Cina, il 1989 non è mai finito

BENIAMINO NATALE
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Tutti sappiamo quello che è successo nella notte tra il 3 e il 4 giugno a piazza Tiananmen – la Porta della Pace Celeste – a Pechino. Dopo oltre un mese e mezzo di proteste pro-democrazia, migliaia di studenti e di semplici cittadini cinesi furono uccisi nell’intervento dell’Esercito Popolare di Liberazione (che per questo fu ribattezzato dai dissidenti Esercito di Liquidazione del Popolo; in inglese la People Liberation Army divenne la People Liquidation Army). L’ ordine di intervenire fu dato dai cosiddetti “Otto Immortali” riuniti intorno a Deng Xiaoping, cioè i vecchi militanti del Partito comunista cinese chiamati a “vigilare” sui “giovani” del Politburo, tra cui il primo ministro riformista Zhao Ziyang. La decisione fu presa dopo un accesso dibattito tra gli alti gradi del Pcc descritto in uno straordinario libro uscito nel 2001 dal titolo The Tiananmen Papers, che dovrebbe essere letto con attenzione da tutti coloro che s’interessano a qualsiasi titolo di quello che succede in Cina. Il libro è stato curato da Perry Link e Andrew Nathan – due dei più quotati sinologi del mondo – e contiene i verbali delle riunioni dei dirigenti del Pcc in quei giorni cruciali per la storia della Cina e del mondo. A consegnare i verbali a Link e Nathan fu un allora alto dirigente del Partito rimasto anonimo fino a oggi.

Qui interessa sottolineare che non si trattò di una decisione facile. L’intervento dell’esercito e quello che lo seguì erano destinati a segnare il futuro del Paese. 

Facciamo un salto e veniamo ai giorni nostri. La Cina è governata da Xi Jinping, segretario del Pcc, presidente della Commissione militare centrale e presidente della Repubblica. Xi ha condotto una feroce purga nei ranghi del Partito, eliminato gli imprenditori che stavano diventando un potere che sarebbe potuto diventare alternativo – valga per tutti l’esempio del famoso Jack Ma, fondatore dell’altrettanto famosa Alibaba – e rilanciato il ruolo dello Stato nell’economia. Inoltre ha abolito il termine di due mandati per il segretario-capo dell’esercito e spera, nel Congresso del Pcc che si dovrebbe tenere entro la fine dell’anno, di ottenere un terzo mandato. 

Molti osservatori sostengono che Xi ha accumulato un grande potere, paragonabile solo a quello che ebbe Mao Zedong, il fondatore della Repubblica Popolare. Ma secondo Willy Wo-Lap Lam, un commentatore basato a Hong Kong e profondo conoscitore delle dinamiche interne Pcc, sarebbe in corso “una feroce lotta di potere” tra Xi e due potenti fazioni del partito: quella della cosiddetta “cricca di Shanghai”, che fa capo all’ex-presidente Jiang Zemin e all’ex-vice presidente Zeng Qinghong, e quella riunita intorno a Wang Qishan, un ex-alleato di Xi molto popolare sia all’interno del partito sia negli ambienti dell’economia e della finanza cinesi ed internazionali.  

Negli ultimi mesi questa lotta si è espressa in una serie di critiche più o meno velate che esponenti di rilievo del Partito, come il primo ministro Li Keqiang, hanno rivolto al “numero uno”, favoriti dal forte rallentamento della crescita dell’economia, che è stata aggravata dalla pandemia del Covid-19. Su questo terreno, Xi continua a sfidare i suoi avversari e il mondo occidentale, ha scelto strade diverse, imponendo severissimi lockdown – in particolare nella “capitale economica” Shanghai – in nome della cosiddetta politica dello “zero Covid”. Nei piani di Xi, questo dovrebbe dimostrare al resto del mondo la superiorità del  modello autoritario cinese su quello democratico dell’Occidente.

La platea del Pcc ascolta il discorso del segretario generale Xi Jinping in occasione della celebrazione del 100° anniversario della fondazione del Partito comunista cinese, 1 luglio 2021.

Negli anni che seguirono il massacro di Tiananmen, Deng Xiaoping prese una serie di iniziative: istituì un sistema di leadership collettiva – il segretario-presidente della Repubblica-capo dell’esercito sarebbe stato un “primus inter pares” nel Comitato esecutivo del Politburo in modo da evitare un accentramento eccessivo del potere nelle mani di una sola persona; siglò un accordo con la Gran Bretagna che garantiva all’ex-colonia britannica di Hong Kong cinquant’anni di regime semi-democratico;  sottolineò più volte che l’assorbimento di Taiwan sarebbe avvenuto con metodi pacifici. In sintesi, Deng vedeva all’orizzonte dei cinquant’anni (a partire dal 1997, anno della restituzione di Hong Kong alla Cina) un’evoluzione della Cina in senso almeno parzialmente democratico. 

Nei suoi dieci anni al potere (2012-2022) Xi ha cancellato tutto questo. Nei suoi programmi c’è anche un progressivo ridimensionamento della presenza della Cina nell’economia internazionale – sia nel senso della presenza cinese all’estero sia in quello della presenza degli stranieri in Cina – nella speranza che l’ormai solido mercato interno consenta all’economia del Dragone di mantenere alti tassi di crescita. 

Xi Jinping in visita in un villaggio del distretto di Dongpo, provincia del Sichuan.

In fondo, il suo dilemma non è diverso da quello che – seppur in circostanze più drammatiche – Deng Xiaoping ebbe di fronte nella primavera del 1989: continuare con le riforme dialogando con gli studenti oppure dare il via alla repressione, navigando a vista fino al momento in cui avrebbe potuto rilanciare il suo progetto riformista. Se avesse scelto il dialogo, il monopolio sul potere del Partito comunista non avrebbe potuto non essere messo in discussione. Deng scelse la via più facile.  

Da allora, il dilemma si è riproposto più volte. Fin dall’inizio del suo primo mandato (2002) Hu Jintao, il predecessore di Xi Jinping, si è trovato di fronte all’alternativa, che ha risolto con misure pragmatiche ma di corto respiro: un colpo al cerchio, uno alla botte, nella speranza di riuscire a salvare sia la capra (lo sviluppo economico) sia i cavoli (il monopolio politico del Pcc). Ed è il dilemma di Xi Jinping e degli altri dirigenti cinesi che – a quanto sembra – non hanno ancora scelto con chiarezza una strada: quella che porta la Cina a integrarsi nel sistema economico internazionale e a una graduale democratizzazione – o l’altra – quella che la porta a diventare una Corea del Nord più grande, più ricca – e più pericolosa. Xi potrebbe – è tutt’altro che sicuro – essere ridimensionato o addirittura eliminato. Oppure potrebbe riuscire a contenere i suoi oppositori e a governare da solo, o quasi, per altri cinque anni. Nell’uno e nell’altro caso i suoi successori avranno di fronte lo stesso dilemma che angosciò Deng e gli altri “Immortali” davanti alle migliaia di studenti e di cittadini che 33 anni fa occuparono per sei settimane piazza Tiananmen.

Immagine di copertina: Piazza Tienanmen dopo l’incidente di Piazza Tienanmen nel giugno 1989. Carro armato con la museruola puntata verso studenti e cittadini (Foto: Noboru Hashimoto)

Cina, il 1989 non è mai finito ultima modifica: 2022-06-16T18:43:46+02:00 da BENIAMINO NATALE
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