“Venice Unclocked”, la città del non tempo

Il libro di Rachel Spence, con immagini di Giacomo Cosua, racconta la Venezia del quotidiano, di quello che potresti vedere tutti i giorni e che invece scopri per caso, in un giorno qualunque, rimanendo ammaliato, “locked”, chiedendoti come mai non lo avevi mai notato prima…
MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA
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La prima cosa a catturare il lettore in Venice unclocked è che i testi di Rachel Spence e le fotografie di Giacomo Cosua sembrano tendersi alle volte mentre altre ad abbracciarsi: sono le due facce di una stessa medaglia, che brilla di bellezza sua propria senza bisogno degli ori di Palazzo Ducale o dei bagliori della Venezia nobiliare. 

“Venice unclocked” è la Venezia del quotidiano, di quello che potresti vedere tutti i giorni e che invece scopri per caso, in un giorno qualunque, rimanendo ammaliato, “locked”, chiedendoti come mai non lo avevi mai notato prima…

Come a pagina  44 quando Spence ammette:

Not far from my door, I notice a curious white shape rearing above a palace. It’s angular, bony, like a deer’s antler. Why have I never noticed this spectacular marble ornament before? The next morning, it’s vanished. Perhaps it was a cloud… or a moonbeam…

[Non lontano dalla mia porta, noto una curiosa sagoma bianca che si staglia sopra un palazzo. È spigoloso, ossuto, come il corno di un cervo. Perché non ho mai notato prima questo spettacolare ornamento in marmo? La mattina dopo, è svanito. Forse era una nuvola… o un raggio di luna…]

E quando riprendi il cammino, però qualcosa ti rimane di quella vista, riesci a preservarne un pezzetto, in un ricordo intimo, privilegiato, solo tuo.

La capacità di Spence e Cosua è di mostrarci momenti/sentimenti a cui siamo passati accanto e abbiamo tralasciato, forse per correre dietro al tempo inventato da noi e che in questi versi e in questi scatti non si ferma – come crediamo sia nel potere della fotografia – ma oltrepassano il pensiero superficiale aiutandoci a comprendere che il tempo non ci sfugge, semplicemente non esiste.

A pagina 40 per esempio:

A universe in which nothing existed but light would be a universe in which nothing could “perceive“ the passage of time. Time would literally no longer exist.

[Un universo in cui non esistesse altro che luce sarebbe un universo in cui nulla potrebbe “percepire” il passare del tempo. Il tempo letteralmente non esisterebbe più.]

È ciò che afferma poeticamente Spence, e Cosua l’accompagna con un’immagine di un dettaglio di marmi, dai colori tenui, diventati sempre più evanescenti con lo scorrere dei giorni, delle settimane, dei secoli, ma il marmo è ancora lì: fermo, concreto, in tutta la sua resistente tenacia: arriva dal passato, è qui oggi e promette di restare nel futuro.

Come sono riusciti Rachel Spence e Giacomo Cosua a svelare Venezia della sua aurea di città dipinta e soffocata d’amore improprio? Come sono riusciti a “sbloccare” il suo cliché?

È Rachel Spence a raccontare:

Tutto nasce dalla mia collaborazione per il Financial Times. Elena Foster, proprietaria della Ivory Press, mi invia due libri della serie “Cities” sulle città di Roma e Madrid. Appena li ho sfogliati ho pensato alla città in cui ho vissuto gran parte della mia vita, Venezia. Elena mi ha dato carta bianca per il fotografo e io ho chiesto a Giacomo: oltre a essere un grande fotografo, è veneziano, fuori e dentro, ossia Venezia è la sua pelle.

Giacomo sarebbe stato capace di non romanticizzarla. Io volevo una Venezia interiore, intima, la parte bella come quella brutta… la nostra Venezia, di coloro che l’hanno veramente vissuta.

Nello sfogliare le pagine, nel soffermarsi a guardare le immagini si fluisce come in un’onda o forse più di una: quella dei versi – che Rachel Spence non definisce poesia ma un misto fra prosa e poesia, tanto che abbiamo coniato la parola “proesia”… – quella dell’acqua, che si muove persino nello scatto del fotografo, e quella della luce che si distacca dall’ombra per abbagliarci e per risaltare ancora di più i contrasti della città. E l’onda riporta al fluire, al tempo, al fluire del tempo.

All’inizio l’idea era scrivere una lettera a Venezia, divisa in capitoli e uno di questi parlava del tempo – spiega Spence -. Poi quel capitolo ha preso spazio, ha preso il mio tempo si può dire. È da molto che seguo il fisico Carlo Rovelli che parla del tempo, anzi, di ”non-tempo” perché a livello quantistico il tempo lineare non esiste proprio.  E Venezia è una città dove il tempo scorre in un modo diverso. Sei sempre nel passato, presente e nel futuro, quasi simultaneamente. E sei anche sempre fuori tempo. 

Basti solo pensare come noi veneziani consideriamo il rapporto distanza/tempo negli spostamenti – rincara Giacomo Cosua -: tutto viene calcolato a piedi, ogni veneziano sa più o meno quanto impiegherà nel camminare per arrivare in un qualunque punto della città. Questa unità di misura difficilmente viene utilizzata altrove, visto l’unicità di Venezia a essere senza macchine. 

E poi c’è lo scatto fotografico e il tempo… In questo progetto ho avuto la possibilità di riflettere sulle immagini da produrre. Spesso noi fotografi siamo sotto scadenze molto strette e la fretta è sempre cattiva consigliera, perché ti ”costringe” ad andare a forzare la ricerca della foto giusta, piuttosto che trovare il tempo, appunto, per scoprire situazioni che diventano poi funzionali per il lavoro. Venezia è la città perfetta, perché corre su un binario tutto suo, un binario lento che permette di farsi scoprire di giorno in giorno.

Aggiungo una considerazione sugli orologi pubblici a Venezia: sono molto particolari, da ritrovare o scoprire, come oggetti che appartengono a una Venezia passata ma che prova a resistere. Sono pochi, ma ci sono ancora e quelli che sono rimasti vengono regolarmente sistemati in caso di malfunzionamento.

Quindi c’è ancora la messa a punto del tempo che passa, un ponte tra ora e prima e fra poco e anche il libro Venice Unclocked è prima di tutto un oggetto: una edizione raffinata da toccare e sentire con le mani oltre che con gli occhi e, se possibile, da leggere ad alta voce. 

E qui non si può evitare il gioco di parole tra italiano/inglese  del verbo sentire che in inglese può essere detto hearing, listening o feeling. E Venezia, oltre a far sentire le proprie campane si fa sentire in altro modo come ben sottolinea Spence nel suo verso a pagina 39: You don’t look at this painting; you feel it [questo dipinto, non lo guardi, lo senti].

Come il suono della Marangona che si fa sentire, immancabilmente presente, al tocco della mezzanotte: un suono che segna un tempo che non c’è se non a quel rintocco.

“Venice Unclocked”, la città del non tempo ultima modifica: 2022-06-14T23:04:42+02:00 da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

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