Beatrice Talamo. Tempo e scelta

“La mattina leggevo l’oroscopo” è un libro in cui i conti che l’autrice fa con il passato e con il presente sollecitano il lettore a confrontarsi con i propri anni e le decisioni che li scandiscono, nel bene e nel male.
FRANCISCO DE ALMEIDA DIAS
Condividi
PDF

Riuscire a spiegare, a trascrivere su carta quello che penso, quello che provo, può non essere affatto degno d’interesse per gli altri. Ma lo è per me, soprattutto se emerge qualcosa di nuovo: un rincorrersi di parole, aggettivi, verbi, quasi fossero colori. E quelli che nascono grigi o neri, persino loro, assumono brillantezza. (p.148)

Parola di traduttrice, quale è Beatrice Talamo, che affronta ora una nuova fatica letteraria – quello che dovrebbe essere un libro, diventato invece un diario. La mattina leggevo l’oroscopo (Castelvecchi, 2022) è l’esercizio quotidiano di una donna che si ritrova padrona di troppo tempo in un tempo sospeso dalla pandemia. 

Come ogni esercizio, questo richiede dall’autrice una sana ostinazione, che la porta a sedersi la mattina alla scrivania (a volte improvvisata tra gli scatoloni zeppi di oggetti di un imponderabile trasloco) e cominciare a muovere i muscoli, prima quelli dell’anima e poi quelli delle mani sulla tastiera. Come ogni esercizio di traduzione, si tratta di ritrovare, tra l’ampia scelta che le offre il patrimonio inscatolato nella mente (messo da parte per chissà quali traslochi) la parola giusta, quella che più chiaramente dica il momento.

Per Beatrice Talamo, però, parola di traduttrice – che lo è stata di E.T.A. Hoffmann, Leo Perutz, Rose Ausländer, tra altri germanofoni del Novecento – è sempre e comunque anche gesto di artista, che cerca in colori e in formeespressioni che tanto la soddisfino quanto la lettura e la scrittura, scoperta in tenera età, quando i genitori la portavano settimanalmente in libreria e le davano tempo (rieccolo – il tempo) di scegliere (di nuovo – la scelta). 

La donna gialla della copertina è un autoritratto ideografico, ricoprendo anch’esso il tempo intero dell’autrice attraverso la precisa scelta di rappresentarsi come un albero. Fiore dell’infanzia, frutto della maternità, radice della famiglia, lo sguardo di questa Beatrice dai capelli arruffati regge frontalmente l’interlocutore, che assiste in diretta alla sua metamorfosi: il tronco e le foglie dei rami (Dafne perseguitata da quale Apollo?) a simboleggiare un immobilismo forzato, forzoso per l’atto creativo.

Anarchiche, nostalgiche – come le mani del saggio che l’anno scorso ha pubblicato con Quodlibet e che porta come sottotitolo La sfida d’inizio Novecento fra il corpo integro e le sue parti – le sue scelte hanno la capacità di vivacizzare il tempo del lettore, a volte interpellandolo direttamente, ma non abdicando mai alla coraggiosa prima persona singolare, altro filo conduttore di queste settantanove giornate di un anno particolare.

La sensazione di essere dinnanzi a una struttura perfetta per un romanzo non intacca l’assoluta sincerità della narrativa, continuamente sottolineata anche dal potente sistema di simboli a cui Talamo-scrittrice e Talamo-artista ci ha da sempre abituati (attrezzare la stanza “per raccontare il senso di me e della mia realtà”, scriverà a p.28): gli oggetti che la circondano, gli animali che le parlano, i suoi personaggi che ritornano non velano pensieri o sentimenti, ma gli rivelano con la poesia che aggrazia la bellezza e mitiga la tragedia umana. E gli alberi, certo: la cui vista giunge dalla finestra, popolati da pappagallini “abusivi”.

Ed è tutto umano questo tempo dilatato che condivide con il lettore. Presente frammentato nelle vite della famiglia prossima che con lei occupa i vari piani della palazzinavinta alla lotteria da sua nonna. Presente frammentario tra quel passato, a volte imponente e a volte emotivo, e un avvenire che ritorna nell’incantevole figura di “bimbo mio”. A compattare questi tempi, lo spazio magico della casa:

Incuranti della bellezza, passiamo oltre. Ci siamo nati. Abituati alla storia e al passato, cerchiamo altri passati e altre storie. Forse un futuro, forse un nascondiglio della natura. Un rifugio. (p.15)

Con la raggiunta naturalezza dello sguardo verso le cose del mondo e degli uomini, regalata dagli anni, dalle lacrime e dai sorrisi, Beatrice Talamo ha rimosso da questo testo ogni traccia di didattismo. Sembra che tutti gli anni in cui ha insegnato Letteratura Tedesca all’Università le diano, viceversa, l’autoironia necessaria per leggere ogni mattina l’oroscopo e ogni mattina stabilire che sono il tempo e le scelte a mappare le stelle e i sogni nei cieli della propria vita.

Questo è un libro da leggere dandosi del tempo, scegliendo il momento adatto. È un libro in cui i conti che l’autrice fa con il passato e con il presente sollecitano il lettore a confrontarsi con i propri anni e le decisioni che li scandiscono, nel bene e nel male. 

L’autrice è pronta per andare avanti, rinnovato qui il suo voto di fedeltà alla scrittura – “la sensazione di aver raccontato con verità di un’anima, di un corpo, di un cuore. Del suo fermarsi quasi per sempre e invece poi no, ricominciare a battere, riprendersi e imboccare nuove strade” (p.152). Inizia, dunque, l’attesa per la prossima narrativa di Beatrice Talamo. Dove ci porterà? Certamente a un luogo di speranza.

Beatrice Talamo. Tempo e scelta ultima modifica: 2022-05-31T17:18:15+02:00 da FRANCISCO DE ALMEIDA DIAS

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento