitavo fuori Venezia, usufruire di mascarete e sandoli, come iscritta alla Remiera Cannaregio, mi permetteva la domenica di girare per le isole della laguna, con altri veneziani non più residenti, e di sentirmi ancora parte della città. Mi sentivo a casa ed era inebriante faticare tra acqua e cielo seguendo le indicazioni del libro “Di isola in isola. Come raggiungere le isole minori della laguna di Venezia”, Brenetani editrice, (1983), un testo – purtroppo poco diffuso – con informazioni storiche sulle isole, indicazioni su come arrivare alle isole e ormeggiare tenendo conto dei fondali, sui luoghi di rifornimento, le strutture e i ristori una volta sbarcati. Un mondo con pochi riscontri nella situazione attuale per l’evoluzione delle strutture e soprattutto la modificazione di fondali.
Quando poi, in controtendenza, sono riuscita a tornare vivere nella mia città, una delle prime cose che ho fatto è stata intensificare la frequentazione della Remiera Cannaregio: una specie di casa in cui era schierata una vera e propria flotta di tutte le barche tradizionali, tenute con grande cura. Una sede di attività sportive – pregevole nella carenza delle strutture in città – e un ambiente di socializzazione e trasmissione delle tradizioni veneziane. Infine le remiere costituiscono una grande opportunità per chi non possiede una barca e non riesce a non riesce a disporre di ciò che un tempo era qualcosa di assolutamente normale: un posto barca.

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