Moro, De Mita, la democrazia, e la “maschera” della Dc

Ragionando sui “ragionamenti” di De Mita grazie al film “Esterno Notte” di Bellocchio e un libro di Follini. Ovvero di come il tema della democrazia rappresentativa e dei partiti popolari di massa non è solo una “commedia all'italiana” di “maschere” ma una questione urgente e attuale.
ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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Mi accingevo alla scrittura di una riflessione suscitata da Esterno Notte di Bellocchio quando è sopraggiunta la morte di Ciriaco De Mita. Per me lui è stato un riferimento forte della mia attività politica e a lui devo anche molto dell’attività che ho svolto nella Dc ma più direi nella nostra “setta”, come una volta definì scherzosamente la nostra Sinistra Dc, atteso che una volta (lo ha notato in un suo post, come sempre denso culturalmente, Fabio Martini su Facebook) ci s’iscriveva alla Dc (è il mio caso) perchè della sinistra dc ; oppure si era lombardiani o ingraiani anche e contemporaneamente all’essere iscritti al Psi o al Pci… e come mi è successo poche altre volte ho preso un po’ di fiato per riordinare le idee leggendo “coccodrilli” e ricordi talvolta (come accade spesso di questi tempi) molto dedicati,nella fretta, al colore più che alla sostanza.

Questa difficoltà a collocare Ciriaco De Mita, non nasce solo oggi, tempo in cui la politica è dominata dalla battuta veloce su Twitter o da una foto provocatoria in Instagram (e peraltro non è che Nenni o Berlinguer o Cossiga o un Pajetta non avessero la “verve” e la battuta pronta… ne esistono a decine che spesso sono citate senza risalire alla fonte, per ignoranza o pressapochismo) ma lo ha accompagnato anche al suo tempo, così come Moro è stato idealizzato dopo la sua morte, e vi risparmio i commenti salaci che venivano riservati ai suoi discorsi nella contemporaneità. Con la differenza che Moro, per il suo atroce destino politico e umano subìto e la ragnatela di misteri che circondano la sua vicenda, è accomunato ad altri martiri per la legalità e la democrazia, mentre De Mita rimane legato a doppio filo a una storia che è considerata chiusa e sepolta; quella della cosiddetta Prima Repubblica, usando una periodizzazione che va dal secondo dopoguerra alla caduta del Muro, la fine dell’Unione Sovietica e, sul piano interno, l’implosione dei partiti italiani che caratterizzarono i cinquanta anni di quel secondo dopoguerra.

Ho trovato tanti commenti sulla vita di De Mita, che fu segretario della Dc per il periodo più lungo della sua storia (perfino più di De Gasperi) che hanno provato a raccontare il contesto (il tentativo di rinnovamento del partito e le nuove classi dirigenti, lo scontro con Craxi, il confronto col Pci di Berlinguer e Natta, i tentativi di riforme istituzionali) ma non si sono nemmeno sognati di entrare nei suoi “ragionamenti”, un po’ per paura di offrire a una “audience” ormai impreparata, qualcosa di troppo alto e incomprensibile rispetto alle polemiche sulle magliette di Salvini, gli “ukase” di Conte o le intemerate di Fedez; un po’ per una ragione ideologica pregiudiziale: la certezza che quelle riflessioni, quei voli pindarici e cartesiani, non solo di De Mita ma della politica della Prima repubblica in generale, nascondessero in realtà solamente una realtà “truccata”, fatta di clientelismo e partigianeria, di “consociativismo” e obbligo di sudditanza dei cittadini ai partiti. Dico subito che è una critica legittima e non è che non avesse alcuni fondamenti nelle modalità di comportamento di pezzi o parti, dei partiti politici di allora, ma innanzitutto non tiene conto delle critiche – anche più feroci talvolta di oggi – che internamente a quei partiti e ai mondi collegati (sindacati, associazionismo, simpatizzanti) erano presenti quotidianamente, ma soprattutto non coglie il percorso a medio-lungo termine, le strategie e anche le radici di un confronto politico. E questo è più grave, perché non permette a questo confronto di esprimersi nemmeno oggi, facendo il gioco di un “presenteismo” totalizzante e di una assoluta incapacità di dibattere le questioni vere,di fondo, della crisi politica in una Italia che sembra sempre in perenne transizione.

Allora, dopo aver fatto incetta di riflessioni, opinioni e ricordi ho cercato di ritrovare il filo che, a mio modesto avviso, lega i discorsi e i ragionamenti fatti da Ciriaco De Mita negli anni del settennato di segreteria del partito e che poi con orgoglio ha ripetuto nella sua navigazione altalenante nella transizione infinita: nel Pd e nei convegni dei cattolici, della Fondazione Sturzo, fino a un apice nello scontro sul referendum istituzionale in cui si contrappose felicemente a Matteo Renzi in televisione, surclassandolo e secondo me contribuendo a suo modo alla vittoria dei “No”, non in virtù di un’antipatia personale ma della difesa di un ruolo dei partiti politici nel novero del ruolo costituzionale che dovrebbero esercitare (conscio dei limiti attuali e passati di questo ruolo, sia chiaro).

E devo dire che, per aiutarmi nella riflessione, ho avuto due potenti riferimenti sia nel film Esterno Notte di Marco Bellocchio sia nel penultimo libro di Marco Follini Democrazia Cristiana, il racconto di un partito, a mio avviso sottovalutato per la sua chiarezza e originalità.

Perché il film e il libro, e cosa c’entrano con la riflessione su De Mita?

Vado per ordine: il film di Bellocchio, pur in una forma inusuale e forse non finita, visto che sarebbe la prima parte di un’opera seriale (e dunque che raggruppa per ora le prime tre puntate, se capisco bene) è un bel film, e una serie che guarderei. Il regista non ha certo bisogno della mia approvazione e io non credo sia accettabile confondere l’arte con il giudizio personale, politico o ideologico.

Sul piano puramente del mio gusto personale trovo che tenda stranamente (avendo qualche anno più di lui) a “Sorrentinizzare”, ovvero a dare di alcune parti della realtà – in particolare la politica, ma anche la religione o i rapporti famigliari – un’idea un po’ surreale, molto visiva e sopra le righe. Ma capisco che in una narrazione ci sta. Quello che non convince davvero è l’idea della politica e in particolare della Dc, dove scelto Moro come figura santificata che si eleva dal consesso a cui appartiene e Cossiga personaggio simbolo di una compenetrazione di potere, scelte pratiche e vita vissuta in contraddizione/i, il resto è “commedia all’italiana”, nel senso nobile del termine…

Aldo Moro, a Terracina, con la figlia Fida, 1961.

Tutti sono “maschere”: Fanfani quella del presidente che dà la parola, Zaccagnini quella del buon uomo capitato per caso alla segreteria della Dc, Berlinguer fumatore incallito espressione della durezza politica, alias scelta della fermezza, Craxi uno che rompe i giuochi però dichiarandolo prima come strategia sua e del suo partito, Andreotti ovviamente con la maschera inconoscibile e misteriosa di…. “Andreotti”. Bellocchio non fa un documentario né fa lo storico, ovviamente, ma non ci prova nemmeno con la poesia stavolta, che in alcune parti e nel finale di Buongiorno Notte avevano aleggiato benevolmente. E stesso problema di comprensione si pone per la religione, per cui Paolo VI, il Papa della conclusione del Concilio Vaticano secondo, della Chiesa nella turbolenza del Sessantotto, già assistente spirituale della Fuci, praticamente un papa pensatore e filosofo, vive nella contraddizione tra il sangue che macchia vivacemente di rosso la veste candida a causa del cilicio e le mazzette di denaro che in Vaticano tengono su un tavolo tra gli affreschi secenteschi… per carità, licenze Sorrentiniane (Il Divo, The New Pope) in prestito a Bellocchio ma una visione della religione come mistero, superstizione, sangue e sterco (del diavolo), un po’ datata e priva di riferimento alla realtà post conciliare italiana.

Ora – e grazie di avermi seguito fin qui – questo è uno dei nodi fondamentali della storia della Democrazia Cristiana: l’ispirazione religiosa come fonte, laica, di impegno dei laici in politica. Da Sturzo che – a dispetto della tonaca e degli avvertimenti vaticani – diventa sindaco e fonda l’Anci e che nel discorso del 1905 (sempre molto citato da Ciriaco De Mita) disegna un Paese in cui i cattolici esercitino la politica laicamente: fedeli in Chiesa ma rispondendo solo alle scelte delle direzioni politiche del partito (Popolare prima, Dc e poi Popolare di nuovo ). Alternativi, con gli altri movimenti (comunisti e socialisti) nella storia (De Gasperi), oppure competitivi con gli altri movimenti, (Dossetti, la sinistra Dc, Zaccagnini, De Mita, Martinazzoli), ma sempre nella “storia” degli uomini. Impegnati nella politica “a causa” della propria fede, non “per la propria fede”.

Questo filo che lega Sturzo e il Popolarismo,che con lui viene mandato in esilio più dalla sua Chiesa che dal fascismo; De Gasperi che dice no al Papa Pio XII per liste con la destra al Comune di Roma e non viene ricevuto con sua moglie; e tutti i dc che hanno scelto la laicità come confronto con la modernità, era uno dei filoni fondamentali dei ragionamenti di De Mita, che vedeva nei partiti politici e nelle istituzioni il luogo di incontro e di crescita della democrazia e nei cattolici democratici con il loro popolarismo ( assieme e in competizione con i movimenti popolari e di massa comunisti e socialisti) il riferimento di una democrazia fondata sul popolo e non sulle élite.

Per questo Moro aveva costruito la “terza fase” e per questo probabilmente fu ucciso dalle Brigate Rosse con il concorso colpevole di coloro che indagarono poco, di coloro che lasciarono correre, di coloro che “insomma, è un fatto italiano” e naturalmente di coloro che tramavano per l’Italia strategie della tensione e costruivano reti e collegamenti per garantire piani di autoritarismo o anche dittatura, a imitazione di golpe sudamericani o di vicini europei, come la Grecia. Un colpevole certo, e tanti colpevoli di omissione.

Ma Moro non era un corpo estraneo alla Dc né alla politica italiana. E non poteva non vedere che la “democrazia bloccata” respingeva le istanze che i partiti popolari di massa (non solo la Dc e il Pci, ma tutti, compresi i piccoli partitini estremi) avevano costruito dal dopoguerra, e rendeva più facile a élite senza consenso, ma non certo senza potere, di decidere per tutti o, peggio, di volgere il Paese verso scorciatoie antidemocratiche.

E De Mita riprese quel disegno. Probabilmente senza più le condizioni date, con i partiti deterioratisi e inclini ai loro difetti: clientelismo e corruzione, difesa dei confini acquisiti e dei privilegi che il sessantotto aveva contestato (e Moro prima, Berlinguer dopo, tra i pochi, compreso) e a cui i partiti politici non avevano saputo rispondere con una loro rifondazione di valori, aperta alla stagione delle giovani generazioni.

De Mita ripropose l’idea di un patto costituzionale, di una riforma delle istituzioni, di un accordo tra i politici che salvaguardasse l’idea del “popolarismo”, non solo cattolico ma come base naturale dei partiti politici e di conseguenza base naturale della democrazia di popolo, eredità della Resistenza intesa come prima lotta risorgimentale di popolo e non delle sole élite. Certo a De Mita non sfuggiva che, per avere masse popolari, bisogna educarle alla democrazia, mantenere viva quella educazione, non cedere al populismo (ripeteva sempre quell’esempio per cui se vai dal dentista per un mal di denti il dentista deve curarti, non urlare per solidarietà con te e il tuo dolore) e forse non ha fatto abbastanza o non è riuscito a combattere certi errori e privilegi anche territoriali, ma non si è mai sbagliato nelle scelte fondamentali di dirigenti politici e la “primavera di Palermo” con Sergio Mattarella e Leoluca Orlando iniziò per sua scelta e con la sua piena copertura politica.

Cadde infine per una regola non scritta ma chiarissima nella storia della confederazione partitica chiamata Democrazia Cristiana : il Governo del Paese comincia dal Partito ed il Partito “governa” il Governo : successe a Fanfani e successe a lui. Quando altri amici lo spinsero a fare il Presidente del Consiglio i giochi erano fatti e la Dc non avrebbe tollerato che l’ equilibrio dei poteri non fosse ristabilito. La mediazione,alta o bassa, era ciò che la Dc partito “nazionale” proponeva al Paese ma praticava anche dentro di se stessa e non poteva permettere eccezioni.

A mio avviso, De Mita lo sapeva bene e non amò fare il presidente del Consiglio quanto amava essere leader del partito. E in più aveva perso un amico, Roberto Ruffilli, così prezioso per le riforme istituzionali quanto poco conosciuto; evidentemente non da chi armò la mano degli ultimi brigatisti rossi con una perizia politica che rimane – quello sì – un mistero. De Mita credeva che la politica si facesse indicando linee e visioni, non occupandosi dell’amministrazione quotidiana. Forse un limite (soprattutto di controllo) . Ma Moro aveva la stessa idea, al punto di chiamare Andreotti, un pragmatico, a realizzare la “solidarietà nazionale” come presidente del Consiglio.

L’idea che la politica, il pensare la politica, costruisse la politica stessa, non era certo solo una idea di De Mita e Moro, e non solo di alcuni, più capaci, leader Dc; ogni partito aveva persone capaci e ascoltate nel loro partito e fuori; Moro si ritagliava uno spazio di sguardo generale molto simile a quello di Ugo La Malfa con cui dettero vita – secondo la mia modesta opinione – al miglior governo della Prima repubblica (e forse della Repubblica stessa) e De Mita, che sapeva di non poter essere Moro ma ne comprendeva la visione, cerco di garantire tra le forze popolari la presenza durevole del movimento (laico) dei cattolici democratici ovvero la storia del popolarismo, antidoto al populismo e al plebeismo incipiente che lui percepì chiaramente nel 1992.

Qui, e per concludere questa riflessione – lunga, me ne scuso – ma forse trasversale rispetto a ciò che abbiamo letto in questi giorni, mi sovviene, come detto, il libro di Follini a rafforzare il mio giudizio su Esterno Notte di Bellocchio e le ragioni dei ragionamenti di De Mita.

Perché viene giustamente da domandarsi perché, se queste riflessioni così alte ma anche concrete sulla necessità popolare della politica, sulle ragioni della riforma dei partiti e delle istituzioni fossero così avanzate esse scomparvero nei flutti dell’eterna transizione italiana, prima in una Repubblica del maggioritario imperfetto e poi in quella della politica populista e urlata. Il motivo dell’assenza di una riflessione politica capace di comprendere questi problemi sono gli stessi che portarono alla fine della Dc e che Follini coglie a mio avviso in una forma chiara e definitiva nel capitolo finale del libro che lui chiama “il partito misterioso”. Dove non vi è in realtà nessun mistero della Dc ma dove Follini spiega che non era obbligatorio pensare alla nascita e vittoria della Dc ma neanche alla sua scomparsa repentina.

Io sarò tranchant per motivi giornalistici (anche se Guido mi redarguirà molto e con ragione sulla lunghezza di questo pezzo…) e ne chiedo scusa soprattutto a Marco, l’autore e amico, ma v’invito a leggere o rileggere oggi quel libro. In buona sostanza Marco chiedendosi dell’apparire e concretizzarsi, e dello scomparire della “Balena bianca” spiega anche la fragilità di tante manovre di oggi (per lo più infruttuose) che tentano un’impossibile “ri-generazione” della Dc com’era, e spiegano anche la difficoltà nel decifrare davvero la Dc, com’era e come si esprimeva ai livelli di Moro e De Mita e che oggi appare quindi arduo tradurre nei moderni codici politici e linguistici.

Traduco da Follini: la Dc era mediazione e mediazione in se stessa, governo con dubbi e apertura all’esterno e nello stesso tempo opposizione di se stessa (e quindi capace di strappare la bandiera dell’alternativa ai suoi avversari). Non era un atteggiamento superficiale né propaganda, ma un modo d’ essere e quindi anche una politica. In breve “il partito nazionale”, dove si parlava con Dio e con il curato (cit. Montanelli), dove si faceva l’ anticomunismo e si era combattuto fianco a fianco coi comunisti e socialisti nella Resistenza; dove si forgiava l’atlantismo culturale e si operava per le Nazioni escluse ; dove si costruiva l’Iri e il suo sottogoverno sul territorio. Questo era possibile perché in quanto partito “nazionale” la Dc incarnava le correnti popolari italiane (lo facevano ognuno a suo modo e con quantità diverse tutti i partiti popolari di massa) e lo faceva dandogli una promessa di futuro e offrendo una mediazione, richiesta, dalla società civile.

Quando la società civile, forgiata anche dai media prevalenti poi scioltisi nei social che conosciamo, ha esaurito questa necessità di mediazione scegliendo, invece della complessità, la semplificazione (ma non evangelica bensì plebea: io sto con Barabba e tu con chi stai ?), quella funzione, sociale prima che politica, è finita. Per tutti i partiti popolari di massa della Prima repubblica e per la Dc in primis, che ne era simbolo e plastica rappresentazione nella sua composizione.

La Dc cercava di fare le riforme istituzionali con De Mita che erano alla base del moroteo “essere alternativi a se stessi” ma nessuno le voleva più….ora era di qua o di là, con Di Pietro o contro, con Grillo o contro,con il prof. Orsini o contro. E dunque non basta e non c’entra un sistema elettorale, una riforma di numero dei parlamentari, un governo che governi tecnocraticamente. Se la società civile non chiede mediazioni, lo spazio di mediazione della politica non è né alto né basso, semplicemente non c’è più.

Sono triste, certamente per Ciriaco, ma soprattutto per il deserto Buzzatiano della politica in cui siamo costretti a vivere in questi giorni. Non disperato però.Perchè se si conoscono le cause si può ancora sperare.

Ma non ci sono scorciatoie per capire. Non puoi descrivere con le Maschere una politica o un sentimento religioso. Devi chiederti quanto ci sia di italiano e di anti-italiano in tutto ciò. Dice Follini che la Dc della mediazione e dei discorsi di Moro o De Mita rappresenta l’Italia del Manzoni a fronte di un’Italia guicciardiniana, ferina e i cui difetti erano anch’ essi parte della Dc e di quel mondo politico e sotto sotto aspirava a liquidare la parte manzoniana. Ecco allora che la domanda vera di Follini s’impone definitiva per quei discorsi di ore ridotti a pochi tratti di colore degli opinionisti e della narrazione televisiva o cinematografica: era la Dc e quei leader il “partito nazionale” oppure il partito anti-italiano ovvero il più distante dagli umori e dai contrasti che hanno poi ripreso il sopravvento dopo cinquant’anni di Dc e dei partiti popolari di massa ? E Moro e Ciriaco (e gli altri leader politici) ne avevano coscienza? Era per questo che insistevano sulla fragilità della democrazia e sui contorti equilibrismi che pure valevano la pena pur che fosse salva un’ispirazione popolare (non solo cattolico democratica) di tipo “sapienzale”, per la nostra fragile Italia nata dalle élite e da una monarchia non troppo splendente, vissuti tanto tempo sulle spalle dei cafoni, degli operai e degli ultimi, fino a produrre il fascismo?

Ecco, scusate se ho preso tempo, ma le sensazioni che quel film Esterno notte, i discorsi di Moro rievocati e le tante giornate, idee, e i ragionamenti di Ciriaco De Mita sono per me ancora queste. Non mi nascondo la prosaicità della vita e della vita politica, ma credo di avere avuto l’onore di saggiarne di persona anche il primato della visione di un Paese moderno ma governato dal popolo e non dalle oligarchie. E non voglio dimenticarmene.

Moro, De Mita, la democrazia, e la “maschera” della Dc ultima modifica: 2022-05-31T16:15:25+02:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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