La Francia si converte al “parlamentarismo”

Abituata a maggioranza chiare e nette, la Francia si trova oggi a dover sfidare la propria cultura politica. E non è detto che vi riesca con successo. La strada per la formazione di una maggioranza stabile è in salita e lo scioglimento dell'Assemblea Nazionale per ritornare ad elezioni rimane tra le ipotesi di un futuro non troppo lontano.
MARCO MICHIELI
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[PARIGI]

Il risultato delle elezioni legislative di giugno è un nuovo sisma per la Francia. È l’indicazione soprattutto di un paese che non ha trovato ancora la stabilità – ma la sta ricercando – dopo l’uscita di scena di socialisti e post-gollisti, le formazioni che hanno gestito il potere nella Quinta Repubblica. Soprattutto è una sconfitta pesante per il presidente Emmanuel Macron che aveva vinto le elezioni presidenziali ad aprile ma che non ha saputo trovare un messaggio chiaro da presentare all’elettorato che non fosse il rischio di una presa del potere di Nupes, la coalizione di sinistra guidata da Jean-Luc Mélenchon, in maniera non dissimile dal rischio paventato dal presidente per la vittoria dell’estrema destra del Rassemblement Nationale (RN) di Marine Le Pen alle presidenziali. 

Macron si ritrova oggi con una maggioranza relativa insufficiente a formare un governo e realizzare il suo programma. Le alternative a Ensemble, la coalizione del presidente, non hanno però i numeri sufficienti per formare un governo a loro volta. La divisione in tre dell’elettorato tra blocco centrista, blocco di sinistra ed estrema destra si è ripresentata alle legislative. I partiti di maggioranza relativa e quelli dell’opposizione dovranno quindi ora trovare la quadra che consenta al paese di avere una maggioranza stabile. Anche se non è detto che accada. Si tratta infatti di tre poli in netta contrapposizione tra di loro che hanno fatto campagna elettorale presentando gli avversari come una pericolosa alternativa. Ai tre poli si aggiunge il partito post-gollista Les Républicains (LR) che ottiene un buon risultato, pur perdendo una trentina di deputati ma che potrebbe essere l’ago della bilancia.

Le elezioni hanno segnato però una nuova frattura nel cosiddetto “fronte repubblicano”, la mobilitazione di diversi partiti politici di destra e di sinistra contro l’estrema destra in occasione di un’elezione. Il meccanismo oggi funziona solo marginalmente. Il partito di Le Pen vince una volta su due, che si tratti della competizione elettorale con candidati di Ensemble o di candidati Nupes. 

Secondo i calcoli di Ipsos riportati da Le Monde, quando gli elettori Nupes hanno dovuto scegliere tra Ensemble e RN, solo il 37 per cento ha votato per i candidati della coalizione presidenziale mentRe il 18 per cento per il partito di Le Pen. Il sondaggio già condotto dall’istituto durante le elezioni presidenziali aveva mostrato che il 41 per cento degli elettori di Jean-Luc Mélenchon ha votato per il presidente uscente e il 21 per cento per Marine Le Pen. Dati simili per l’Ifop che ha stabilito che al secondo turno tra Ensemble e RN, i candidati della coalizione presidenziale hanno potuto contare solo sui voti del 31 per cento degli elettori di Nupes; l’11 per cento avrebbe votato a favore del RN, il 58 per cento si sarebbe astenuto o avrebbe votato scheda bianca o nulla. In un’intervista rilasciata a Le Figaro, il politologo Jérôme Jaffré, direttore del Centre d’études et de connaissances sur l’opinion pu blique (Cecop), ha definito il voto del 19 giugno nelle province come “la trasposizione elettorale del movimento dei ‘gilet gialli’”, vedendoci “una convergenza di opposizioni radicali contro il governo”.

Ma il fenomeno non è limitato a Nupes. Secondo Jérôme Fourquet di Ifop, intervistato da Le Monde, nelle 65 circoscrizioni in cui RN ha affrontato Nupes, gli elettori di Ensemble hanno votato pochissimo RN (l’1 per cento). Ma se il 41 per cento ha votato per il candidato Nupes, il 58 per cento di questi elettori si è astenuto, ritenendo Nupes e RN sullo stesso piano. Di più. Secondo Fourquet, quando RN sfida un comunista, un socialista o un verde, vince solo nel 38 per cento dei casi. Ma quando si tratta di un esponente de La France Insoumise, il partito di Mélenchon e la formazione principale della coalizione di sinistra, vince nel 63 per cento dei casi.

Cerchiamo di capire ora quali sono le conseguenze del voto sulle singole colazioni o partiti e quali sono le ipotesi disponibili per la formazione di un governo.

Ensemble, la coalizione di Macron

Come detto, la coalizione del presidente non è riuscita a ottenere la maggioranza assoluta (289) e si è fermata a 245 seggi, molto al di sotto di quanto nelle ultime settimane i sondaggi le attribuissero. Per Le République En Marche (Lrem), il partito di Macron, che ottiene 160 seggi (ne aveva 308), si tratta anche di una pesante sconfitta finanziaria: dai 21 milioni all’anno attuali scende a 13,5. Lrem perde anche molti pezzi grossi del partito come li presidente dell’Assemblea nazionale, Richard Ferrand, e l’ex ministro dell’Interno, Christophe Castaner, entrambi ex socialisti ed entrambi sconfitti.

Una diminuzione nel numero di seggi che rende ancor più determinante il supporto dei suoi alleati del MoDem di François Bayrou (48 seggi, ne aveva 42 nel 2017) e di Horizons, il nuovo partito dell’ex primo ministro Eduard Philippe (28 seggi). Bayrou farà pesare il suo partito per spingere verso una legge proporzionale mentre l’ex primo ministro intende estendere la sua influenza all’interno della maggioranza e puntare sul centrodestra. Si è infatti già aperta la guerra di successione a Macron che non potrà più ricandidarsi nel 2027. Philippe, come il ministro dell’economia Bruno Le Maire e quello dell’interno Gérald Darmanin, si sta posizionando in vista delle presidenziali. Tre uomini che vengono dalla destra post-gollista.

Se è vero che il presidente avrà molti vincoli e non pochi ostacoli da affrontare è anche vero che è libero dalla rielezione. E questa potrebbe essere una carta da giocare. Per ora agli elettori della coalizione presidenziale non dispiace del tutto il fatto che Macron non abbia ottenuto la maggioranza assoluta alle elezioni legislative, in quanto lo costringerà a scendere a compromessi e a negoziare (secondo un sondaggio Elabe il 39 per cento dei sostenitori di Ensemble).

Nupes, la coalizione di Mélenchon

La coalizione di sinistra Nupes, guidata da Jean-Luc Mélenchon, si è confermata come prima forza di opposizione. Anche se ottiene 131 deputati – che dovrebbero arrivare a 150 con parlamentari di altre formazioni di sinistra -, anch’essa molto lontana dalle proiezioni degli istituti di sondaggi e dalle attese (speravano almeno in 200 deputati). La coalizione potrà contare su una maggiore quota di finanziamenti che nel caso di alcuni partiti – socialisti, verdi e comunisti – diventano essenziali per la sopravvivenza.

La France Insoumise (LFI) ottiene 72 parlamentari (ne aveva 17 nel 2017); il Parti Socialiste (PS) 24 (ne aveva 30 nel 2017); i Verdi 23; il Parti communiste français (PCF) 12 (ne aveva 10 nel 2017). Anche se il rapporto di forza è nettamente favorevole a LFI, non è così schiacciante. 

Tuttavia, il risultato di Nupes non ha consentito alla coalizione di arrivare in testa, anzi è molto lontana dai 289 seggi necessari. Una constatazione anche degli alleati di Mélenchon. Olivier Faure, segretario del Ps, ha dichiarato “siamo la seconda forza, ma non basta“, aggiungendo “speravamo di ottenere di più”. Nupes ha comunque impedito a Macron di ottenere la maggioranza assoluta ma non sembra avere ancora la forza per essere essa stessa maggioranza. Come si è detto infatti, nei confronti tra Nupes e RN, il fatto che il candidato non fosse del partito di Mélenchon ha influito nelle scelte degli elettori di Ensemble. A differenza degli altri partiti della sinistra, La France Insoumise agisce ancora come un repellente per un’intera sezione di elettorato. Necessaria però per la vittoria. Le candidature paracadutate in alcuni seggi e l’assenza di radicamento territoriale, punto debole di LFI, hanno fatto il resto. Un punto che è stato rimarcato anche da Fabien Roussel, segretario del Pcf ed ex candidato alle presidenziali, rieletto deputato. Roussel ha infatti sottolineato la debole performance della coalizione nei territori rurali. Un’affermazione condivisa anche dal deputato LFI François Ruffin, uno degli aspiranti successori di Mélenchon, che ritiene che LFI non debba contrapporre “la sinistra delle metropoli alla destra e all’estrema destra delle città e della campagna”.

Nonostante il successo politico indubbio di Mélenchon, che è riuscito inaspettatamente a creare una coalizione con gli altri partiti di sinistra, i problemi però rimangono. In particolare le divergenze sui programmi, già presenti prima delle elezioni, e sul futuro della coalizione. 

La dimostrazione delle divisioni l’ha fornita immediatamente il leader della coalizione stessa. Infatti Mélenchon, a meno di ventiquattro ore dal secondo turno delle elezioni legislative, ha proposto agli alleati della Nupes di formare un solo gruppo parlamentare. Ps, Verdi e Pcf hanno declinato l’offerta per mantenere l’autonomia parlamentare, quello che di fondo era l’obiettivo dei tre partiti minori: entrare in parlamento con un accordo elettorale ma non sentirsi vincolati da un progetto di lunga durata. Un gruppo unico comporterebbe meno finanziamenti, meno personale parlamentare, meno tempo di parola, meno possibilità di ottenere commissioni. E legherebbe troppo i tre partiti al leader della sinistra populista.

L’altro punto di discordia è la presentazione di una mozione di censura – all’incirca la mozione di sfiducia italiana – nei conforti del governo di Elisabeth Borne, esponente di Ensemble. LFI ha deciso di presentarla per il 5 luglio, senza consultare gli alleati, una mossa che ha sorpreso un po’ tutti. 

Il Rassemblement Nationale di Marine Le Pen

Ai risultati più bassi delle due coalizioni si contrappone la crescita inaspettata – almeno in questa misura – del Rassemblement Nationale, il partito di Marine Le Pen, che ha ottenuto 89 deputati, il risultato più alto in termini di seggi ottenuti dall’estrema destra francese, che diventa così il primo gruppo parlamentare dell’opposizione. Un risultato che mette al sicuro anche finanziariamente il partito: con queste elezioni legislative, RN raddoppierà il finanziamento pubblico e saranno in grado di rimborsare rapidamente il famoso prestito russo, come ha detto il tesoriere del partito.

Il risultato è stato una sorpresa per il partito di Le Pen che avanza ovunque a livello nazionale e ottiene tassi di vittoria al secondo turno equiparabili ai partiti di governo. Marine Le Pen sarà la capogruppo di questi 89 deputati che costituiranno il secondo gruppo parlamentare dopo quello del partito del presidente. 

In questa veste Le Pen spera di incassare posizioni che dovrebbero spettare per consuetudine al primo partito dell’opposizione. Tra queste l’ambita presidenza della commissione finanze. Su questa si tasterà il polso delle possibili coalizioni o accordi politici. Perché se tradizionalmente viene attribuita al principale partito di opposizione – in questa caso RN -, il regolamento della camera stabilisce solo che spetti all’opposizione. E qui entrano in scena i partiti della Nupes. Ma la coalizione di Macron, che da tradizione in quanto partito di maggioranza relativa non dovrebbe partecipare al voto, non sarebbe entusiasta né della soluzione RN, né di quella LFI.

Les Républicains

Senza leader idenitificabili, il partito post-gollista è stato l’altra grande sorpresa. Pur perdendo più di 40 deputati – ne avevano 112 nel 2017 e oggi 61 -, il partito è riuscito a resistere nei suoi “feudi”. Ed è diventato l’ago della bilancia. È infatti verso LR che si volgono gli sguardi della coalizione di Macron alla ricerca di un partner di governo. 

Si tratta in realtà però di un problema di non facile soluzione. Come Nupes e RN, LR ha fatto una dura campagna elettorale contro Macron. Il fatto che oggi possa stringere un accordo con il presidente è considerato irricevibile da una parte consistente del partito, spostatosi più a destra con le fuoriuscite degli anni e dei mesi scorsi verso il partito di Macron. Divisioni che erano già presenti nel dibattito interno e che non scemeranno. E hanno fatto già sapere a Macron di non essere disponibili.

Le ipotesi di governo in campo

Il presidente Macron ha infatti avviato una due giorni di consultazioni inusitate con i leader dei partiti presenti in parlamento. Ai partiti ha proposto un governo di unità nazionale, ipotesi esclusa da tutti.

Tuttavia, in serata, in un discorso televisivo, il capo dello stato ha ribadito di ritenere possibile “trovare una maggioranza più ampia e chiara per agire” e che “questo superamento politico continui con chiarezza e responsabilità”. Ha concluso il suo discorso chiedendo alle “diverse formazioni dell’Assemblea Nazionale” di “chiarire nei prossimi giorni la parte di responsabilità e di cooperazione che sono pronti ad assumere”.

Quali sono quindi le possibili vie d’uscita dall’impasse?

1 Formazione di una coalizione. Come ha messo in evidenza Christian Jacob, il leader di LR, il problema di fondo è di cultura politica. Jacob ha detto di “non volere morire tedesco”, in riferimento al sistema politico e istituzionale del vicino, dove la formazione di accordi parlamentari è di norma. Cancellare decenni di contrapposizione non è semplice, soprattutto dopo una campagna elettorale giocata per impedire agli avversari di avere i voti necessari per governare. Se LR non ha intenzione – al momento – di stringere accordi di governo con la maggioranza presidenziale – anche se pare ci sia un’attività di scouting presidenziale tra i deputati di destra e di sinistra -, Nupes e RN ne hanno ancora meno. E in ogni caso sarebbe improponibile per il presidente un accordo di governo con RN o con LFI. Anche se potrebbe essere diverso con socialisti, verdi e comunisti. Il comunista Roussel ha detto di non essere contrario a un governo di unità nazionale.

2 Nessuna coalizione ma ricerca del consenso sulle leggi di volta in volta. Il sistema politico-istituzionale francese non è quello italiano. In particolare per la “questione della fiducia”. In Italia se un governo non ha la maggioranza in Camera e Senato non si presenta nemmeno. In Francia la questione è un po’ diversa. L’art. 49.1 della costituzione francese stabilisce infatti che il primo ministro – nominato dal presidente – “impegna dinanzi all’Assemblea nazionale la responsabilità del Governo sul suo programma o eventualmente su una dichiarazione di politica generale”. Significa che il governo non è obbligato al voto di fiducia perché esiste giuridicamente grazie al presidente che lo nomina, perché non c’è alcun elemento che indichi un obbligo e perché non esiste un limite temporale per farlo. Oltre al fatto che, anche se un primo ministro decidesse di sottoporsi a questo voto, il presidente della repubblica presiede il consiglio dei ministri e quindi potrebbe opporsi all’iscrizione della questione nell’ordine del giorno.

Nel tempo questa mancanza di obbligo è stata utilizzata in vario modo. Per esempio tra il 1966 e il 1974, non per mancanza di maggioranza assoluta ma per sottolineare che il governo aveva ricevuto l’incarico dal presidente; oppure tra il 1988 e il 1993 quando il presidente è Mitterrand e non ha in parlamento la maggioranza assoluta. In altri casi questo “impegno“ del governo si è realizzato non all’inizio ma nel corso del mandato per rinforzare il governo (Chaban-Delmas 1972); per verificare i numeri di un governo vacillante (Barre 1977, Mauroy 1983) o semplicemente per esprimere sostegno al governo (Chirac 1987). Il governo del socialista Michel Rocard, nominato nel 1988 e che non aveva la maggioranza assoluta, si è impegnato in un voto di fiducia solo nel 1991, sulla crisi del Kuwait. 

Ipoteticamente un governo potrebbe quindi non sottoporsi al voto di fiducia. Tuttavia si esporrebbe alla mozione di censura (art. 49.2) che deve avere la maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea Nazionale, ovvero 289 deputati. Chi non vota a favore viene conteggiato nel sostegno al governo. Paradossalmente a un governo conviene più attendere una mozione di censura parlamentare che sottoporsi a un voto di fiducia iniziale. Trovare le 58 firme per la mozione di censura può essere facile o difficile ma dipende dal contesto politico. Non è sempre una passeggiata. Per esempio nel 2016 quando i ribelli della sinistra socialista cercarono di raccogliere le firme per la mozione di censura nei confronti del governo Valls, sulla legge sul mercato del lavoro, si rifiutarono di accettare le firme della destra.

Non significa che sia impossibile trovare accordi. Ma è vero che i  partiti dovrebbero avere i numeri e giustificare il voto a una mozione di censura presentata dagli avversari politici. Tenendo conto che alcuni potrebbero decidere di non votare la mozione, astenendosi, e non consentire di raggiungere la maggioranza assoluta. E non è detto nemmeno che chi presenta la mozione di censura possa contare sull’unità interna. Se Nupes riuscisse a restare unita e a coinvolgere il RN e Les Républicains, che non è né facile né scontato, arriverebbero a 281. A questo dovrebbero aggiungere altri 9 deputati tra i 48 di altri partiti, con varie sensibilità. Non è impossibile ma non è nemmeno così semplice. 

Ovviamente per un governo cercare navigare comunque tra le mozioni di censura è praticamente impossibile, salvo un accordo politico. In questo senso il centrodestra o altri potrebbero impegnarsi a non votare mozioni di censura, senza entrare al governo, decidendo poi di volta in volta se votare le leggi del governo. Il che comunque espone il governo ai possibili ricatti.

Anche perché nel frattempo il governo è stato privato di uno strumento che nel passato ha consentito ai governi di minoranza di andare avanti senza problemi. Esiste infatti l’articolo 49.3 che consente al primo ministro di “impegnare la responsabilità del Governo dinanzi all’Assemblea nazionale sul voto di un progetto di legge finanziaria o di finanziamento della previdenza sociale”. In tal caso, questo progetto di legge è considerato adottato, senza voto parlamentare, salvo che una mozione di sfiducia venga presentata nel termine di ventiquattro ore e votata a maggioranza assoluta. Per qualsiasi altro progetto di legge che non sia la finanziaria o riguardi la previdenza sociale, dal 2007 il primo ministro può ricorrere a questa procedura una sola volta per sessione parlamentare.

3 Scioglimento dell’Assemblea Nazionale. Uno dei poteri più importanti di cui dispone il presidente della repubblica. Nella storia della Quinta Repubblica il capo dello stato vi è ricorso cinque volte: 1961, 1968, 1981, 1988 e 1997. Solo nel 1997 è stato un fallimento per Jacques Chirac che ha perso le successive elezioni legislative a vantaggio della gauche plurielle del socialista Lionel Jospin. Macron può decidere di sciogliere l’Assemblea Nazionale appena eletta in qualsiasi momento. Tuttavia, se decide di farlo e il risultato si complica, non potrà più utilizzare lo strumento almeno per un anno. Non è un’arma spuntata perché il rischio non c’è solo per la coalizione del presidente ma anche per gli altri partiti che potrebbero non ottenere lo stesso numero di deputati, soprattutto nel contesto del tripolarismo (più uno) attuale. Molti dei leader di partito sono inoltre già in modalità “presidenziali 2027”.

La Francia si converte al “parlamentarismo” ultima modifica: 2022-06-23T13:37:55+02:00 da MARCO MICHIELI
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