Il lungo sonno dell’inflazione, l’incubo della stagflazione

FRANCESCO MOROSINI
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La Federal Reserve (FED), la banca centrale degli Stati Uniti, e la Banca centrale europea (BCE) talvolta un po’ sembrano, ricordando un famoso serial di origine statunitense, “casalinghe disperate sull’orlo di una crisi di nervi”. Un’analogia paradossale all’eccesso? Forse neppure troppo, se si considera il difficile momento e, conseguentemente, le difficili scelte cui entrambe e le consorelle sono chiamate. Le autorità monetarie, infatti, dinnanzi allo spettro incombente della stagflazione (la peggior situazione possibile mixandosi assieme crescita dei prezzi e recessione) navigano veramente in acque infide. Particolarmente sgradito per le nostre Banche centrali (BC) è il riapparire dalle nebbie degli anni Settanta del Novecento di una forte ondata d’inflazione, pericolo che, invece, sembrava definitivamente sopito.

Vero, quelli furono gli anni dell’inizio della crisi del modello politico keynesiano, ossia del regime fordista-taylorista (Per Boyer una “combinazione quasi miracolosa di pax americana, credito, compromesso fordista tra capitale e lavoro, competizione oligopolistica e intervento statale”, in Robert Boyer, L’ipotesi della convergenza rivisitata: globalizzazione e Stato nazionale, in Suzanne Berger e Ronald Dore, Differenze nazionali e capitalismo globale, Il Mulino, 1998); conseguentemente fu un tempo di forte inflazione e questo porto alla fine della cosiddetta “dominanza fiscale” (sui “regimi monetari” Paolo Savona, Alla ricerca della sovranità monetaria, Libri Scheiwiller, 2000) sulla politica monetaria.

Certo, questo potrebbe ingenerare nelle autorità monetarie qualche rimpianto (escluso lo sia per l’inflazione) per il fatto che al tempo la forte spinta sui prezzi impose politiche, nel nome del controllo dell’inflazione (l’Inflation Targeting), la cui credibilità presupponeva/presuppone, la separazione tra l’Autorità politica e la monetaria. Sarebbe un amarcord (per dire con un neologismo post-felliniano) forse comprensibile dopo anni in cui le BC, a causa del SARS-COV2, sono state ricondotte a bracci operativi (bancomat per la spesa pubblica) dei governi. Ma è una nostalgia illusoria.

Il motivo è che le crisi “reali”, dalla pandemia al contesto internazionale rendono i fenomeni monetari – “a un tempo barometri di movimenti profondi e cause di non meno formidabili conversioni delle masse” per Marc Bloch (Marc Bloch, Lineamenti di una storia monetaria d’Europa, PBE, Einaudi, 1981, p. 51) – di difficile gestione. Insomma, un’inflazione per disarticolazione delle catene distributive globali, accada per attacco virale o per politicizzazione/militarizzazione dei mercati delle materie prime (alimentari ed energetiche in primis, a partire dalla guerra in Ucraina), male si presta alle “classiche” terapie delle autorità monetarie (sui problemi emergenti in ambito monetario Stefano Cingolani, La moneta tra guerra e inflazione, Aspenia, n. 96, 2022). Le premesse per una crisi di nervi da impotenza ci sono tutte. 

Al fondo, una questione reputazionale. Il motivo sta nel fatto che, pur agendo formalmente le BC nella sfera economica come espressione di sapere tecnico, di fatto esse sono attori politici rilevanti; di conseguenza tanto più la loro difficoltà a governare la corsa dei prezzi ne delegittima l’indipendenza e l’autonomia politiche prima guadagnate. Di conseguenza, il mostro che pare riaffiorare dalle nebbie degli anni Settanta/Novanta del Novecento, la stagflazione, è perfetto per impensierirle in quanto, qualunque cosa decidessero, facilmente potrebbero fare peggio: sarebbe un vero caso di eterogenesi dei fini lesivo del loro prestigio. Nel senso che, se facessero la lotta all’inflazione, potrebbero paralizzare l’economia, cosa che in un contesto come l’attuale, col “drago” dei prezzi risvegliatosi, potrebbe presentare loro un prezzo politico piuttosto alto; all’opposto, se ignorassero il problema (l’illusione annunciata da molte autorità monetarie della temporaneità del fenomeno), i prezzi potrebbero scappare di mano.

Alla fine del XX° secolo, le BC riuscirono ad evitare di pagare pegno alla stagflazione in quanto l’allora emergente liberalizzazione dei mercati finanziari (il superamento del modello fordista/keynesiano di cui si è detto) creò consenso alla disinflazione e dalla conseguente emancipazione delle BC medesime dalla politica (importanti qui le riflessioni di Curzio Giannini in Curzio Giannini, L’età delle banche centrali, Il Mulino, 2004, pp. 445 e ss.). Ciò fu possibile in quanto, culturalmente, la priorità andò alla stabilità dei prezzi come commentano il periodo gli economisti Fratianni e Spinelli:

la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra si affiancano alla Bundesbank nel perseguire con decisione la strategia della disinflazione, di conseguenza, rivedono gli obiettivi finali e intermedi e la stessa conduzione tecnica della politica monetaria. In particolare non si esita a insistere sulla stretta monetaria anche quando essa risulta in un aumento, che viene considerato temporaneo, della disoccupazione (Michele Fratianni, Franco Spinelli, Storia monetaria d’Italia, ETASS, 2001, p. 539).

Fu il tempo dell’Inflation Targeting; ma anche degli accordi di Maastricht per l’Eurozona, la cui filosofia politica era il “no taxation without representation”, ovvero il rifiuto del finanziamento monetario della spesa pubblica e il conseguente obbligo per il ceto politico del dichiarare “dove” prendere le risorse fiscali per le proprie promesse (sul patto costituzionale/monetario europeo sia consentito il richiamo a Francesco Morosini, Banche centrali e questioni democratica, Il caso della BCE, Edizioni ETS 2014; sui limiti dell’euro, la “moneta senza Stato” cfr Ashoka Mody, Euro, una tragedia in nove atti, Castelvecchi (Lit Edizioni s.a.s.), 2020; sui rischi di uscita unilaterale cfr. Carlo Stagnaro, Cosa succede se usciamo dall’euro?, IBL libri, 2018).

Poi la crisi dei subprime (2008) pose fine al periodo, forse aureo in termini di potere politico delle BC, dell’Inflation Targeting e della cosiddetta Taylor Rule (John B. Taylor, Fuori strada, IBL libri, 2009) che, grossolanamente, prevede che le BC autoregolino politicamente la propria discrezionalità governando il tasso di interesse inversamente all’inflazione e al reddito attesi. Poi arrivò la tempesta del 2008; nondimeno, le BC allora riuscirono a salvare sia il prestigio che, seppure affievolito, il potere. Però si assunsero dei nuovi rischi reputazionali in quanto, per fronteggiare la crisi, adottarono (ed hanno continuato di fatto fino ad oggi) politiche monetarie non-convenzionali (i cosiddetti QE, ovvero massicce iniezioni di liquidità nei mercati) dove le aeree di competenza della politica monetaria, fiscale e distributiva tendono a sovrapporsi.

Paradossalmente, tuttavia, questa loro supplenza politica, cronicizzandosi, ne mostra i limiti. Lo conferma il politologo Luca Lanzalaco (Luca Lanzalaco, Armi spuntate? Banche centrali e politiche monetarie nell’era della finanza mondiale, in AAVV, Le banche centrali prima e dopo la crisi, ATì Editore, 2019, p. 190) per il quale

la risorsa del potere controllata dalle banche centrali, cioè il monopolio della produzione de moneta ad alto potenziale, tanto efficace quando i destinatari delle politiche erano le banche e le istituzioni finanziarie, è diventata inefficace nei confronti dell’economia reale.

In ragione di ciò le Autorità monetarie, come ”lemming at the cliff’s edge” (così l’economista statunitense Stephen S. Roach in The Lemmings of QE), per quanto salvato il prestigio avendo evitato il collasso del sistema finanziario, già nel post Lehmann iniziavano a vedere corrosa la loro forza politica. Ed ora, a peggiorare le cose, il ritorno assieme di inflazione e di recessione.

Che questi due fenomeni, se accoppiati, fossero difficilmente domabili lo si sapeva già (basta rileggere l’interessante Charles Levinson, Capitale, inflazione e imprese multinazionali, Etas/Kompass, 1973); allora, però, egemone era la lotta all’inflazione e ciò presupponeva, appunto, una distribuzione di potere dagli attori politici ad una tecnocrazia (le BC). Poi, il cataclisma economico della crisi dei subprime ha fatto da spartiacque inducendo le Autorità monetarie a concentrarsi sulla stabilità dei mercati finanziari nazionali e internazionali (cfr. Pierluigi Ciocca, La Banca che ci manca, Donzelli Editore, cap. VII°) e a superare l’idea di indipendenza politica legata all’Inflation Targeting, riportando le BC stesse, potenzialmente, ad essere, come nel passato, mero braccio del Tesoro.

Nondimeno, anche per lo shock da SARS-COV2, la loro immagine di “capaci risolutori”, quindi la loro capacità di contrattazione di potere politico/istituzionale, restò (per fortuna) elevata. Ma il potere, anche quello monetario, si logora perché una Banca centrale, sia pure con strumenti tecnici quali sono quelli propri alla politica monetaria, deve rispondere di un mandato politico, cioè tenere i prezzi a bada; ma se fallisce, producendo uno shock su produzione e occupazione, è la prima a subirne una perdita di prestigio. Un sentiero stretto o, forse, un castello di carta che la stagflazione, al contrario di quanto avvenne trent’anni fa, minaccia di buttare all’aria. Ecco dunque che le autorità monetarie paiono in una situazione che ricorda la metafora della barca del filosofo Neurath per la quale presidenti e governatori delle BC devono navigare tra i marosi dei mercati finanziari e le tempeste dell’economia reali come “marinai che devono riparare la loro nave in mare aperto, senza mai poterla disfare in un cantiere e ricostruirla con le parti migliori” (Otto Neurath, Sociologia e neopositivismo, Ubaldini, 1968, p. 56).

Conseguentemente oggi le BC devono navigare congetturando sulla possibile rotta ottimale evitando due scogli immersi e pericolosi: l’inflazione e la recessione. Per il vero, la prima sembrava sopita e il male da affrontare, dalla crisi finanziaria del 2008 alla pandemia, era la recessione, cosa che le Autorità monetarie, dalla Federal Reserve (FED) alla BCE, fecero convintamente anche allentando i vincoli, che impedivano loro di essere la copertura monetaria delle politiche debitorie dei governi. Persino Francoforte, nonostante Maastricht, accettò, a scapito della propria autonomia e indipendenza come BC, il regime di “dominanza fiscale” 

Solo il lungo sonno dell’inflazione, lasciando campo libero a politiche monetarie non convenzionali per evitare il collasso di economie stressate prima dalla crisi dei subprime e poi dalla pandemia, consentì alle Autorità monetarie di quattro grandi democrazie di mercato (la FED, la Banca d’Inghilterra, la BCE e la Banca del Giappone) di intervenire con bassi tassi d’interesse e rastrellamenti di titoli di Stato a sostegno delle politiche espansive dei rispettivi governi. Ora però il risorgente deprezzamento monetario apre una nuova fase della dialettica tra moneta, politica e mercato (per un approccio, attento al marxismo, che vede nel Banchiere centrale un regolatore del conflitto sociale compreso quello incidente “sulla dinamica strutturale degli assetti capitalistici” Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, L’austerità è di destra, Il Saggiatore, 2012).

Ora ci aspettano tassi d’interesse in crescita? Probabile; tanto è vero, la Federal Reserve (FED) e, più prudentemente, la BCE annunciano ed iniziano ad abbandonare anni di la politica monetaria accomodante: in sostanza tocca a loro spegnere l’incendio prima che sia troppo tardi. Se dalla crisi dei subprime ad oggi i Banchieri centrali hanno sostenuto i mercati finanziari e la congiuntura economica con politiche monetarie accomodanti, d’ora in poi viceversa la nuova realtà emergente pare imporre severità anche al costo di ridurre parte della ricchezza finanziaria fin qui generatasi. In definitiva, merita ripeterlo, le BC si trovano in una situazione paradossale: se ignorano l’inflazione la dovranno subire duramente pure in termini di prestigio e, conseguentemente, di autonomia dalla politica; all’opposto, se la frenata fosse troppo dura (difficile da definire ciò; dipende molto dal momento e dalla cultura politica dei Banchieri centrali) potrebbero innescare una crisi economica con problemi di ordine pubblico (simili problematiche, però studiate con approccio politologico in riferimento all’Euroarea, al “caso greco” ed alla questione della “sostenibilità dell’euro, sono affrontate da Luca Lanzalaco, L’euro e la democrazia, Servizi Editoriali youcanprint, 2022; invece, il rigetto del default degli Stati membri dell’UE, a differenza degli USA, è il problema dell’Eurozona per Martin Sandbu, La moneta rinnegata, LUISS, 2017).

È l’incubo della stagflazione, anche se, agendo con senso di rapida opportunità, come ricorda la Bank for International Settlements (BIS), la si potrebbe evitare; infatti, per l’Istituto

Commodity price increases in the wake of the war in Ukraine are likely to weigh on global growth and add to inflation. While lower energy dependence and stronger policy frameworks make a repeat of the 1970s stagflation unlikely, high and volatile commodity prices could still be disruptive. This puts a premium on restoring low inflation quickly, before it becomes ingrained in household and corporate decisions (BRS Bulletin No 54, AAVV, Commodity market disruptions, growth and inflation, 18/05/2022). [È probabile che l’aumento dei prezzi delle commodity sulla scia della guerra in Ucraina peserà sulla crescita globale, alimentando ulteriormente l’inflazione. Sebbene una minore dipendenza dall’energia e assetti politici più forti rendano improbabile una ripetizione della stagflazione degli anni Settanta, i prezzi elevati e volatili delle materie prime potrebbero comunque essere dirompenti. Ciò dovrebbe rendere conveniente il ripristino rapido di una bassa inflazione, prima che si radichi nelle decisioni delle famiglie e delle imprese

Però il rischio c’è tutto; a peggiorare le cose si è di fronte ad un fenomeno che, come dice la stessa BIS, ha pure origini non-monetarie (transizione energetica, rottura delle catene distributive, il combinato disposto di guerra con sanzioni) con la conseguenza che il freno monetario, come nel gioco dell’oca, riporta alla casella iniziale: la stagflation. Inoltre, l’orizzonte della BCE è ancora più cupo perché, rispetto alla FED, ha un problema in più: ed è che l’inflazione in Europa è molto da import d’energia (poco trattabile con la moneta) e meno da ripresa (più trattabile col freno monetario e fiscale). Se sbaglia, ma vale per FED e le consorelle BC – non a caso avevano esorcizzato la realtà parlando d’inflazione come shock d’offerta temporaneo destinato a riassorbirsi – rischiano, come già prima ricordato, un default reputazionale costoso politicamente in termini d’indipendenza.

Lo conferma il Presidente della Bundesbank Nagel, che pure è un “falco” contro l’inflazione quando ricorda che

in an environment of high government debt ratios, the more abrupt the rate changes, the more governments may push against a tightening of policy on a necessary scale, putting the independence of central banks at risk (Jachim Nagel; The impact of the Russian aggression on inflation prospects and monetary policy’s response, Closing keynote address, International Economic Symposium, 10/05, 2022). [In un contesto di elevati indici di indebitamento pubblico, più bruschi saranno i cambiamenti dei tassi, più i governi potrebbero spingere contro un inasprimento della politica su una scala necessaria, mettendo a rischio l’indipendenza delle banche centrali]

La guerra, naturalmente, peggiora le aspettative come dimostra la caduta della fiducia di famiglie e imprese e la recente frenata della produzione industriale in vari paesi per mancanza di materiali europei. Cosa perfetta per la stagflazione e un dramma “esistenziale” per la BCE. Arthur Burns, presidente della FED dal 1970 al 1978, così titolava alla fine di quel decennio, difficile in termini d’inflazione, una sua conferenza a Belgrado del 1979: The Anguish of Central Banking (ora in Arthur Burns, Il dramma morale del banchiere centrale, in Pierluigi Ciocca, La moneta e l’economia, il Mulino, 1983).

Destino che Burns stesso così individua:

In monetary policy central bankers have a potent means for fostering stability of the general price level. By training, if not also by temperament, they are inclined to lay great stress on price stability, and their abhorrence of inflation is continually reinforced by contacts with one another and with like-minded members of the private financial community. And yet, despite their antipathy to inflation and the powerful weapons they could wield against it, central bankers have failed so utterly in this mission in recent years. In this paradox lies the anguish of central banking. [Nella politica monetaria i banchieri centrali dispongono di un potente mezzo per promuovere la stabilità del livello generale dei prezzi. Per formazione, se non anche per temperamento, sono inclini a porre un forte accento sulla stabilità dei prezzi, e la loro repulsione per l’inflazione è continuamente rafforzata da contatti reciproci e con membri della comunità finanziaria privata che la pensano allo stesso modo. Eppure, nonostante la loro antipatia per l’inflazione e le potenti armi che potrebbero impugnare contro di essa, i banchieri centrali hanno fallito completamente in questa missione negli ultimi anni. In questo paradosso risiede l’angoscia delle banche centrali].

Allora, le BC come casalinghe disperate sull’orlo di una crisi di nervi? Comprensibile, restando alla metafora, date le condizioni oggettive; anzi, paradossalmente. Potrebbe pure essere un atteggiamento razionale.

Forse, è questa, allora, l’ombra del fato (per dire con Burns) che segue, nonostante il variare delle situazioni, il banchiere centrale: il dilemma della decisione monetaria, spesso drammatico per le conseguenze che comporta per BC e società.

Il lungo sonno dell’inflazione, l’incubo della stagflazione ultima modifica: 2022-06-11T12:36:30+02:00 da FRANCESCO MOROSINI

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