L’Attesa, inattesa

GIOVANNI LEONE
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L’Attesa è una drammatica commedia scritta da Remo Binosi nel 1992. Va in scena al teatro Carignano di Torino nel 1994 e viene premiato con il Biglietto d’oro AGIS come migliore novità italiana. Nel 2000 diventa un film, “Rosa e Cornelia”. Il destino come teatro di vita in cui casualità e causalità gioco a rimpiattino è il filo conduttore di questo avvincente testo spettacolare che viene ora messo in scena da Michela Cescon, quindi regista e autore veneti, come veneta è la lingua che conferisce al testo un’aura veneziana che ci riporta all’epoca di una vicenda ambientata nel 1784 tra la città insulare e la terraferma. Bravissime Anna Foglietta e Paola Minaccioni, che recitano con padronanza e nonchalance in una lingua veneta ibrida da campagnoli (così gli abitanti della città d’acqua chiamano quelli della terraferma) che allarga l’inquadratura dallo spazio urbano a quello dei territori della Repubblica Serenissima. Un episodio singolo e circoscritto che tratta della vita per intero, bella profumata e allo stesso tempo pungente. Racconto che ruota intorno al mistero della maternità, mistero di vita speculare al mistero della morte in modo leggero e scherzoso, prima di virare.

Questo saggio teatrale fa vibrare corde intime, segrete, ignote a noi stessi. Lo spettatore viene preso per mano dalle due protagoniste e accompagnato lungo un dialogo semplice ed essenziale (più precisamente un duo-logo) che si dipana nel labirintico inseguirsi di casualità e causalità. Ho visto lo spettacolo qualche settimana fa al teatro Goldoni di Venezia. Conoscevo solo il titolo gravido di aspettative, e null’altro tantomeno – lo confesso – mi aspettavo una tale abilità a tessere a favore di spettatore in sala la tela di una narrazione che incrocia trama della vita con l’ordito dell’emozione. Sono stato rapito dalla corrente emotiva, che non si è attenuata neanche dopo le oltre due ore di spettacolo ininterrotto, ed è rimasta a farmi compagnia fino a notte. Se fossi stato preparato non mi sarei forse lasciato andare al flusso di uno spettacolo scorrevole ed emozionante, vitale e vissuto e vivente anche nello spettatore. La trama si dipana nel racconto della complicità imprevista e dell’amicizia imprevedibile che si viene a creare tra due donne accomunate dalla condizione fisica ma separate dalla condizione sociale, due vite che s’incontrano e s’intrecciano per un caso fortuito con coincidenze sorprendenti, condividendo una comune attesa che regala a noi tutti una sequenza di esiti inattesi e colpi di scena, che si vanno precisando in un crescendo che ruota intorno alle contraddizioni del vivere e con lo spettatore che naviga nelle acque agitate dal conflitto tra il sentire di natura e la sordità delle convenzioni sociali. Il soggetto? tanti in uno, uno con tante ramificazioni che fanno lo slalom tra emozioni e sentimenti sullo sfondo di una fredda razionalità che si vuole risolutiva delle contraddizioni e della complessità di un sentimento essenziale come l’amore. 

Cercherò di restare ai margini girando intorno, senza svelare il dipanarsi di una ragnatela narrativa che travalica la narrazione. Non entrerò nel dettaglio della trama per non rovinare lo spettacolo a chi non l’ha ancora visto e non è stato ancora trasformato da spettatore in aspettatore, ché aspetta di conoscere l’esito dell’inattesa gimkana di emozioni in cui si trova proiettato e coinvolto. Le distanze da ciò che accade cominciano ad accorciarsi fin dalle prime battute che riducono l’estraneità consentendo di entrare in confidenza con le protagoniste di una rappresentazione improntata all’autenticità. Alla fine, ci si trova dentro fino al collo e oltre tanto che manca l’aria, fortunatamente vengono a salvarci dall’apnea Paola Minaccioni e Anna Foglietta che, a conclusione dello spettacolo, si sciolgono in una danza liberatoria, spontanea e fuori dagli schemi che ci riporta giocosamente in noi, sdrammatizzando quanto accaduto sul palco e nello spettatore. Sembra un fuori onda/fuori copione ma è la vera conclusione dello spettacolo, con le protagoniste fuori da quella camera in cui sono state finora confinate, una stanza che ha pareti e non alberi infiniti ma da cui sono finalmente fuori, e si lasciano alle spalle il muro impenetrabile in cemento armato. La tensione si stempera così nel senno di poi

I piaceri dell’amore, in genere

Com’è evidente dal titolo il tema di questa commedia venata di comicità e tragedia è la gravidanza, teatro di stati d’animo ancestrali di affollata solitudine davanti al mistero e alle responsabilità della vita. Si dice di una donna che aspetta e lo si definisce stato interessante anche se la gravidanza è esperienza quanto mai travagliata, esito d’ibridazione di maschile e femminile nel corpo dell’amore ma in capo alla donna (non solo in grembo) che ha indubbiamente il diritto a gestirla in libertà e secondo coscienza seppure soggetti a condizionamenti da cui non siamo mai veramente liberi. Allo stesso modo è certo il dovere dell’uomo di rispettare i diritti della donna rinunciando ad accamparne per paternità, ma non è questo il caso dato che figura maschile è qui solo un accidente trasgressivo. Queste sono affermazioni di principio, nella realtà la materia è complessa e complicata. Il diritto alla maternità viene ancora considerato un dovere della donna, pena una pretesa condanna all’incompletezza, alla mutilazione di una parte importante della propria femminilità. D’altro canto, resiste la considerazione del piacere femminile come provocante peccato, di contro all’esuberanza del piacere maschile considerato virtù in quanto manifestazione di sana virilità. Ci si ostina (oggi come ieri) a far coincidere la femminilità con la maternità, senza riconoscerle dignità e valore in quanto polarità indipendente di energia lunare insita tanto nell’uomo che nella donna in misura diversa e variabile. Ciascuno sembra liberare una quota del genere opposto a quello prevalente sul piano fisico-morfologico: femminile appare l’astuta arte seduttiva del terzo incomodo evocato e fatto presente, maschile la determinazione delle due protagoniste sul fronte opposto. In realtà queste categorie schematiche non danno ragione del fatto che i generi maschile e femminile giocano a rimpiattino e non è dato distinguere precisamente il confine tra l’uno e l’altro in ciascuno di noi. Il libro e lo spettacolo dimostrano come il genere non sia componente alternativa ma piuttosto integrativa e complementare, un attributo di ciascuno di noi con tali e tante sfumature da determinare confini individuali marcati o sfumati tra il maschile e il femminile. Uno spettacolo penetrante, coinvolgente e sconvolgente. All’inizio non si capisce bene di che si tratti, sembra un rapporto formale tra donne di ceto diverso poi ci si trova a seguire passo passo le protagoniste lungo un sentiero a tratti impervio raccogliendo briciole di pane. Man mano la narrazione si dipana e la pagnotta prende forma, lo spazio confinato del presente come ossimoro di un tempo che non fai a tempo di pensare che è già passato, allargando lo spazio al tempo venuto e andato e specialmente a quello a venire. Protagonista è la parola, parola in scena, parola nella scrittura della commedia, parola affidata al diario che la giovane nobildonna va scrivendo. Parola di lingue diverse, quella popolare nuda e diretta, sfacciata e quella nobile che accenna, allude, insinua, cortesemente mascherata. Alla fine, scopriamo però che le due donne parlano la stessa lingua, quella dell’amore, che avvolge, travolge e stravolge.

Danza liberatoria

Ad-tendere

Attendere viene da ad-tendere che è “distendersi verso”, “tendere a”. Si tratta quindi di una tensione orientata in direzione di qualcosa di cui abbiamo un’idea ma non una precisa cognizione, acquisibile solo a posteriori. Aspettare non è passiva immobilità ma riduzione dell’azione all’essenziale mentre intorno gli eventi prendono il loro corso e noi con loro. È nello spazio ante che si dipana lo spettacolo, rimuovendo velo dopo velo fino a svelare una trama ricca di coincidenze che conduce lo spettatore alla fine dello spettacolo per poi abbandonarlo in preda alle proprie riverberazioni emotive. La radice è la stessa di attenzione (che è por mente) e di attento (di colui che tiene tutto sé stesso – sensi e anima, corpo e spirito – orientato su qualcosa). Chi attende è proteso verso ciò che accadrà di certo, ma con esito incerto, in un futuro che è già presente, perché più o meno accadrà inevitabilmente. L’attesa ha quindi il carattere dell’attualità prevedibile in termini generali ma che si mette a fuoco solo progressivamente e si svela per intero solo a posteriori. A-tendere è abitare lo spazio che separa e unisce l’oggi che va dall’oggi che viene. Si procede con passo incerto verso l’ignoto anche quando questo ponte sul divenire ci sembra solido; in realtà camminiamo sull’acqua e lungo la via sono frequenti salutari bagni nella realtà e nuotate tra aspettative da sogno e incubi. Siamo soggetti a quel tempo di mezzo che sta tra quel che è e quel che sarà, momento statico di potenziale cambiamento dinamico in itinere ed è per questo che superato il punto di non ritorno siamo prigionieri di quello spazio di azione in potenza.

Règia regìa

Regìa viene da regir che è governare e amministrare derivando da regere che è dirigere e sostenere. Gli “esecutori” (qui la regista e le attrici) interpretano, traducono e per certi versi devono anche tradire il copione, lo spartito, il disegno… ma sempre nel rispetto dell’intenzione originaria dell’autore. Terreno scivoloso e di sabbie mobili, che può ravvivare la vitalità di un’opera che è un frutto in perenne maturazione, anche quando – come in questo caso – sembra avere raggiunto la vetta dell’efficacia.

Mies van der Rohe affermava che less is more considerando quel meno non impoverimento o mutilazione ma arricchimento per semplificazione ed eliminazione del superfluo. Lo stesso approccio adotta Michela Cescon con una riduzione all’essenza, nel copione e in una scena minimalista pregna di parole e pensieri, riempita dal dialogo di crescente intimità e confidenza femminile nonostante le differenze di classe delle protagoniste, dialogo dal ritmo serrato, sinuoso, pervasivo, femminile, scritto da un uomo che libera evidentemente la sua componente femminile. Tale regìa è règia nel senso di regale in quanto corona la narrazione opponendo un minimalismo essenziale al massimalismo delle convenzioni sociali.

Il cubo che si oppone intorno per contrasto alla sfera della pancia gravida all’interno. (foto di Valeria Tatano)

La prima evidenza di tale riduzione è la rinuncia al terzo personaggio del copione, la nutrice, per non concedere flessioni delle tensione e attenzione concentrate sulle due protagoniste come irresistibile piacere del sacrificio sull’altare della seduzione, uno spirito non santo e anzi peccatore che apre le porte alla terrena spiritualità di uno spettacolo spiritosamente tragico. C’è poi il terzo incomodo, testimonianza che non presenza non è assenza e un quarto personaggio maestosamente minuto che aleggia in scena e dietro il sipario della pancia materna: il neonascituro, che non è fine ma mezzo, strumentale oggetto d’amore privo di soggettività, ignaro in balia dei marosi che si susseguono numerosi dal suo concepimento. Ulteriore elemento di contrazione è quello spaziale di una scena costituita da un’unica stanza non visibile mai per intero. Spazio confinato da confini solo intuiti, in cui siamo accolti in parte ed esclusi d’altra parte. e spigoloso, così si presenta lo spazio con una parete concava (che si raddoppia grazie allo spigolo che fa da fondale) e un’altra convessa (che completa chiudendo la scena). Le quattro finestre potevano stare su una parete rettilinea invece stanno a cavallo dello spigolo che è concavo all’interno della stanza e convesso fuori, in quella parte della scenografia che volta le spalle alla sala e assolve alla funzione di sipario che si alza e si abbassa ad aprire ed espandere all’intero teatro, oppure a contrarre racchiudendo lo spazio dell’azione scenica fino a voltarci spalle di cemento armate che ci tagliano fuori, escludendoci. Questo il teatro degli eventi narrati, con quattro grandi finestre che riempiono le pareti e sono esse stesse pareti, finestratura come crasi di finestra e muratura, che sembrano inutili cornici incapaci di contenere le storie narrate. La finestra è l’occhio dell’anima, ce n’è di spalancate sul mondo, di socchiuse e di murate allo sguardo con modulazione di permeabilità. Qui sembra di essere dentro a una lanterna magica della (in)coscienza, scatola delle meraviglie in cui sono custodite le fotografie come memoria immaginata e scatola magica di desideri indesiderabili che si stagliano come ombre cinesi nella caverna di Platone.

La finestra murata è segno evidente di cambiamento sopraggiunto, di queste è disseminata Venezia dove le finestre sono occhi della casa e della vita aperti/chiusi su una realtà onirica che sa farsi incubo.

La riduzione e concentrazione, con il conseguente aumento di densità scongiura il rischio di distrazione perché l’eliminazione di tutto ciò che non è veramente necessario va a vantaggio dell’attenzione prestata al cuore della questione. Il risultato? lo spettatore si ritrova incollato alla poltrona e ancorato alla scena, ignaro del tempo che passa al punto di accorgersi solo a posteriori che lo spettacolo scivola tutto d’un fiato, senza pause grazie alla recitazione sincera e appassionata di Anna Foglietta e Paola Minaccioni, che dimostrano di avere raggiunto una solida maturità che non impedisce all’impeccabile professionalità di lasciar spazio all’espressione di carattere e personalità individuale. Simpatiche e allegre tutte le componenti di una compagnia teatrale al femminile come il soggetto dello spettacolo, avvolgente, penetrante, disarmante, spiazzante con quel punto di vista decisamente femminile scritto sorprendentemente da un uomo Remo Binosi, (testo pubblicato ora da La nave di Teseo). Da metabolizzare lentamente. E di conforto il successo registrato da questo spettacolo indipendente, senza padrini e padroni, prodotto da strutture teatrali radicate nelle comunità dei territori. Spettacolo appassionante dove la passione si nutre alternando simpatia (che è sentire insieme) ed empatia (che è sentire dentro) risolta nell’abbraccio finale danzante delle protagoniste che rincuora lenendo i dolori provocati dallo spinoso dipanarsi della trama, una sequenza di capriole e giravolte della narrazione che diventano capriole e giravolte nel gioco danzante di Anna e Paola che libera lo spettatore inchiodato alla poltrona.

La bella compagnia.

Rosa rosae rosae rosam rosa rosa, rosae rosarum rosis rosas rosae rosis

Tutti coloro che hanno fatto studi classici conoscono questa prima declinazione latina elementare, imparata a memoria da innumerevoli generazioni di studenti. Molti meno sono probabilmente gli studenti che ricordano Rosa fresca aulentissima. Si tratta di un contrasto, forma di componimento poetico scritto da Cielo d’Alcamo, esponente di spicco della scuola siciliana della poesia giullaresca Duecentesca. È l’unica opera di Ciullo d’Alcamo (così lo chiamava Dario Fo che il componimento inserì nel suo Mistero Buffo) pervenutaci in volgare siciliano ma con evidenti influenze continentali, a partire dal titolo Rosa fresca aulentissima, vero esempio giullaresco destinato alla rappresentazione scenica. 

Rosa fresca aulentis[s]ima ch’apari inver’ la state, 
le donne ti disiano, pulzell’ e maritate: 
tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate; 
per te non ajo abento notte e dia, 
penzando pur di voi, madonna mia».

Che tradotto recita: Rosa fresca e profumatissima che sbocci all’inizio dell’estate, le donne nubili e maritate ti desiderano: liberami da questa passione, se ne hai la volontà; a causa tua non ho pace notte e giorno, pensando solo a voi, mia signora

Si tratta del dialogo tra una ragazza del popolo e un giullare che le offre sfacciatamente il proprio amore, alternando espressioni seduttive e parole da trivio. La ragazza dapprima rifiuta ma poi finisce col cedere. Secondo alcuni è destinato alla recitazione accompagnata da musica questo mimo giullaresco dal carattere arguto e comico ma non caricaturale, in controcorrente con la poesia siciliana della Magna Curia che aveva bandito proprio i giullari da tutto il regno, staccando da quel momento la poesia alta italiana dall’accompagnamento musicale. Il componimento poetico ha ambizione teatrale, recitativa, con una conclusione paradossale poiché sarà proprio la donna a invitare lo spasimante a unirsi a lei, dopo vari respingimenti. Ai versi 121-125 il giullare fa riferimento a una legge in favore dei nobili emanata dall’imperatore Federico II con le Costituzioni Melfitane del 1231 in base alla quale un aggressore o uno stupratore che avesse pagato sul momento una grossa somma di denaro e avesse gridato “viva l’imperatore” non poteva essere né accusato di stupro né tanto meno aggredito, pena per gli eventuali aggressori l’impiccagione sul posto. Il contrasto di Cielo era dunque una forma di protesta contro questa legge, ma torniamo alla rosa: cosa c’entra con l’attesa? C’entra eccome. 

La rosa, fiore vellutato con gamba ricca di spine sembra essere la complessità della femminilità, custodita dalla religione cattolica nelle figure della Madonna e della Maddalena, la prima santificazione di maternità e la seconda redenzione dal peccato. Qui non c’è redenzione e impegnativo sarà per tutti i personaggi di questa commedia dia continuare a vivere sopravvivendo alle vicende narrate. Il bene e il male come la luce e l’ombra il bianco e il nero le virtù e i peccati i meriti e le colpe sono facce di una stessa medaglia al cui interno stiamo noi avvinti come l’edera all’uno e all’altro. Non è dato avere una Maria (la misteriosa Madonna vergine e madre che rinuncia all’amore fisico sublimato in amore ideale e spirituale) senza l’altra, la Maddalena donna e amante che per rinunciare all’amore fisico si eleva alla dimensione spirituale fino alla rinuncia al contatto nell’intangibilità del noli me tangere della resurrezione. Da rosarium (giardino delle rose o roseto) deriva rosario, la preghiera in onore della vergine Maria recitata tenendo in mano e sgranando una corona di grani chiamati erano in origine rose, quasi che il rosario sia una corona di fiori offerta in onore di Maria che è Madonna delle rose, Madonna del roseto, Santa Maria della Rosa. Nelle litanie lauretane Maria è definita rosa mistica.

Rosa e Cornelia (le protagoniste) sono donne diverse, distinte nei destini e distanti nella classe sociale, accomunate dalla loro condizione di gravidanza e da nomi floreali che appartengono alla medesima famiglia delle rosacee. Cornelia è infatti il nome di una rosa antica, muschiata e rifiorente a cespuglio. Potrebbe non essere casuale. I numerosi riferimenti che troviamo in poesia e letteratura ricordano come la rosa sia un fiore simbolicamente eloquente delle contraddittorie antinomie tipiche della vita e dell’amore: accorpa infatti gioie e dolori in dolorose gioie e gioiosi dolori: gioia di piacere olfattivo, visivo e tattile del fiore in contrasto con i dolori che provocano le numerose spine pungenti del gambo a chi vuol reciderli. Sub rosa è una forma abbreviata dell’espressione latina sub rosa dicta velata est, che ricorda come la rosa nei miti antichi fosse un simbolo di silenzio e di riservatezza. La frase latina significava che, se si poneva una rosa sul tavolo, chi aveva ascoltato o detto qualcosa era impegnato a tenerlo segreto. È forse per questo che la rosa veniva scolpita nei confessionali come simbolo di segretezza. Ne L’attesa veniamo progressivamente messi a parte di segreti, tra cui l’amicizia inconfessabile tra le due donne. Si usa dire che un’amica è la sorella che si sceglie, al tempo stesso occorre ricordare che amicus ha la stessa radice latina di amare nel senso di persona che ama ed è amata. L’amore è sentimento che ha luogo nel buio interiore, si sposta tra il chiuso della pancia (centro dell’istinto), la cavità della testa (rocca di razionalità e intelletto) e il muscoloso cuore (metronomo di ritmo vitale in cui dimorano emozioni e sentimenti e passioni).

Dopo lo spettacolo… (in primo piano, a sinistra, l’autore dell’articolo, Giovanni Leone).

L’immagine di copertina è di Fabio Lovino. Le altre immagini sono fotografie dell’autore, a eccezione di un’immagine di Valeria Tatano.

L’Attesa, inattesa ultima modifica: 2022-06-08T16:58:18+02:00 da GIOVANNI LEONE
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