La “Sonata a Kreutzer” spartiacque tra classicismo e romanticismo

MARIO GAZZERI
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Il sognante secondo movimento della “Sonata a Kreutzer” di Ludwig Van Beethoven (“Andante con variazioni”, 1802) segna l‘“apertura” del musicista di Bonn ad uno stile musicale prettamente romantico che anticipa di molti anni la definitiva svolta di Schubert, tra i massimi interpreti del rinnovamento spirituale dell’epoca post-illuminista e post-napoleonica. Una “rivoluzione” che ebbe nella poesia e nella musica le sue espressioni più profonde e durature. La sonata per violino e pianoforte (in origine per violino e clavicembalo) dedicata al violinista francese Rodolphe Kreutzer, segna una cesura nella struttura compositiva della musica da camera che, ancora pochi anni prima, risuonava di classici echi mozartiani e hydniani. La toccante melodia dell’“andante con variazioni” della Kreutzer, che si sviluppa su varie ottave in un dialogo continuo di consonanze dal timbro malinconico ma serrato, sembra quasi preludere (se è lecito far paragoni o raffronti parlando di tali capolavori) al Quintetto per archi D. 956 che Schubert compose 26 anni dopo, nel 1828, poche settimane prima della sua prematura morte.

Rodolphe Kreutzer in un ritratto di Edmé Quenedey des Ricets, Bibliothèque nationale de France.

La caratteristica del quintetto del giovane musicista viennese risiede, per la parte strumentale, in un’inedita presenza di due violoncelli che formano come un “basso continuo”, come un tappeto sonoro alla musica dell’“ensemble” (primo e secondo violino, viola e, appunto, due violoncelli al posto del consueto violoncello e contrabbasso). Potremmo anche dire che, con la “Kreutzer”, Beethoven indica il percorso della nuova musica allo stesso Schubert, suo fervente, giovane ammiratore il quale, soprattutto nel Quintetto per archi D.956 ma anche nella famosa sonata dell’“Arpeggione” o nel celeberrimo Trio in sol maggiore D929 (noto anche a molti cinefili grazie alla colonna sonora del film Barry Lyndon di Stanley Kubrick) sembra riprendere i “suggerimenti” del Maestro di Bonn. Innanzitutto quel continuo dialogo tra pianoforte e violino che si traduce quasi in un confronto sulle diverse capacità evocative dei due strumenti (e del violoncello), con il protagonismo melodico del violino sul pianoforte e il suo “pizzicato” che, a tratti, lascia invece la “scena” al colore della tastiera del klavier. Tutto questo sembra ritrovarsi, come si diceva, anche nella sonata schubertiana per pianoforte e violoncello D. 821 detta dell’“Arpeggione” (una sorta di violoncello di ridotte dimensioni e privo di puntale) dove i due strumenti sono impegnati in un duello melodico ricco di vibrazioni malinconiche, favorite in questo dalla tonalità della scala in la minore (ricca di semitoni) che sottende la romantica architettura del pezzo.

René François Xavier Prinet (1861-1946), “La sonata a Kreutzer”, ispirato all’omonimo romanzo di Lev Tolstòj, a sua volta ispirato alla “Sonata a Kreutzer” di Ludwig van Beethoven.

Sebbene Schubert sia stato “un compositore che forse più di qualunque altro sfugge ad una definizione univoca”, come scrive il pianista e musicologo Luca Ciammarughi, è pur vero che la sua musica, priva ormai di ogni riferimento classico, segna la definitiva affermazione del romanticismo nel mondo musicale austro-tedesco. Dopo di lui Schumann, Mendelssohn, Brahms, il polacco Chopin e l’ungherese Liszt. Un movimento che fu anche una sintesi di aspirazioni extramondane e di necessità di raccoglimento ed introspezione. In campo musicale, il benefico “contagio” non si diffuse se non marginalmente in Francia e in Italia che conobbe, dopo i grandi del Barocco sei e settecentesco, un periodo di minore creatività musicale prima di risorgere con i trionfi dell’opera lirica, con Verdi, Donizetti, Bellini e via dicendo.

Da parte sua l’Inghilterra, patria di grandi poeti romantici come Keats, Byron e Shelley, non riuscì quasi mai a ritagliarsi un posto in prima fila nell’universo della musica classica, con l’eccezione di Benjamin Britten e di Edward Elgar (ma, praticamente, siamo ormai nel Novecento). Se pensiamo poi alla natura, tema prediletto dai compositori romantici o anche all’amore, spesso platonico, per una donna o per un giovane (che costituiscono in buona parte il ‘copione’ degli oltre seicento Lieder Schubertiani per soprano o baritono accompagnati dal pianoforte), ci accorgiamo di un’ulteriore differenza tra classicismo musicale e romanticismo.

John Constable, “Stratford Mill”, The National Gallery, Londra.

Il lungo tema bucolico “dipinto” da Beethoven nella Sesta Sinfonia, ad esempio, ha un’impronta nettamente classica che si conclude nel fragore del temporale in cui è coinvolta l’intera orchestra. Nel “Forellen quintett” (il “Quintetto della trota” di Schubert) invece, la gioiosa descrizione di una scena di campagna (che ricorda un quadro di Constable) è affidata al trillo del pianoforte in complice, amichevole e dinamica sfida con gli archi. E tutto ciò vuol dire una cosa soprattutto. Siamo di fronte ad un’affermazione della musica da camera che diventa sempre più popolare e che, abbandonate le grandi sale da concerto, viene eseguita nei caffè del centro viennese e soprattutto nei salotti delle case del nuovo ceto emergente, la borghesia. In quelle abitazioni di “gente comune e dabbene”, che poi è il vero e profondo significato del termine Biedermeier e dello stile che ne derivò.  

La “Sonata a Kreutzer” spartiacque tra classicismo e romanticismo ultima modifica: 2022-06-06T16:57:34+02:00 da MARIO GAZZERI
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