Un parco grande come la Francia per salvare gli elefanti

Da tempo gli ecologisti stanno cercando di creare un rifugio per i pachidermi e stanno facendo pressione per un luogo considerato unico: una grande area protetta che va dall’Angola allo Zimbabwe, dall’Okavango allo Zambezi.
FRANCESCO MALGAROLI
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Nell’est dell’Angola, in uno spazio inesplorato al confine con il Botswana, si trova Lisima Lwa Mwondo, in lingua bantu il luogo dove scorre “la sorgente della vita”. I portoghesi che un tempo avevano il predominio del Paese parlavano di una regione inospitale, la chiamavano “il posto dove regna la fame”, “la terra dove finisce il mondo”, come dice la rivista Atlas Obscura. Si narra che lì si sono rifugiati gli elefanti scappati nel corso delle guerre che dal 1961 al 2002 martirizzarono la nazione, spargendo distruzione, carestia e mine ovunque. Attraverso i racconti sentiti nei villaggi del corso di sette anni, racconta il Daily Maverick, lo scienziato angolano Kerller Costa e lo zoologo americano Graeme Shannon sono giunti alla “sorgente della vita” in cerca del pachiderma.

Il fiume Cuito, un affluente dell’Okavango ( PIC: THALEFANG CHARLES)

I dati affermano che tra i venticinquemila e i centomila elefanti, attraversato il confine, s’installarono in Namibia e Botswana. Soltanto tremila sono i sopravvissuti ancora in Angola. A quel che si racconta, quegli animali – fantasmi che fuggirono agli uomini – in parte si stabilirono nella selva al bordo nel fiume Cuando che con il Cubango danno acqua al magnifico corso dell’Okavango che si perde nel deserto del Kalahari.

“La sorgente della vita” è nascosta anche ai cacciatori di elefanti che girano tutta l’Africa del sud ammazzando esemplari per i trofei, per fare un favore alla popolazione che si moltiplica e preme, e per una conservazione dei pachidermi salvati, dicono i governanti. Nel vicino Botswana alla fine di aprile è stato ucciso un elefante dalle zanne più grandi mai viste – forse ancor più di quello narrato in un lungo, e per certi versi affascinante, articolo comparso di Sport Illustrated del 1956, ammazzato in Angola ed esposto all’ingresso dello Smithsonian a Washington. Leon Kachelhoffer, cacciatore di professione venuto dall’America, dopo aver pagato cinquantamila dollari, uccise quel pachiderma. 

Fényköv Elephant – Smithsonian Natural History, Washington.

Il corridoio ‘NG13’ – uno dei percorsi per la migrazione degli elefanti tra Botswana e Namibia – era inviolato fino a quando è arrivata gente come Kachelhoffer.

Quando abbatti un simile animale ti viene da pensare, ci sono rimorsi, pensi a quanto era grande un elefante come questo,

ha detto a una radio americana. Difficile sapere quale espressione avesse durante la trasmissione. Un altro elefante abbastanza imponente ha fatto la stessa fine nel ‘NG41’ che invece porta all’altra parte, al Chobe National Park. Questa volta a comandare il plotone d’esecuzione è stato Johan Calizt, cacciatore con fedina penale non proprio immacolata che si è stabilito in Botswana del 1987. 

L’allora presidente Ian Khama, nel 2014, aveva vietato la caccia agli elefanti, il nuovo capo della repubblica, Mokgweetsi Masisi, 2019 l’ha riammessa perché gli scontri tra pachidermi e uomini sono sempre più frequenti e perché la caccia è una nelle risorse per la popolazione. Eppure anche solo guardando le foto scattate dall’alto si vede come i pachidermi che transitano per il corridoio ‘NG13’ non sono mai a contatto con gli uomini, oltretutto rari.

Ricerche recenti dicono che senza un insegnamento dei vecchi ai più giovani gli elefanti sono destinati a scomparire, qualcuno dice addirittura tra dieci anni, e mettono in chiaro che ammazzare elefanti ha un effetto nocivo verso gli altri.

I vecchi, fatti fuori per un trofeo, non possono più essere di aiuto per una conoscenza ecologica, e di soccorso verso tutti gli altri. Senza il loro sapere gli animali più giovani, inesperti, sviluppano un atteggiamento delinquenziale,

dice Audrey Delsink, esperta di animali selvatici al Daily Maverick.

Ma proprio Kachelhoffer e Derek Brink, uno dei più ricchi signori del Botswana si sono comprati la licenza di caccia nel NG13 dalla comunità locale. Brink ha il cinquanta per cento dello Spar, un supermercato presente in tutto il mondo, compreso l’Italia, ed è proprietario della Senn Food che si occupa di carne. Dice Delsink che “l’NG13 era un luogo, c’è acqua e gli elefanti potevano stare tranquilli. Ora non è più possibile”.

Quando non ci pensano i cacciatori, a uccidere gli elefanti ci pensa qualcun altro. 

Kasper e Kitso

Kasper e Kitso, 38 e 22 anni, dovevano essere spostati da un parco all’altro in Sudafrica e sono morti subito dopo la partenza, si pensa per un sedativo fatto male. “Distrutto, questo sono, per quel che è capitato”, dice sconsolato Craig Saunders, padrone di Kasper e Kino, a un giornale locale. Kleinmond, una cittadina a novanta chilometri da Città del Capo, è nota per le vacanze, una biosfera unica, e rovine che testimoniato l’esistenza di un popolo di ventimila anni fa: lì si dovevano stabilire i due elefanti.

Ad Hazyview, nell’est, la vita era diventata ardua per loro – dice il proprietario – tra agricoltori e pesticidi. 

Ci sono cose che non quadrano.

Dovevano liberarli in un vero parco, non a mille chilometri di distanza dove sarebbero di nuovo stati un’attrazione turistica in una specie di recinto come a est,

dice Michele Pickover della ong EMS Foundation che si occupa animali e pachidermi in particolare.  

A sentire un ex impiegato, a Saunders non interessavano gli elefanti ma i soldi che ci poteva fare. Ad Hazyview stava perdendo soldi e l’idea era di portarli a Kleinmond. E ci sono denunce a suo carico per abusi, incidenti capitati ai pachidermi, e due inglesi sono stati feriti da un elefante.

Da tempo gli ecologisti stanno cercando di creare un rifugio per gli elefanti e stanno facendo pressione per un luogo considerato unico: un parco, grande quanto la Francia, che va dall’Angola allo Zimbabwe, dall’Okavango allo Zambezi. È un sogno che include Lisima Lwa Mwondo. Dice lo scienziato angolano Costa che “nelle foreste dell’est dell’Angola si sentono al sicuro”. 

Le storie lì si colorano di leggende, e chi – come i pachidermi – vive fino anche a settant’anni e oltre sa che nella memoria si conserva per sempre la violenza delle guerre. Un documentario, passato al Tribeca Festival del 2021, racconta degli spiriti che animano l’Africa del sud. Mukisi, il drago, è proprio di quelle parti e se lo guardi muori. Come Mukisi, anche i pachidermi sono sparsi negli altipiani rarefatti dell’Angola. Nessuno ancora ne ha visti, dice Costa: “Sono un’illusione, una chimera, e per questo vivono tranquilli”.

Immagine di copertina: caccia di frodo in Botswana (da VentureAfrica)

Un parco grande come la Francia per salvare gli elefanti ultima modifica: 2022-06-07T19:51:47+02:00 da FRANCESCO MALGAROLI

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