Potere alle parole. Ma impariamo a usarle meglio. Parla Vera Gheno

FEDERICA MERENDA
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L’ultimo numero della rivista dell’Arel è dedicato alla PAROLA. Abbiamo il piacere di anticipare alcuni dei numerosi e interessanti articoli contenuti in questo numero monografico, in vendita, in pdf, sul sito dell’Arel. Ringraziamo la direzione e la redazione di Arel per la gradita cortesia, che rinnova l’ormai consolidata collaborazione tra le due riviste.


paròla 
s.f. [lat. tardo parab la (v. parabola1), lat. pop. *paraula; l’evoluzione di sign. da «parabola» a«discorso, parola» si ha già nella Vulgata, in quanto le parabole di Gesù sono le parole divine pereccellenza]. – 1. Complesso di fonemi, cioè di suoni articolati, o anche singolo fonema (e la relativatrascrizione in segni grafici), mediante i quali l’uomo esprime una nozione generica, che si precisa edetermina nel contesto di una frase.

ad vocem, Treccani, Vocabolario online, consultato il 31 maggio 2022

Per un numero intitolato Parola abbiamo voluto intervistare una sociolinguista, cioè una studiosa dei fenomeni linguistici nello specifico rapporto con le diverse situazioni sociali. Vera Gheno è anche traduttrice dall’ungherese e divulgatrice, ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca e per quattro anni con la casa editrice Zanichelli. Ha insegnato come docente a contratto all’Università di Firenze per diciotto anni; da settembre 2021 è ricercatrice di tipo A presso la stessa istituzione. È del maggio 2022 Chiamami così. Normalità, diversità e tutte le parole nel mezzo (Il Margine), la sua undicesima monografia. Per la nostra intervista siamo partite dal suo libro Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole (Einaudi, 2021) e abbiamo dialogato sul metodo Dubbio-Riflessione-Silenzio, sul linguaggio inclusivo, sull’utilizzo del linguaggio nel dibattito pubblico italiano, sulla cancel culture in tempo di guerra, sui linguaggi che si sviluppano per sfuggire al controllo algoritmico, su come le tecnologie digitali hanno cambiato la sociolinguistica, sul rapporto tra conservatorismo politico e conservatorismo linguistico.

Per la copertina del suo libro Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole ha scelto tre termini con una semantica poco “verbosa”: dubbio, riflessione e silenzio. Tre termini che richiamano l’incertezza nel trovare le parole giuste, il dialogo interiore che precede il dialogo con l’altro/a o l’assenza di parole.
Vuole proporre in questo modo degli anticorpi all’infodemia del dibattito pubblico recente? Crede che sarebbe meglio usare meno parole per avere interazioni più significative?
L’idea del metodo DRS (Dubbio-Riflessione- Silenzio) parte proprio da un mio disagio personale nel gestire il sovraccarico informativo, in particolare durante i mesi del lockdown. Come tutti, mi chiedevo come fare e ho ripensato a queste tre parole-chiave, che citavo alla fine del mio libro precedente, Potere alle parole (Einaudi, 2019). L’idea è che una combinazione di dubbio nella fase di ingresso e riflessione nella fase di uscita, alternate al silenzio, possa offrire un primo scheletro di metodo per avere un maggiore controllo innanzitutto sulle proprie di parole, in un’ottica di autoeducazione.

Penso che il pieno potere della parola si manifesti e si estrinsechi quando la parola stessa è intervallata dal silenzio, quando c’è un equilibrio tra vuoti e pieni comunicativi. Quando ci sono troppe parole è come se esse perdessero consistenza e colassero l’una nell’altra. Vorrei citare a questo proposito il termine molto caro a Elena Ferrante di “smarginatura”. Ecco, quando le parole si smarginano, esse perdono di icasticità, di espressività, e diventa più difficile capirle.

Con la proposta di utilizzare lo schwa è diventata un punto di riferimento nel dibattito, per certi aspetti molto divisivo, sul linguaggio inclusivo. Lei stessa ha riconosciuto i limiti dello schwa dalla prospettiva, ad esempio, dell’abilismo. Il dibattito su questo tema è diventato in molti casi un confronto pro e contro schwa, tertium non datur. Forse questo ha svilito un po’ lo spirito del discorso sul linguaggio inclusivo, che vuole essere più ampio e forse perfino più radicale. Cosa ne pensa? Crede che fare un utilizzo creativo delle diverse soluzioni per un linguaggio inclusivo e preferirne una all’altra a seconda dei contesti possa essere una buona soluzione provvisoria in attesa che si consolidi una preferenza o che si sviluppino nuovi dispositivi più soddisfacenti?
Innanzitutto ci tengo sempre a chiarire che quella di usare lo schwa non è una mia proposta: lo schwa era già usato all’interno delle comunità LGBTQI+ e ciò che è successo è che più o meno involontariamente ho contribuito ad allargare il dibattito fuori dai contesti in cui l’incontro con la diversità di genere era più comune, ossia i contesti appunto LGBTQI+, trans-femministi, anarco-femministi e così via. Ovviamente io stessa vedo i limiti di una sperimentazione linguistica che non ha nessun particolare interesse a diventare norma. Si tratta di uno dei tanti esperimenti linguistici ai margini della norma che servono per rimarcare, per tenere un punto, per posizionarsi rispetto a un determinato dibattito. Tutte le paure sulle derive dirigiste sono abbastanza pretestuose e portano fuori strada il dibattito, perché sembra che ci sia qualcuno che voglia imporre lo schwa a qualcun altro, e questo è assolutamente falso. Io sono una persona votata alla creatività linguistica e seguo un po’ il principio di Tullio De Mauro secondo cui la scuola tradizionale insegna come si devono dire le cose, mentre la scuola democratica insegnerà come si possono dire le cose.

Personalmente ragiono tantissimo su come si possono dire le cose e cerco di avere meno bias mentali possibili. L’altro errore di prospettiva è quello di porre l’istanza inclusiva verso il genere in opposizione all’istanza inclusiva verso le neuro- atipicità o altre difficoltà di lettura come, ad esempio, la dislessia. In realtà esistono anche persone dislessiche e gender non-conforming, quindi la divisione in squadre tra il “Team schwa” e il “Team non-schwa” perché lo schwa è abilista va contro lo spirito dell’intersezionalità, che invita a tenere conto delle combinazioni tra diversità e del cumulo di difficoltà che si hanno quando più difficoltà compaiono nella stessa persona. In una prospettiva intersezionale non c’è alcuna opposizione tra le persone con difficoltà di lettura e le persone non binary. Lo schwa provoca dei problemi, ma sono dei problemi in linea di massima risolvibili. Per esempio, ci sono delle lingue come l’azero, in cui lo schwa fa parte dell’alfabeto latino: eppure sicuramente anche in Azerbaijan ci sono delle persone dislessiche. Per cui lo schwa non crea una difficoltà specifica, ma crea una difficoltà in più in chi fa già fatica a leggere – e questo sarebbe un problema transitorio. Si può semmai discutere se è possibile che ci sia un cambiamento morfologico a questo punto della storia della nostra lingua e su questo non so rispondere. Secondo me la cosa più importante è ricordarsi che lo schwa non è una soluzione ma è il segnale di un’istanza.

In un passaggio del suo saggio scrive che “siamo le parole che decidiamo di usare”. Se utilizzassimo quest’affermazione come parametro, cosa ci direbbe un test su che cos’è l’Italia oggi rispetto alle parole utilizzate nel dibattito pubblico italiano? Ad esempio, rispetto a come è stata narrata la pandemia e alla semantica di guerra che è stata molto utilizzata anche nei discorsi istituzionali, le sembra si possano evidenziare delle peculiarità del nostro paese rispetto al linguaggio che è stato utilizzato da altri Stati in questo contesto?
Se dovessi dare un giudizio direi che l’Italia è un paese in cui molte persone fanno fatica a gestire la complessità del presente anche a livello linguistico.

Siamo figli di cinquant’anni di dibattito polarizzato anche sui mezzi di comunicazione di massa più tradizionali e abbiamo portato quel modello di discussione estremamente polarizzata anche nel nuovo ambito dei social media, per cui non sono stupita.

Piuttosto mi farei delle domande sullo stato dei mezzi di comunicazione di massa, e darei un voto abbastanza scarso. Soprattutto durante la pandemia ho notato una deviazione rispetto ai compiti che si dovrebbe prefiggere il giornalista, cioè innanzitutto quello di informare, a favore del fare clickbaiting o del creare e diffondere panico o false speranze e così via. Tutto quello che proprio non bisognerebbe fare. Invito sempre i giornalisti a riprendersi il ruolo di cosiddetti “watchdog” (cani da guardia), non solo della democrazia, ma forse anche dell’informazione, ed evitare di cedere a tentazioni da influencer. Diciamo che secondo me c’è molto bisogno di lavorare sulla parola a partire dal livello scolastico.

Continuando a parlare di semantica di guerra ma stavolta rispetto al caso Russia- Ucraina, specialmente nelle prime settimane del conflitto si è diffusa la notizia di forme di damnatio memoriae rispetto a tutto ciò che evocava la Russia: bar che decidono di rinominare “Kiev Mule” il cocktail Moscow Mule, i grandi romanzi della letteratura russa banditi dai corsi di studi e così via. Che cosa ci dice questo sul ruolo che è attribuito al linguaggio, alle parole e alla loro censura in tempi di guerra?
Io sono assolutamente contraria a queste derive sciocche, che consistono nel bandire tutto ciò che fa riferimento a un paese perché quel paese in questo momento storico sta facendo una cosa sbagliata. Forse dovremmo veramente fare pace col pensiero che non esistono buoni-buoni e cattivi-cattivi e siamo tutti esseri umani con lati luminosi e lati oscuri. Tutti ci portiamo dentro un animale e tutti abbiamo delle parti da salvare. Di conseguenza, cose tipo il “Kiev Mule” o la necessità di bandire lo studio degli autori russi mi sembrano sciocche esagerazioni e, queste sì, esempio di una possibile cancel culture. Ma il problema non è l’ideologia che sta dietro quanto la poca tendenza ad approfondire e a studiare: ci si posiziona di pancia rispetto a un qualsiasi problema, anche quelli più complessi, e queste degenerazioni semplificano una realtà iper complessa. La storia non va dimenticata né riscritta, va studiata e va compresa proprio per evitare di fare gli stessi errori. E sarebbe anche il caso di chiedersi quanto sia giusto che le colpe attuali si abbattano anche sulle generazioni precedenti. Insomma, forse davvero dobbiamo smettere di pensare in una prospettiva da romanzo fantasy in cui ci sono il male assoluto e il bene assoluto: sono cose che non esistono. Bisogna che ci muoviamo molto di più con la nostra razionalità. Bisogna che impariamo a gestire le sfumature. Mi rendo conto che non è facile, ma credo sia anche uno dei pochi modi di sopravvivere nella complessità, altrimenti rischiamo veramente delle inutili degenerazioni che non portano a nulla di positivo.

In un altro articolo di questo numero trattiamo il tema degli “Algospeak”, ovvero i linguaggi sviluppati particolarmente sui social media per evitare il controllo e la censura tramite algoritmi di riconoscimento del linguaggio. Cosa ne pensa di questo fenomeno e in generale della moderazione dei contenuti tramite sistemi di Intelligenza Artificiale?
Allora, io ho sempre avuto una grande ammirazione per l’ipercreatività linguistica che si nota sui social media, che in realtà è una caratteristica molto umana, ma che normalmente non ha la circolazione che ha adesso grazie ai social. Noi abbiamo sempre creato parole o codici più o meno segreti: lo facciamo tutti da bambini a scuola, quando ci mandiamo i bigliettini in codice tra amiche e amici del cuore. Quello che succede con gli Algospeak è simile e lo trovo molto divertente e in certi casi anche utile per far passare certi punti di vista, e mi diverto sempre quando viene beffato l’algoritmo. Poi è chiaro che gli algoritmi nascono a fin di bene ed è anche forse giusto che intercettino un certo tipo di linguaggio. Quello che secondo me è sbagliato è pensare che l’algoritmo possa risolvere i problemi di convivenza delle differenze o di hate speech, innanzitutto perché siamo bravissimi a offendere con le parole più educate del mondo e poi perché spesso ciò che manca all’algoritmo è la finezza di capire quando un certo uso è metaforico, traslato o per esempio è la persona offesa che usa l’offesa per spiegare che cosa gli è stato detto e quindi si assiste a questo buffo fenomeno di attivistә che vengono bloccatә per quella stessa istanza. Come Dario Accolla che è stato bloccato da Facebook perché ha usato il termine “fro*io” per spiegare le offese che arrivano a lui. Tutti questi usi traslati spesso l’algoritmo non li becca. La mia opinione è quindi che non bisogna avere una fiducia eccessiva nell’algoritmo perché noi esseri umani siamo sempre infinitamente più complessi – e anche più “stronzi” – di qualsiasi algoritmo.

La linguistica e la sociolinguistica sono state fortemente investite dalla rivoluzione degli algoritmi come strumenti di ricerca. Quali sono i pro e i contro di questa rivoluzione metodologica a suo avviso?
Ci sono delle cose delle quali la linguistica e la sociolinguistica beneficiano: per esempio la maggior semplicità nel raccogliere grandi quantità di dati, quando si fa della sociolinguistica quantitativa. Ma vorrei ricordare che abbiamo ancora bisogno della sociolinguistica qualitativa, cioè quella che non si basa solo sui dati, ma per esempio sull’osservazione delle interazioni reali fra esseri umani. Alcune interazioni si osservano bene online: io che faccio moltissima etnografia della rete, senza la rete non farei lo stesso tipo di lavoro, ma ci sono dei casi in cui invece la presenza umana è insostituibile. Quindi sono abbastanza entusiasta della tecnologia, ma non ho una cieca fiducia nella tecnologia. La tecnologia va saputa gestire perché nel momento in cui non la si sa più gestire c’è il rischio che sia lei a gestire noi.

Nel suo libro crea o menziona molte parole nuove, penso a “linguapiattisti” o “hateholder” – che trovo molto efficaci. Creare parole nuove è uno dei modi per eccellenza per «dare origine a qualcosa di nuovo», che Hannah Arendt ci suggerisce essere l’azione più umana che c’è, da salvaguardare rispetto a qualunque spersonalizzazione. In questo senso mi sembra un atto rivoluzionario ed estremamente politico. Se è d’accordo, secondo lei è per questa portata così radicale dell’azione del creare parole nuove che tale processo è così osteggiato? Esiste una corrispondenza tra grammar-nazi e conservatorismo politico?
Creare parole può supplire a molte necessità. Sicuramente a quella politica, ma anche banalmente ad altre pratiche: a volte si ha bisogno di parole nuove per esprimere concetti nuovi, per metterli a fuoco.

Quindi direi che io in particolare faccio un po’ di tutto. In alcuni casi mi affascina l’idea di trovare un solo termine che renda bene un’idea, perché questo permette a quell’idea di fissarsi meglio. Altre volte è puro divertissement, anche quasi artistico. Altre volte è una reale necessità. Amo molto la capacità della lingua di fare da lente di ingrandimento, da occhiali che permettono di mettere a fuoco certi aspetti della realtà, e quindi non mi fa paura in alcun modo la creazione linguistica. C’è una correlazione fra conservatorismo politico e culturale e conservatorismo linguistico?

Senz’altro. La norma di una lingua viene definita sempre da chi ha il potere, e poi il potere si cerca di perpetuarlo. E quindi si fissa una norma e si decide cos’è giusto e cos’è sbagliato dire, qual è la forma corretta e qual è quella scorretta. Non è un caso se don Milani diceva che il mondo l’hanno da cambiare i poveri dopo aver studiato perché, per quanto poi le rivoluzioni si facciano dal basso, l’elemento linguistico è sempre in forte correlazione con il potere. E quindi per manomettere il potere c’è bisogno di manomettere anche le parole. Potere alle parole, insomma.

Potere alle parole. Ma impariamo a usarle meglio. Parla Vera Gheno ultima modifica: 2022-06-28T16:30:56+02:00 da FEDERICA MERENDA
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