Euro ‘92: la Danimarca al confine fra due mondi

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Questa è, al tempo stesso, la storia di un sogno e di un incubo. Il sogno della Danimarca, che vinse un torneo al quale non avrebbe dovuto nemmeno partecipare, e l’incubo della Jugoslavia, che fu esclusa per ragioni politiche e di guerra e vide svanire un sogno ampiamente alla sua portata. Parliamo di Euro ’92, una manifestazione a cavallo fra due mondi, il primo Europeo dopo l’abbattimento del Muro di Berlino, nel bel mezzo della dissoluzione di una nazione che era stata uno dei cardini del Vecchio Continente e nell’inferno di odi etnici e nazionalisti. Riaffiorati all’improvviso, sconvolgevano la normalità di popoli che, fino a quel momento, avevano attraversato decenni di pace, coesione e collaborazione reciproca. 

Calcisticamente parlando, è una Jugoslavia fra le più forti di sempre, imbottita di campioni che avrebbero fatto la fortuna delle grandi squadre europee per oltre un decennio. Molti di essi, non a caso, li abbiamo applauditi anche in Italia, da Boban a Mihajlović, passando per Dejan Savicević, e gli altri li abbiamo comunque ammirati nelle sfide internazionali. 

La prima volta che ci rendemmo conto di quanto le cose stessero cambiando, purtroppo assai in peggio, fu domenica 13 maggio 1990, quando al Maksimir di Zagabria andò in scena il preludio del conflitto, con le tifoserie della Stella Rossa di Belgrado e della Dinamo di Zagabria già armate le une contro le altre, pronte a odiarsi e a trasformare un’accesa rivalità sportiva in una conflittualità devastante. Il resto della storia lo conosciamo, fino alla dissoluzione della Jugoslavia, alla frantumazione di quella che era stata una nazione forte e rispettabile in tanti staterelli secondari e alla perdita di quello status di potenza sportiva che, nel calcio come nel basket, le era spettato di diritto per decenni. 

La Danimarca si trovò, dunque, proiettata in quell’edizione svedese degli Europei quasi per caso, dovendo assemblare la squadra in dieci giorni e dovendo fare i conti non solo con la sorpresa collettiva di vederli lì ma anche con tragedie interne come, ad esempio, lo strazio del centrocampista Kim Vilfort, il quale faceva la spola fra casa e ritiro per stare vicino alla figlia malata di leucemia. Eppure, la favola dei biancorossi, guidati da Laudrup, dallo stesso Vilfort e dalla classe del portiere Schmeichel, si trasformò in leggenda nel momento in cui riuscirono a battere in finale la Germania, non più divisa in Est e Ovest, e ad aggiudicarsi l’unico trofeo finora conseguito nella loro storia.

Fu, quello danese, un successo a cavallo fra due mondi. Se il Mondiale italiano di due anni prima era ancora caratterizzato dagli echi del mondo di ieri, difatti, l’Europeo svedese segnò un punto di svolta, con la ridefinizione, anche in termini calcistici, di equilibri ormai consolidati e che apparivano immarcescibili. Invece tutto cambiò nell’arco di pochi anni, come probabilmente accadrà adesso con la guerra in Ucraina, a dimostrazione di quanto pallone e politica siano settori da sempre correlati e destinati a influenzarsi a vicenda. Si tratta, infatti, dell’incontro fra i decisori e una delle massime fonti di propaganda, da sempre utilizzata a piene mani dal potere per scopi legati all’immagine e al consenso, e non c’è dubbio che la vittoria danese, trent’anni fa, abbia costituito un punto di svolta anche nelle relazioni internazionali.

Non a caso, anche prima dello scorso 24 febbraio, le compagini russe, e ancor più quelle provenienti dai paesi dell’ex Jugoslavia, che un tempo costituivano uno spauracchio anche per formazioni assai blasonate, si erano trasformate in squadre materasso o poco più. Al contrario, gli stati del Nord Europa offrono talvolta spunti interessanti in ambito pallonaro, come dimostra proprio l’ottima riuscita della Danimarca agli Europei itineranti dello scorso anno vinti dall’Italia. Non ce l’hanno fatta a conquistare il titolo ma sono arrivati comunque in semifinale, dopo aver vissuto il dramma di Eriksen, che rischiò di morire in campo a causa di un arresto cardiaco, e aver assistito alla grandezza di un capitano encomiabile come Simon Kjær, in prima linea nel favorirne i soccorsi e nel tranquillizzare, per quanto possibile, la moglie Sabrina.

Tre decenni dopo constatiamo, pertanto, come quell’Europeo abbia avuto un ruolo notevole nel traghettare il Vecchio Continente dal passato al futuro, passando per un presente durato appena sedici giorni ma sufficiente a tracciare la rotta e a fornire indicazioni per il dopo. Quasi nulla, da allora, è cambiato in meglio. Fatto sta che a quella Danimarca, al pari dell’attuale, non si possano che fare i complimenti. Compirono un’impresa straordinaria che ancora oggi riempie il cuore di gioia a tutte e tutti noi.

Euro ‘92: la Danimarca al confine fra due mondi ultima modifica: 2022-06-29T19:47:48+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI

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