Il commander-in-chief e la guerra in casa che non può vincere

Il bollettino, in certi periodi quotidiano, di stragi per armi da fuoco, e la dichiarata incapacità di contrastarle, anzi neppure contenere il fenomeno, sono un grande vulnus all’immagine di una superpotenza che si considera e vuol essere considerata leader dell’Occidente e dei suoi valori.
GUIDO MOLTEDO
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Basterebbe una decina di senatori repubblicani. Non per introdurre una legislazione davvero in grado di fermare le stragi. Ma almeno per dare un segnale che qualcosa si sta facendo a Washington, dopo la sequenza impressionante di eccidi degli ultimi giorni.

Venti mass shooting dopo quello di Uvalde, in Texas, e quello di giovedì ad Ames, in Iowa, che fanno dire a Biden: «L’America è il paese degli omicidi». Un segnale, anche piccolo, come l’innalzamento da 18 a 21 anni del limite d’età per l’acquisto d’un fucile semiautomatico. O regole e controlli più stringenti per chi acquista armi, e sanzioni e pene per chi le vende senza applicarli.

E poi le cosiddette bandiere rosse, misure per sospendere il diritto di portare armi a chi è sospettato di essere un pericolo per sé o per altri. Divieto di vendita di fucili e caricatori ad alta capacità, cioè di vere e proprie armi da guerra e relative munizioni. Biden si è rivolto a quei senatori repubblicani, apparentemente più ragionevoli perché eletti in stati a minore diffusione di armi da fuoco, una decina appunto, affinché si uniscano ai democratici per approvare queste norme, che sono di puro buon senso e che peraltro intaccherebbero in misura molto poco significativa il gigantesco giro d’affari delle armi e non ridurrebbero il diritto di possederle e acquistarne altre. Eppure, molto difficilmente sarà ascoltato.

La National Rifle Association – la potente lobby del settore – s’è già mossa per bloccare l’iniziativa. E d’altra parte almeno un paio di senatori democratici ancora una volta sarà in sintonia con i repubblicani, come molto spesso accade, un comportamento che anche su questioni di cruciale valore politico riduce la forza della già esigua maggioranza democratica, il più delle volte garantita dalla presenza in aula della vicepresidente Kamala Harris.

Certo, Biden potrà emettere nuovi ordini esecutivi, come è stato per il controllo e la regolamentazione delle cosiddette pistole o fucili “fantasma”, armi assemblate in mezz’ora con pezzi diversi acquistati anche online, privi di numero di matricola, o dedicando fondi federali a programmi e iniziative di comunità per il contrasto alla violenza e per la legalità. Non molto.

Le sue esternazioni finiscono così per rendere ancora più evidente la precarietà dell’esilissima maggioranza che lo sostiene, mettendo in risalto l’impotenza di azioni concrete annunciate ma inevitabilmente condannate a restare buone intenzioni. Ed è sempre più eclatante il contrasto del suo decisionismo assertivo e operativo in conflitti lontani, come attualmente quello in Ucraina, con l’inerzia sul fronte domestico delle armi che squassa l’America portandola sempre più vicina a rischi di vera e propria guerra civile. A Washington c’è preoccupazione per l’evidente senso di perdita di autorevolezza morale, sull’arena internazionale.

Il bollettino, in certi periodi quotidiano, di stragi interne, e la dichiarata incapacità di contrastarle, anzi neppure contenere il fenomeno, sono un grande vulnus all’immagine di una superpotenza che si considera e vuol essere considerata leader dell’Occidente e dei suoi valori. Tutto questo in un quadro che sembra drammaticamente cristallizzato. Il possesso stesso delle armi da fuoco fotografa la spaccatura dell’America d’oggi, con una poderosa preponderanza di repubblicani, in maggioranza bianchi, che detengono più di un’arma da fuoco, rispetto a una minoranza, per lo più democratici e appartenenti a una diversità di comunità etniche. I rispettivi atteggiamenti verso limiti e regole per la detenzione di armi da fuoco non sono solo frutto di posizioni ideologiche ma di comportamenti strettamente collegati, nel caso di molti repubblicani, al possesso di pistole e fucili.

Difficile fare breccia in questa parte, considerevole, di elettorato che non esprime in materia solo opinioni, anche decise, ma difende un suo stile di vita, in molti casi tramandato di padre in figlio, e che quindi considera l’abitudine di avere armi in casa o in auto, o anche esibirle, più che un diritto, un valore non negoziabile. A questo s’aggiunga la definitiva torsione impressa da Trump al Partito repubblicano, che l’ha reso una forza politica in permanente e rabbiosa campagna elettorale contro le élite, cioè il Partito democratico e il suo presidente.

Sono, diversi di loro, americani disposti a usarle, le armi, anche per scopi politici, come si è visto il 6 gennaio 2020 al Campidoglio di Washington, una vicenda la cui gravità non è stata elaborata né dai diretti protagonisti e dai loro accoliti né dal mondo repubblicano più vasto, il che lascia legittimamente temere che accadimenti di quella portata potrebbero ripetersi, se Trump dovesse essere fermato per via giudiziaria nella sua corsa per la riconquista della Casa Bianca.

il manifesto

Il commander-in-chief e la guerra in casa che non può vincere ultima modifica: 2022-06-04T09:45:03+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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