L’Ucraina, ricordando Budapest e Praga. Parla Federigo Argentieri

L’intervento in Ungheria e l’invasione della Cecoslovacchia, due precedenti storici dell’attacco in corso su cui riflettere.
ANNALISA BOTTANI
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La storia non è magistra di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve a farla più vera e più giusta.
Eugenio Montale 

Un’Europa pacificata e stabile dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Questo è l’ideale che si è infranto quando la Federazione Russa ha deciso di invadere l’Ucraina il 24 febbraio. Almeno fino a quel giorno, nel contesto europeo era viva l’idea che i territori non si potessero conquistare con la forza. In realtà, questo continente, dal 1945 ad oggi, non è sempre stato teatro di pace. Basti pensare, ad esempio, alla rivoluzione ungherese del 1956, duramente repressa dalle truppe sovietiche, o all’invasione della Cecoslovacchia attuata sempre da parte dell’Urss che nel 1968 pose fine alla “Primavera di Praga”. Si tratta di gravi precedenti storici poco citati nel recente dibattito internazionale. L’analisi dell’approccio adottato dall’Unione sovietica nei decenni scorsi potrebbe consentire di comprendere meglio gli attuali obiettivi del Cremlino e le dinamiche dell’invasione dell’Ucraina. In tale contesto, è legittimo domandarsi anche quale sia stata la reazione dei partiti comunisti occidentali nel 1956 e nel 1968 e quale sia, invece, nella fase attuale, la posizione della sinistra occidentale non solo nei confronti della guerra, ma anche dell’area dell’Europa orientale. 

Ne abbiamo parlato con il professor Federigo Argentieri, docente di Scienze politiche presso la John Cabot University di Roma ove dirige il Guarini Institute for Public Affairs, studioso di Europa orientale e, in particolare, di Ungheria e Ucraina. Egli collabora, inoltre, con il Corriere della Sera e con il supplemento settimanale la Lettura. È stata pubblicata di recente la quarta edizione del suo saggio sulla rivoluzione ungherese intitolato Il proletariato contro la dittatura (Golem Edizioni, 2021).

Federigo Argentieri

Dopo la guerra in Ucraina si è assistito, salvo eccezioni, a una sorta di “amnesia” che ha portato a rimuovere dalla memoria collettiva la rivoluzione ungherese del 1956 e l’invasione della Cecoslovacchia del 1968, considerate ormai solo scosse avvenute nell’ambito del sistema sovietico. Concorda? 
Sì, concordo. È opportuno sottolineare, tuttavia, che quella della Cecoslovacchia fu una vera e propria invasione effettuata da parte di cinque membri del Patto di Varsavia, ossia Urss, Polonia, Ungheria, Germania Est (che diede un supporto logistico all’invasione, ma, comunque, vi partecipò) e Bulgaria, che addirittura aveva raggiunto le coste ucraine per poi infiltrarsi nel Paese attraverso la frontiera con la Slovacchia. Perché si può parlare di invasione e nel caso ungherese non si tratta del termine giusto? Perché la Cecoslovacchia non aveva truppe straniere sul proprio territorio. Stalin aveva dato l’ordine di ritirare tutte le sue truppe dalla Cecoslovacchia alla fine del 1945 perché confidava sia nel senso filorusso tradizionale dei cecoslovacchi sia nella notevole forza del partito comunista che, infatti, prese la maggioranza relativa e poi fece un colpo di stato. In Ungheria, invece, le truppe sovietiche non lasciarono mai i territori: si ritirarono parzialmente fuori Budapest per qualche giorno e poi ritornarono in forze. Per cui non si può parlare di invasione dell’Ungheria, ma di intervento, tanto per essere precisi. Ed è vero che questi due eventi sono stati poco citati e abbastanza rimossi a partire dal 24 febbraio, a causa dell’ignoranza, del pressappochismo e della scarsa conoscenza. Io credo che la storia europea del secondo dopoguerra, mirabilmente raccontata da Tony Judt in un ottimo libro pubblicato da Mondadori, non sia ben conosciuta. Quando si tratta di Ungheria e Cecoslovacchia, escludendo persone della mia generazione oppure più anziane, dubito che la media della popolazione e le generazioni più giovani conoscano tali fatti. Dunque, l’oblio, la rimozione, la difficoltà a effettuare comparazioni non mi sorprendono.

Parliamo della rivoluzione ungherese del 1956. Secondo lo storico Ennio Di Nolfo, “nonostante tutte le declamazioni e la retorica antisovietica rovesciata sull’opinione pubblica dai mezzi di comunicazione di massa e dalla propaganda dei governi occidentali, nessuno mosse un dito. Molti profughi ungheresi trovarono asilo in Occidente, dove ricevettero compianto e solidarietà, ma non appoggio politico.” Lei è uno dei massimi esperti di Europa orientale e, in particolare, di Ungheria e Ucraina. In quel periodo quale fu la reazione della comunità internazionale e, in particolare, dei partiti comunisti occidentali? 
Ha ragione Di Nolfo naturalmente. È tutto vero quello che scrisse. Tra l’altro, io lo conobbi e mi chiamò a insegnare a Firenze per sette anni e per questo gli serbo gratitudine. In effetti vi fu un notevole clamore propagandistico, però nessuno mosse un dito poiché gli Stati Uniti furono sorpresi essi stessi dopo aver promosso con grande enfasi, per almeno sei anni, dalla fondazione di Radio Free Europe avvenuta nel 1950 fino al 1956, ribellioni, rivolte e rollback. Inoltre, nella fase cruciale, gli Usa dissero a Chruščëv, come risulta dai documenti, che non intendevano annoverare l’Ungheria tra gli alleati, lasciando carta bianca e decidendo di non interferire sia perché l’Ungheria non era, di fatto, considerata un’alleata (infatti, non lo era durante la Seconda guerra mondiale) sia perché vi era il timore di scatenare qualcosa di incontrollabile. 

Per quanto riguarda i partiti comunisti occidentali, fu un disastro. Furono tutti favorevoli all’intervento sovietico, ma furono costretti ad affrontare una grave fase di crisi. Il partito comunista italiano perse figure di spicco, di fatto o di diritto, tra i quali Giuseppe Di Vittorio, Celeste Negarville (che era un dirigente storico del Pci dalla fondazione, torinese di origine operaia, ossia la crème de la crème dell’identità del partito comunista) e Antonio Giolitti, nipote di Giovanni Giolitti. Tre personaggi piuttosto importanti, tutti e tre assolutamente in disaccordo con Togliatti che, tuttavia, non subì conseguenze elettorali per questo, ma sicuramente ne ebbe in termini identitari.  

In Francia il partito comunista fu molto intransigente, vi fu una crisi analoga, ma più accentuata anche a causa di alcuni assalti di dubbia provenienza alle sedi del Pcf, tra cui quella dell’Humanité, a Parigi, in quanto vi furono anche molti reazionari ed ex vichisti che colsero l’occasione per dare addosso al partito comunista. I socialisti si macchiarono dell’intervento a Suez e della repressione in Algeria. Dunque, la SFIO, la Séction Française de l’Internationale Ouvrière, ossia il nome del partito socialista francese all’epoca, non aveva molto da controbattere. In Inghilterra si delineò il medesimo scenario: alcuni intellettuali lasciarono, ma il corpo del partito rimase abbastanza unito. Eric Hobsbwam, storico molto celebrato che faceva l’asino di Buridano, manifestava a giorni alterni la propria contrarietà (o la propria approvazione) all’intervento a seconda del contesto e, infatti, trovò asilo all’Istituto Gramsci ove questa posizione era ben accolta. Proprio a quel periodo risale l’idillio tra lui e il partito comunista italiano, stiamo parlando della fine degli anni Cinquanta. Ricordo che nel 2006 a Berlino feci questa battuta nel corso di una conferenza sull’anniversario ungherese e udii chiaramente una risata cattiva del pubblico. È interessante ciò che accadde in Danimarca ove la maggioranza del partito comunista lasciò il partito stesso in minoranza: la maggioranza costituì un altro partito, denominato partito socialista popolare che esiste ancora, un partito di sinistra più moderato, abbastanza militante, ma antistalinista. Queste furono le reazioni. Tutti i partiti subirono una crisi, ma tutti quanti alla fine si schierarono con l’Urss.

Torniamo al partito comunista italiano, al tempo guidato ancora da Palmiro Togliatti, che non prese le distanze dalla repressione sovietica, anzi. Come lei ricorda nel suo saggio “Il proletariato contro la dittatura”, l’8 dicembre del 1956 a Roma l’VIII congresso del Pci approvò l’intervento, isolando le voci dissenzienti.
Secondo quanto riportato da la Repubblica, Pietro Ingrao rivelò che “Togliatti brindò all’intervento dei carri armati sovietici per schiacciare la rivolta popolare in Ungheria.” Si recò a casa del leader per condividere il proprio turbamento, sperando di “trovare un ascolto”. “Dissi il mio turbamento”, ricordò Ingrao, “e invece trovai Togliatti chiuso. Adesso posso anche dirlo. Ricordo che mi disse: ‘Io invece oggi ho bevuto un bicchiere di vino in più.’” “Io avevo amato molto Togliatti, devo moltissimo a lui, ma indubbiamente quella frase era una frase non bella, non giusta e poi ce ne accorgemmo”. Come si declinò la fase di crisi da lei illustrata in precedenza? 
Ingrao disse queste cose quarant’anni dopo, ma al momento rimase in silenzio e Renato Mieli, padre di Paolo, che era uno dei redattori dell’Unità, raccontò in un saggio intitolato Deserto rosso, pubblicato da “Il Mulino” nel 1996, che andò da Ingrao, proprio come Ingrao fece in seguito con Togliatti, per condividere il proprio turbamento. Ingrao rimase impassibile perché aveva già deciso di rimanere nel partito. Renato Mieli, a seguito della diramazione da parte di un’agenzia americana del testo di un “rapporto segreto” di Chruščëv, ricorda che Ingrao chiamò Togliatti per chiedergli un consiglio. Secondo quanto riferito a Mieli dallo stesso Ingrao, Togliatti si dimostrò “laconico ed ironicamente evasivo”, chiedendo a Ingrao, cito testualmente, “Perché chiedi a me che cosa devi fare? Non sei tu il direttore dell’Unità? Sei tu che devi saperlo, non io”. Ingrao chiese a Mieli cosa avrebbe fatto al suo posto ed egli rispose: “Semplicissimo: lo pubblicherei subito e integralmente.” Ingrao sorrise a Mieli senza aggiungere altro. Quel testo non apparve mai sull’Unità. Dunque, non vi erano dubbi: Ingrao aveva correttamente interpretato il pensiero di Togliatti e quella pronta archiviazione si collocò nella storia del Pci come un fatto naturale. “Chi voleva leggerlo, quel rapporto, […]”, ricorda Mieli, “non aveva che da procurarselo da altre fonti per soddisfare la propria curiosità. Ma quel testo non doveva considerarsi ufficiale, anche se non poteva essere smentito”. 

Ci tengo a precisare che Ingrao era stato direttore dell’Unità dal 1947 fino al 1957, dieci anni pesanti, con i processi farsa, Stalin, Berlino Est, una legittima rivolta popolare chiamata “rigurgito neonazista” anche dai socialisti. “Quando crepitano le armi dei controrivoluzionari, si sta da una parte o dall’altra della barricata”, diceva. L’importante, però, è stare dalla parte giusta.

Recentemente Claudio Petruccioli ha condiviso su Twitter questa riflessione: “Prima o poi qualcuno dirà che, con tutti i suoi limiti e difetti, il Pci contribuiva per quanto lo riguardava a mantenere una certa autonomia da Mosca, per sé e anche per l’Italia. A giudicare almeno da quel che vediamo oggi.” Qual è la sua posizione in merito?
La riflessione di Petruccioli, a mio avviso, è assolutamente vera e condivisibile se si riferisce, come penso, al periodo post Togliatti (e non al periodo 1944 – 1964). Il suo commento, infatti, per me si applica solo alla metà degli anni Sessanta quando Longo decise di stabilire rapporti con la Spd e questo è un fatto di cui si parla poco. Fu una delle prime decisioni che prese Longo, alla luce dell’eredità ricevuta, definire i rapporti con la Germania Est: è quella che è, si disse, bisogna avere rapporti con la sinistra dell’Ovest e non con la Germania Est con cui si mantiene certamente un legame, ma il vero interlocutore è la Spd. E, infatti, così fu. Poi Longo andò a Praga nel grande maggio del 1968. Vi è anche una bella foto, disponibile online, che lo ritrae, ormai anziano, ma ancora in forze, con Dubček, giovane e felice, a Praga.

E veniamo ora all’invasione della Cecoslovacchia nel 1968, giustificata da Brežnev con la dottrina della “sovranità limitata”. Questa volta i partiti comunisti dell’Europa occidentale reagirono diversamente, prendendo le distanze dal sistema del socialismo reale. Il Pci espresse “riprovazione”. Dinnanzi a tale barbarie, perpetrata dall’Unione sovietica, quale fu la reazione degli intellettuali e della comunità internazionale e, soprattutto, cosa significava essere comunisti in quella fase storica, all’estero e in Italia?
Intanto, io vorrei partire dall’interessante discussione avviata nell’ambito della direzione del Pci e pubblicata dall’Unità, mi pare nel 1993. Nel corso di tale discussione Berlinguer, allora vice segretario, disse – e cito a memoria – che “in quel Paese ci sono stati vent’anni di malgoverno”, mentre, invece, Amendola, Pajetta e Cossutta erano molto più condiscendenti: con le invasioni, dicevano, si tratta di dolorosa necessità e ricordavano i blocchi, la sostanza della politica, “iperrealismi” – cito sempre a memoria. Ho conservato queste testimonianze nel mio archivio. La discussione all’interno del Pci fu complessa e da essa emerse la parola “riprovazione” che non era proprio ideale, ma era meglio di niente. 

Il partito fu seriamente diviso, ma la maggioranza concordava con questo punto di vista anche perché in Cecoslovacchia non vi era stata nessuna sparatoria, non si erano verificati scontri armati, era stato tutto pacifico fino all’intervento del Patto di Varsavia. E anche dopo questo intervento si erano svolte manifestazioni prevalentemente non violente, anzi totalmente non violente, culminate con il suicidio di Jan Palach che fece molta impressione. Però il Pci rimase in mezzo al guado, come dimostrato dall’Affare Pelikán. Jiří Pelikán era il direttore della radiotelevisione cecoslovacca, era un seguace di Dubček e parlava italiano abbastanza bene. Venne in Italia, in esilio, e fu una fonte di imbarazzo per dieci anni perché bussò in tutti modi alla porta del Pci senza mai ricevere riscontri. Di fatto, gli impedirono di iscriversi al partito e di farsi eleggere. Anche qui vorrei ricordare un libro molto importante e interessante scritto da lui e intitolato “Io esule indigesto. Il Pci e la lezione del ’68 di Praga”, un testo, tra l’altro, concepito da me e realizzato da Giancarlo Bosetti, mentre l’intervista è stata fatta da Antonio Carioti. E, dunque, il Pci rimase in mezzo al guado, mentre, invece, nel 1979 il Psi con Craxi, tre anni dopo la sua elezione a segretario, fece eleggere Pelikán al Parlamento europeo. Egli dirigeva Listy (ossia, Fogli), una rivista cecoslovacca dell’esilio. Grazie a questa elezione, poteva tranquillamente redigerla e distribuirla. Comunque, su Praga il Pci adottò un approccio migliore rispetto a Budapest. Tuttavia, rimase sempre immobile, incapace di progredire fino in fondo. Ecco un’altra dimostrazione: nel marzo del 1977 si svolse a Madrid – e questo è un fatto sicuro – un incontro tra i partiti comunisti francese, italiano e spagnolo. Berlinguer, il segretario francese Marchais e il segretario spagnolo Carrillo parteciparono all’evento, nel corso del quale fu battezzato il concetto di eurocomunismo e si discuteva della possibilità di elaborare qualcosa di diverso dal modello sovietico.

Jan Patočka, al centro, con il ministro degli esteri olandese Max van der Stoel, Praga, 1 marzo 1977.

Esattamente in quei giorni morì a Praga Jan Patočka, grande seguace del filosofo praghese di lingua tedesca Edmund Husserl. Era uno dei fondatori di Carta 77 che era nata a gennaio di quell’anno e aveva incontrato il 1° marzo 1977, presso l’Hotel Intercontinental, il ministro degli Esteri olandese giunto a Praga. Poco dopo fu arrestato dalla polizia, interrogato per una notte e un giorno consecutivi finché non morì di stenti, anche perché aveva settanta anni. Questo fu un omicidio. La riunione di Madrid, che si era svolta prima della morte di Patočka, avrebbe potuto benissimo essere seguita da una protesta di tutti quanti e, invece, non vi fu alcuna protesta. E anche quella fu un’occasione mancata perché protestare per il maltrattamento di Patočka che aveva causato la sua morte era il minimo che si potesse fare in una situazione del genere. Fino alla morte di Berlinguer non vi fu alcun tipo di progresso anche perché Berlinguer, secondo me, lo avrebbe voluto, ma era bloccato da altri che non lo volevano, tra cui Amendola, Pajetta e Cossutta. Amendola addirittura sgridò Pelikán perché fu eletto anche lui al Parlamento europeo e in una delle prime sedute lo incontrò, dicendogli che avrebbe dovuto occuparsi di economia, anziché parlare sempre di diritti umani e di repressione. Un rimbrotto, fatto poi dal figlio di Giovanni Amendola, abbastanza inquietante. Giorgio Amendola era fatto così, era filosovietico dentro, anche se non amava l’Unione sovietica e non vi mise mai piede. E in quell’occasione il partito socialista acquisì dei meriti. Craxi, il 23 agosto, organizzò una bellissima manifestazione in Piazza Duomo, a Milano, di cui ho le foto, due giorni dopo l’invasione. Lo si riconosce grande e grosso, uguale a dopo, con giovani che inalberano cartelli con le scritte “Urss=Germania”, “‘38=‘68”. Quella fu “the finest hour” del partito socialista e di Craxi soprattutto nel periodo residuo della Guerra Fredda, mentre il Pci rimase sempre bloccato e non riuscì ad andare avanti fino al colpo di Stato in Polonia. Lì fu diverso.

Jiří Pelikán, Václav Havel, Bettino Craxi e Alexander Dubček durante una cena all’ambasciata italiana. Foto Archivio Cicconi. 1989.

Pensando alla Cecoslovacchia, ritorna alla mente un’opera di Philip Roth del 1985 “L’orgia di Praga” che riproduce le pagine dei taccuini del 1976 in cui il protagonista Nathan Zuckerman annota il suo soggiorno a Praga. “Si sceglie la rassegnazione perché ci si rende conto che non c’è niente da fare. Non c’è nessuna resistenza contro la russificazione del mio paese. Il fatto che l’occupazione sia odiata da tutti non è una difesa, a lungo andare. Voi americani ragionate in termini di un anno o due; i russi ragionano in termini di secoli. Sanno istintivamente di vivere in un tempo lungo, e che il tempo gioca a loro favore. Lo sanno nel profondo, e hanno ragione.”, sostiene uno dei personaggi del libro. Ritiene che questa visione sia ancora parte della mentalità russa?
Assolutamente sì, soprattutto per l’attitudine russa a ragionare in termini di secoli. Diciamo che l’effimero è completamente estraneo alla mentalità russa nel senso positivo e negativo del termine. E qui parliamo di quello negativo. I russi lavorano sui tempi lunghi e, secondo Putin e la sua cerchia ristretta, il loro destino o è imperiale o non è: la Russia non può non essere imperiale e, quindi, non può non dominare su una molteplicità di nazioni, in qualunque forma, quella zarista, quella sovietica o quella post zarista e post sovietica attuale, non ha importanza. I Gorbačëv, gli El’cin, Andrei Kozyrev, ottima persona e ministro degli Esteri di Eltsin, Anatoly Chubais sono figure di minoranza, come lo sono coloro che stanno all’opposizione, da Garry Kasparov ad Alexei Navalny, a Boris Nemtsov che sono stati “eliminati” in un modo o nell’altro, a favore della lobby imperiale, perché avevano una visione diversa. Adesso si gioca una partita fondamentale. Io credo, infatti, che molti abbiano capito che ciò che afferma l’Ucraina è vero: qui non si tratta di negoziare e aspettare che passi la buriana. Qui si tratta di fermare l’espansionismo russo perché la Russia è capacissima di prendersela con i Paesi Baltici, con la Polonia, usando l’avamposto belaruso. 

Analizzando gli eventi del 1956 e del 1968, emerge un fattore chiave utile a comprendere l’approccio imperiale adottato dall’Urss nei confronti dei Paesi che rientravano nella sua sfera di influenza: solo l’uso della forza e l’impiego di metodi repressivi erano in grado di garantire una parvenza di coesione. La “russificazione” si era rivelata un processo fallimentare in quanto le singole nazioni avevano mantenuto la propria identità e le proprie tradizioni culturali. Sono passati decenni, è cambiato il contesto storico e Paesi come l’Ucraina, un tempo facenti parte dell’Urss, già dal 1991 hanno ottenuto l’indipendenza. Tuttavia, in nome di un’ideologia imperiale e revanscista, l’uso della forza da parte della Russia è rimasto uno dei pochi strumenti a disposizione di Putin per tentare di annichilire la sovranità e l’integrità territoriale ucraina. A suo avviso, si può delineare un parallelismo tra i due scenari, individuando le differenze tra l’approccio sovietico e quello di Putin?
L’approccio è il medesimo. Putin è l’erede legittimo della tradizione zarista e di quella sovietica, della tradizione imperiale in versione zarista e sovietica, una sintesi delle due, “stracciona” per usare un termine dell’imperialismo italiano. È una sintesi micidiale dal punto di vista della distruttività (distruttività anche un po’ “a casaccio”). Diciamo intanto che l’Unione sovietica è riuscita a disperdere “capitali di simpatia”. Nel 1945 la Cecoslovacchia era un Paese che adorava l’Urss perché vi era stata Monaco e l’Urss era l’unica potenza esclusa da quegli accordi. Poi segnalo Tomáš Masaryk, il primo presidente della Cecoslovacchia, autore di un saggio molto corposo, disponibile anche in italiano, intitolato “La Russia e l’Europa”, tutto basato sull’europeità della Russia e della cultura russa. E questo aveva avuto un’influenza notevole. Vi era una tradizione filorussa formidabile in Cecoslovacchia che in vent’anni è stata completamente dilapidata perché poi, a partire dal 1968, i russi erano odiati, mentre la Rivoluzione di Velluto del 1989 è stato un evento completamente liberatorio per i cecoslovacchi, la liberazione da un incubo. E i paragoni fatti tra Hitler 1938 e Mosca 1968 si sono sprecati e sono tuttora materia di studio. Si tratta di due paragoni dal senso compiuto. Nel caso dell’Ucraina stiamo assistendo a uno scenario simile, ma in questo caso è necessaria una premessa culturale: la Russia ha un problema con l’identità ucraina che non aveva con quella cecoslovacca o con quella ungherese. Non riconosce, infatti, l’Ucraina come identità culturale separata – un problema serio e, nel contempo, un limite enorme – e ritiene che gli ucraini siano dei “burini”. Non riconosce, invece, che l’Ucraina è l’erede legittima della Rus’ di Kyiv, quella stessa Rus’ che non era a Mosca, ma appunto a Kyiv, città fondata nel 482, sei anni dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Per la fondazione di Mosca bisognerà attendere ancora mezzo millennio. Sono elementi che fanno annaspare i russi e che i russi stessi vogliono mettere a tacere. In realtà, l’Ucraina è riuscita in trent’anni a sviluppare una memoria storica, una società civile e un’identità robusta, come dimostra la sua resistenza, e su questo la Russia si sta impantanando. Non so se l’Ucraina riuscirà a vincere: vincere significa espellere la Russia da tutto il suo territorio, prendendo in considerazione i confini antecedenti al 2014. Non so se questo sarà possibile, ma bisogna, comunque, sconfiggere l’invasore e, dunque, fa bene l’Occidente a vedere in tale aspetto una questione importante di principio per la salvaguardia dei valori dell’Unione europea, degli Stati Uniti e della solidarietà euroatlantica. Mai transigere, dunque. Naturalmente questo rende la situazione molto diversa da quanto non fosse a Budapest e Praga. Però vi sono delle analogie. La diversità sta nella solidarietà fattiva dell’Occidente con l’Ucraina, mentre la medesima solidarietà non si è manifestata né nel 1956 né nel 1968. Ed è una differenza fondamentale.

Vladimir Putin

L’Europa orientale è una realtà estremamente articolata e non sempre gli studiosi sono in grado di cogliere la sua identità o la ratio che ispira l’azione dei singoli Paesi che ne fanno parte, peraltro molto diversi tra loro. Nel saggio “Un Occidente prigioniero o la tragedia dell’Europa centrale”, pubblicato nel 1983 su Le Débat, lo scrittore e intellettuale Milan Kundera sottolinea che “nel dopoguerra si sono quindi delineate in Europa tre situazioni fondamentali: quella dell’Europa occidentale, quella dell’Europa orientale e quella, la più complessa, della parte d’Europa situata geograficamente al centro, culturalmente a Ovest e politicamente a Est.” Kundera evidenzia, inoltre, che “l’Europa centrale voleva essere l’immagine condensata dell’Europa e della sua multiforme ricchezza, una piccola Europa ultraeuropea, modello in miniatura dell’Europa delle nazioni concepita sulla base di questa regola: il massimo di diversità nel minimo spazio. Come avrebbe potuto non inorridire di fronte alla Russia, che si fondava sulla regola opposta: il minimo di diversità nel massimo spazio?” Qual è, dunque, la reale identità di quest’area culturale e geografica?
Di solito la vera divisione è costituita da Bisanzio, ossia Costantinopoli, la regione dello scisma d’Oriente. I cattolici e i protestanti sono occidentali o centrali e gli ortodossi sono orientali, anche se Paesi come la Grecia possono mettere in discussione tale suddivisione in quanto essa non fa parte dell’Europa orientale. È un discorso piuttosto complesso e in tale ambito è estremamente prezioso il contributo dello storico ungherese Jenő Szűcs, autore del saggio “Disegno delle Tre Regioni Storiche d’Europa”, tradotto dal sottoscritto e pubblicato da Rubbettino. Si tratta di un testo fondamentale del 1980 che riprende, senza saperlo, quello che scriveva quasi contemporaneamente Kundera, ma ne richiama i concetti. Ci tengo a sottolineare che è più un affresco storico, non è una plaidoirie, ossia un’arringa, una difesa d’ufficio, come quella di Kundera. Quella di Szűcs, che era un medievista, è una spiegazione di come sono nate le tre regioni storiche d’Europa e di cosa le differenzia. 

“Dove si estendono i confini interni dell’Europa?”, questo è il quesito che si pone Szűcs. A suo avviso, vi è la frontiera orientale dell’Impero carolingio intorno all’800: una linea molto marcata, che dalla bassa Elba-Saale percorre l’Europa a sud, lungo il Leitha e, andando oltre, lungo i confini occidentali dell’antica Pannonia. Dopo il grande scisma del 1054, sempre secondo Szűcs, si delineò una seconda linea divisoria, quasi parallela alla precedente, più a oriente, dalla regione del basso Danubio fino ai Carpazi orientali, e più a nord, lungo le foreste che separano la Slavia occidentale da quella orientale, la terra polacca da quella russa, che nel secolo XIII raggiunse il Baltico. Il territorio collocato a occidente di questa già intorno al 1100-1200 cominciò a essere considerato come Europa Occidens (Occidentalis), dimenticando anche il confine certo Elba-Leitha di una volta. Europa, divenuta non solo semplice confine geografico, ma anche sinonimo di Christianitas, di identità culturale, anzi strutturale, si era già sdoppiata nelle orbite di Roma e Bisanzio.

Tra queste due linee di confine, cui appartiene anche l’Ungheria, si trova la regione denominata “Europa centro-orientale”. L’Europa rimasta a Oriente è l’opera medievale meno rifinita, anzi solo incompiuta. Dalla terra russa, in direzione sud ed est, la parte più grande di quella che sarebbe in seguito diventata la Russia europea fino all’età moderna non era né “terra russa” né “Europa”, bensì la propaggine occidentale della regione delle steppe e del mondo nomade eurasiatici che si incuneavano nell’Europa geografica, “sulla quale, tra gli altri, anche i nostri antenati giunsero dietro ai Carpazi.” 

A grandi linee possiamo, dunque, affermare che la prima espansione “barbarica” che inglobava l’eredità occidentale di Roma diede vita al concetto di “Occidente” (500-800). Dopo la nuova pacificazione “barbarica” la prima grande espansione dell’Occidente (1000-1300) ampliò, in direzione orientale e settentrionale, i confini dell’Europa Occidens (che includeva l’Europa del nord e quella centro-orientale), mentre dall’irradiamento di Bisanzio, custode dell’eredità orientale di Roma, emerse un’Europa orientale “monca”, come pure l’Europa sud-orientale. L’Età moderna iniziò, da un lato, con la seconda grande espansione dell’Occidente (1500-1640), che estendendosi attraverso l’Oceano Atlantico aggiungeva l’America, assorbendo anche la Scandinavia. Dall’altro, con la grande espansione dell’Europa orientale “monca” che portava alla luce l’“intera” Europa orientale, aggiungendo la Siberia che si estendeva fino all’Oceano Pacifico. L’Europa centro-orientale, stretta fra le due, all’alba dell’Età moderna poteva avvedersi con costernazione difensiva che, mentre da Occidente la storia tracciava di nuovo una linea di confine ritenuta sfocata, da sud l’ultima e la più forte ondata delle millenarie invasioni originarie dell’Asia centrale assediava le sue pendici ed essa neanche sapeva esattamente se appartenesse ancora ai confini dell’Europa Occidens o ne era rimasta fuori.  

Vorrei sottolineare che, mentre esistono chiaramente, sulla base dell’eredità, rispettivamente, di Roma e Bisanzio, un’Europa occidentale e un’Europa orientale, l’Europa centrale ha caratteristiche dell’una e dell’altra. La struttura sociale è dell’Europa orientale, ma la società civile e la religione sono dell’Europa occidentale. La religione si differenzia per il fatto che il cristianesimo occidentale promuove la società civile, mentre, invece, il cristianesimo ortodosso unisce lo Stato in quanto l’impero è sopravvissuto a Bisanzio, non a Roma, per altri mille anni.

Secondo gli analisti Jan Smoleński e Jan Dutkiewicz, “parlare di Europa orientale e di europei dell’est Europa senza ascoltare le voci locali o cercare di capire la complessità dell’area è una proiezione coloniale”.
Il fenomeno del cosiddetto “westsplaining”, termine coniato proprio in Europa orientale per illustrare l’approccio di molti analisti occidentali, è estremamente diffuso, soprattutto in questa fase.
In tale contesto si inserisce anche la tendenza a giustificare le azioni del governo russo e, in particolare, l’invasione dell’Ucraina considerandole una diretta conseguenza, ad esempio, dell’espansione della Nato a est o di altre politiche portate avanti dall’Occidente. Purtroppo, questa visione, aggravata anche da un forte antiamericanismo, è profondamente radicata nell’area progressista e di sinistra occidentale. Che impatto ha avuto, anche politicamente, sulla guerra in corso?
Un impatto disastroso, fatto di distorsioni, in parte promosse dalla fabbrica dei troll russa e, in parte, spontaneamente prodotte dai circoli occidentali ignoranti e pressappochisti. 

Per quanto concerne la Nato, non è vero che quest’ultima circonda la Russia. Dei ventiduemila chilometri di perimetro ve ne sono solo cinquecento di frontiera con la Nato, ossia un quarantaquattresimo della frontiera russa “confina” con la Nato. Se entrasse la Finlandia, si passerebbe a duemila chilometri, ossia un undicesimo. Tali discorsi sono completamente insensati. E poi ricordiamo che la Nato non è un’organizzazione aggressiva: è vero che è intervenuta in Bosnia contro la Serbia e il Montenegro, ossia la piccola Jugoslavia, e in Afghanistan, ma sempre con pieno mandato Onu. Un elemento che il Patto di Varsavia non aveva quando è intervenuto in Ungheria e in Cecoslovacchia. Tutta la narrativa sulla Nato che si espande a est e la posizione contraria di Putin è basata sulla propaganda, sull’ideologia e sulla giustificazione delle posizioni moscovite. Oltretutto l’Ucraina non era, nel modo più assoluto, in procinto di entrare nella Nato. Nel 2008 si era diffusa una diceria che riportava l’intenzione di Bush di garantire subito l’adesione dell’Ucraina e della Georgia, senza neanche sentire i dirigenti dei due Paesi. Per cui la questione della Nato non ha alcun tipo di fondamento ed è la narrativa tipica di alcuni circoli cosiddetti “progressisti occidentali” che per fortuna sembrano essere stati messi in minoranza. E speriamo che tale approccio sia mantenuto, anche grazie all’opera di Draghi e alla “conversione” del Ministro Di Maio. Devo dire che anche la condotta del PD con Enrico Letta si è rivelata corretta, come, nell’insieme, quella di Meloni e del suo partito.

Nestor Ivanovych Makhno (1888–1934) in un campo di detenzione in Romania.

Com’è articolato il panorama politico ucraino e che ruolo hanno svolto, soprattutto in questa fase, i movimenti di sinistra e progressisti del Paese?
Mi sembra che la compattezza politica in Ucraina sia totale. Lo spettro politico include formazioni di destra e di sinistra. Per quanto concerne la sinistra, è opportuno ricordare   le tradizioni di sinistra anarcoidi – mi riferisco a Nestor Makhno – e le tradizioni socialiste e socialcomuniste che si rifanno al comunismo nazionale di Mykola Skrypnyk, il dirigente del partito comunista ucraino che aveva preso sul serio la Nep di Lenin e anche le opportunità che aveva creato per l’Ucraina e che, quando vide che Stalin si stava riprendendo tutto e stava affamando gli ucraini, si suicidò nella primavera del 1933, una delle tragedie nella tragedia. Per destra, invece, intendiamo l’arco politico che comprende i conservatori, come, ad esempio, Pravyj Sektor, ingiustamente definita neonazista come se si trattasse delle Waffen-SS o delle Einsatzgruppen, cosa che non è assolutamente vera, Svoboda e il battaglione Azov. A tale proposito, è necessario evidenziare che le radici della destra in Ucraina sono legittime. Parliamo, infatti, di un Paese che è stato massacrato dai comunisti moscoviti, che si chiamassero Stalin, Kaganovič, Molotov o altri. Dunque, una volta riconquistata la libertà, è normale che la destra abbia sviluppato un approccio fortemente anticomunista. 

Mi sembra, inoltre, che anche le questioni identitarie di questo panorama politico, adesso che vi è la guerra, siano completamente “diluite”. All’inizio si parlava spesso di Forza Nuova che aveva invitato il battaglione Azov per fraternizzare, ma in questa fase non è più rilevante in quanto ora si combatte, si cerca di resistere e, se possibile, di vincere. Queste differenze politiche sono indifferenti. 

Per quanto riguarda il nazismo, anche in Ucraina, tra il 1941 e il 1943, si è verificato il fenomeno del collaborazionismo, come nel resto d’Europa ove, però, è spesso durato più a lungo. Di certo non in misura proporzionalmente maggiore. Basti pensare a Vichy, alla Norvegia con Vidkun Quisling o alla Repubblica di Salò. Vi è stato ovunque. 

Invece, nella guerra attuale mi limito a ricordare che vi sono molti ebrei ortodossi in uniforme che pregano negli intervalli delle battaglie, altro che nazisti. 

Nel corso di un viaggio scolastico a Leopoli nel 2018 incontrammo uno dei capi del battaglione Azov. Durante la conversazione disse che il battaglione non chiedeva affiliazione politica, sicuramente non apprezzava i simboli nazisti, le croci uncinate e, se qualcuno le esibiva, anche tatuati sul braccio, era espulso. Poi permane la libertà di pensiero. Al battaglione interessano le persone capaci di combattere. L’ossessione russa per il battaglione Azov, il nazismo e la denazificazione dell’Ucraina è una follia furiosa e isterica. Durante la Seconda guerra mondiale, oltre al collaborazionismo che si manifestava in tutta Europa, era operativo l’esercito insurrezionale ucraino (UPA), che combatteva contro Hitler e contro Stalin e avrebbe continuato a combattere addirittura fino alla metà degli anni Cinquanta insieme all’Armia Krajowa polacca (AK). Entrambe le armate sono state liquidate, costrette ad arrendersi e sterminate, ma sono stati necessari molti sforzi. E lo stesso è successo con la Fratellanza del Bosco lituana e anche baltica in generale. Questi eserciti avevano combattuto Hitler e non volevano Stalin. Questo tipo di retaggio politico è stato assimilato male dai sovietici e dai russi che hanno accusato l’UPA di nazismo: chi, comunque, lottava contro l’Armata Rossa non poteva che essere nazista visto che l’Armata Rossa aveva combattuto contro il nazismo. L’idea che vi fosse qualcuno che voleva combattere contro l’Armata Rossa e che aveva lottato anche contro il nazismo era inaccettabile dal punto di vista ideologico. Da qui nasce questo mito folle dei nazisti ucraini. Fatta questa lunga premessa, posso affermare che la destra esiste, ma in percentuale, come dimostra Simone Bellezza, ha sempre preso pochi voti. La politica ucraina si declina non tanto secondo schemi ideologici, quanto secondo una fitta rete di lobby, gruppi di potere e affaristi. Siamo ancora ai primordi di una politica democratica: non vi è il partito democristiano, conservatore o socialdemocratico, esistono, certo, ma sono “liquidi”. Detto questo, a partire dall’aggressione del 24 febbraio, l’unanimità è impressionante. E la sinistra – ossia i gruppi simpatizzanti per l’anarchia, i gruppi libertari etc. – castiga la sinistra occidentale affermando che non capiscono nulla e non si rendono conto che questa è una guerra di liberazione (non capiscono nulla se non appoggiano loro), che la Russia è una potenza reazionaria, che questo è un chiaro tentativo di far rinascere dalle ceneri lo zarismo, lo stalinismo, l’impero, in qualunque forma esso si possa manifestare, e per i russi è inaccettabile perché questo comporta la loro distruzione, come ha dichiarato apertamente Putin. Se è difficile e complesso identificare i partiti, in compenso, come dicevo, l’unanimità è assoluta, dalle forze di destra a quelle di sinistra, salvo eccezioni, ben contente di combattere insieme o combattersi tra loro quando la guerra sarà finita, seppur con altri mezzi.

Torniamo all’attualità. Come riportato dalla Cnn, secondo il rapporto del think tank New Lines Institute for Strategy and Policy e del Raoul Wallenberg Centre for Human Rights, firmato da alcuni tra i più importanti giuristi ed esperti di genocidio al mondo, le azioni russe in Ucraina hanno fornito sufficienti prove per giungere alla conclusione che Mosca stia istigando al genocidio e commettendo atrocità volte a distruggere il popolo ucraino. La Federazione Russa avrebbe, dunque, violato numerosi articoli della Convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite e, sempre secondo il rapporto, sarebbe possibile effettuare una comparazione diretta con il massacro di Srebrenica del 1995. Intanto prosegue l’offensiva russa e i negoziati sembrano ormai in una fase di stallo. A suo avviso, quali scenari ci attendono nel breve e medio periodo?
Dipende dall’esito della guerra. Il paragone con la ex Jugoslavia è legittimo. Io ritengo che gli ucraini debbano sapere che la Croazia, durante la guerra, per riprendersi la Krajina, ossia l’equivalente del Donbas, una regione con una forte minoranza serba, ma situata in Croazia, fu costretta ad attendere quattro anni prima di riconquistare tutto il territorio. E, dunque, bisogna forse attrezzarsi per tempi lunghi. Però Milošević è finito all’Aja (sarebbe stato condannato se non avesse avuto un infarto letale), mentre Karadžić e Mladić sono stati condannati. Dunque, l’auspicio è che finisca nel medesimo modo in quanto la dinamica è la stessa. Ovviamente Milošević, non avendo armi nucleari, era più vulnerabile, però fu spodestato dal popolo serbo e non dalla Nato, perse le elezioni dopo la guerra in Kosovo. Dunque, l’auspicio è che accada la stessa cosa. Sarà difficile, ma speriamo che succeda. Non posso fare previsioni per il futuro. Mi auguro vivamente che Putin, Lavrov e Peskov, i tre odiosi capi di questa cricca, finiscano tutti quanti davanti a un tribunale. Naturalmente è più un augurio che una previsione, ma la speranza è l’ultima a morire. Sarebbe una fine giusta per le atrocità che hanno compiuto, così come giusta è stata la fine di Milošević e dei suoi. 

Ultimo aggiornamento: 14 giugno, ore 22.30 

Immagine di copertina: i carri armati sovietici nelle vie di Praga e la resistenza popolare.

L’Ucraina, ricordando Budapest e Praga. Parla Federigo Argentieri ultima modifica: 2022-06-15T18:52:24+02:00 da ANNALISA BOTTANI
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