L’agorà di Venezia. Parla Antonella Magaraggia

La nuova presidente dell’Ateneo Veneto, la più antica istituzione culturale della città in attività, illustra idee e progetti che caratterizzeranno il suo mandato.
GUIDO MOLTEDO
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Il sobrio ufficio di Antonella Magaraggia è in un bel palazzo veneziano carico di storia e ricco di opere d’arte in sale sontuosamente affrescate e decorate. Opere di Tintoretto, Palma il Giovane, Veronese, Leonardo Corona, Alessandro Vittoria. A pochi metri c’è il Teatro La Fenice. In mezzo c’è Campo San Fantin, su cui s’affaccia l’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti, la più antica tra le istituzioni culturali oggi attive a Venezia, di cui Magaraggia è presidente dallo scorso dicembre.

Agli inizi della sua storia, metà del Quattrocento, due confraternite, di San Girolamo e di Santa Maria della Consolazione, svolgevano qui la loro opera assistenziale, dedicata in gran parte al sostegno spirituale ai condannati a morte per impiccagione. Per questo la chiamavano la “Scuola dei Picai (impiccati)” o “della buona morte”. Distrutta da un incendio nel 1562, la sede fu oggetto di una profonda ristrutturazione tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento che la portò all’attuale configurazione. Dal 1812, da quando è attiva come istituzione culturale, ha vissuto e conservato bene la sua funzione in città attraverso tutte le vicende, anche le più drammatiche, che in oltre due secoli hanno interessato Venezia, l’Italia e il mondo, fino ad arrivare all’inedita condizione della realtà sospesa imposta da una pandemia. Le sale dell’Ateneo sono rimaste vuote per mesi e mesi, ma per fortuna è arrivato in soccorso l’online, che almeno ha consentito di proseguire in qualche modo le attività.

Sono diventata presidente a quasi fine pandemia, racconta Antonella Magaraggia. Comprensibile, una volta cessata l’emergenza, la grande voglia di ritrovarsi. Di ritrovarsi in presenza. Da questo punto di vista, è un periodo favorevole per l’Ateneo ed è il momento in cui ne ho assunto la presidenza. Certo, le piattaforme digitali ci hanno consentito di continuare a incontrarci, ma a distanza. Tantissimi eventi che non si sono potuti fare in precedenza si tengono nel corso di quest’anno. Abbiamo un’agenda fittissima. Dobbiamo anzi rinviare certi eventi perché tutti si sono molto scatenati a fare proposte.

La conversazione con la nuova presidente tocca diversi punti ma proprio mentre ci stiamo per congedare arriva la domanda che forse s’aspetta e che non è stata formulata. Come chiamarla? Presidenta? Presidentessa? “Io mi firmo la Presidente”. Sorride all’idea che, esserne la prima donna presidente, è un fatto destinato a entrare nella storia dell’Ateneo, insieme ai grandi nomi che costellano i suoi due secoli di attività:  Daniele Manin, Nicolò Tommaseo, Pietro Paleocapa, Giacinto Gallina, Alessandro Manzoni, Giosuè Carducci, Antonio Fogazzaro, Ferenc Molnàr, Edmondo De Amicis, Gabriele D’Annunzio, Diego Valeri, Albino Luciani, Mario Rigoni Stern, Andrea Zanzotto, Luigi Meneghello, Carlo Rubbia. Già, una lunga storia, gloriosa, ma tutta al maschile… 

Sì, trovo veramente incredibile che in 210 anni non ci sia stata una donna che sia stata fatta Presidente. L’Ateneo, evidentemente, come tutte le altre istituzioni, è parte di questa storia di esclusione. C’è voluta una legge nel 1962 per consentire alle donne di entrare in magistratura… Va anche detto che in Ateneo abbiamo un numero alto di socie, per cui c’era anche un parterre notevole su cui poter poter scegliere.

L’Ateneo come agorà cittadino, ha detto in più occasioni, la Presidente, una lunga e importante carriera in magistratura e oggi impegnata pressoché a tempo pieno in una sfida – la guida di un’importante istituzione culturale – che richiede dedizione, energia, ma anche fantasia e disponibilità a rischiare. Doti che non mancano alla Presidente.

Sì, la mia idea dell’Ateneo è quella di un’agorà cittadina in cui si discutono i problemi, i problemi della città. Lo è sempre stato, l’Ateneo. Lo è storicamente, continuerà a esserlo ed è mia intenzione valorizzare e mettere sempre più in pratica questa vocazione. Non ci saranno argomenti che all’Ateneo non si potranno discutere, anche delicati, magari anche controversi. L’Ateneo garantisce la pluralità delle voci. Essendo un’istituzione terza, ospita tutte le varie istanze e questioni, tutte le voci, non facendosi paladino di una causa rispetto a un’altra.

Non teme che certe iniziative possono essere viste come politicamente colorate o motivate in un luogo che per sua storia e missione è fuori delle contese politiche?
Non c’è da temerlo se si garantisce la pluralità delle voci su un argomento. Si dà voce a una certa posizione, ma anche alla posizione diversa o contraria. Va detto che l’Ateneo è caratterizzato da un’alta qualità dei soci, delle persone che lo frequentano, dei relatori. Quindi anche se il problema al centro di un dibattito è delicato, non ci sarà mai l’intervento urlato, sguaiato. Siamo lontani e diversi dai talk show televisivi, per la qualità delle persone che sono invitate e perché è proprio il nostro livello culturale la migliore garanzia che ci consente pluralità di voci e pluralismo di culture e di posizioni.

Va detto che a Venezia, forse più che in altre città, ci sono diversi temi che dividono, per esempio la regolamentazione del turismo al centro delle cronache di questi giorni.  L’Ateneo può svolgere un ruolo come foro per questo tipo di confronti?
Assolutamente sì. Ed è proprio l’idea che ho dell’Ateneo. In Italia, non solo a Venezia, su diverse questioni importanti – pensiamo per esempio all’immigrazione – si tende alla polarizzazione, all’estremizzazione delle posizioni. Fanno fatica a farsi strada le posizioni mediane, capaci di preparare il terreno a scelte politiche lungimiranti e in grado di raccogliere ed elaborare i diversi orientamenti. L’Ateneo Veneto può dare un contributo in questa direzione, come luogo di confronto ed elaborazione, ma anche, quando possibile, di mediazione e di sintesi.

Nella scelta tematica, oltre alle proposte dei soci, ci sarà anche un impulso propositivo forte e visibile da parte della presidenza?
L’Ateneo è un luogo di discussione e, per quanto riguarda certe scelte che competono ai politici, esse competono, appunto, a loro. Dalla discussione possono però emergere proposte e iniziative di cui l’Ateneo può essere il facilitatore. Io faccio sempre l’esempio di Ca’ Foscari, che nacque proprio qui in Ateneo Veneto. Furono poste qui le premesse che avrebbero portato poi alla creazione dell’università.

Si può pensare al suo ruolo, Presidente, come a un ruolo di leadership culturale nella città?
Leadership culturale, mi sembra una parola grossa per me. Però sì, l’Ateneo può svolgerlo.

Anche favorendo processi di aggregazione di idee e di forze? E rafforzando la rete delle relazioni tra le diverse istituzioni culturali della città?
Certamente. Uno dei punti del mio programma è proprio la rete della cultura veneziana. C’è una grande e variegata offerta culturale in città, le istituzioni sono tante. Sono numerose le associazioni e i comitati di cittadini. Una grande ricchezza ma anche una grande frammentazione. Anche a Venezia si tende a vivere ognuno dentro il proprio orticello, piccole rivalità hanno talvolta il sopravvento sulla collaborazione. Entro certi limiti è fisiologico. Io sono dell’idea che la cultura non possa dividere, ma debba unire, per cui mi muoverò in quella direzione. I contatti sono già attivi, abbiamo convenzioni con le università, con altre istituzioni culturali. La mia è un’idea di condivisione, poi, ovviamente, ognuno ha la sua storia, la sua specificità. Si può collaborare insieme, non tanto dal punto di vista organizzativo degli eventi quanto soprattutto per avanzare proposte più sostenibili e magari partecipare anche a progetti dove adesso è sempre più richiesta una partnership tra diversi soggetti. Con la presidenza di Gianpaolo Scarante era già iniziato questo percorso, ora deve essere portato più avanti e sviluppato.

Mi fa piacere, a questo proposito, citare la bella giornata Studiare a Venezia, in cui – penso forse per la prima volta – si sono parlate tutte le varie istituzioni accademiche e culturali per vedere come sintonizzare le programmazioni e immaginare anche un sito dove ci siano orari e programmi di tutte le istituzioni. Sono passi importanti per agevolare chi viene a studiare o a fare ricerche a Venezia. A questo proposito osservo con interesse Venywhere [la diffusione di un nuovo modello di residenzialità legato, in particolare, allo smart working NdR]: è un progetto molto in sintonia con il programma del mio quadriennio di Presidenza.

Un aspetto della città poco conosciuto per chi non è veneziano è la complessità territoriale di Venezia, con una parte preponderante della sua popolazione che risiede in terraferma. L’Ateneo è un’istituzione della città storica. Lo è anche di Venezia tutta?
Quando parlo di Venezia parlo di Venezia, parte storica e terraferma. È un’idea vecchia quella di continuare a dividere queste due parti, un’idea che francamente non riesco neanche a comprendere. Secondo me, la Venezia storica ha bisogno della terraferma e la terraferma ha bisogno della Venezia storica. E sempre stato così, la storia di Venezia è una storia di acqua e di terra, la Venezia insulare è sempre stata in relazione con la terraferma e viceversa. Mi si obietta che sono due realtà diverse. Certo,Venezia è unica. Ma questo non esclude il legame e l’interdipendenza con Mestre e con la terraferma.

Come conseguenza operativa, significa che l’Ateneo in qualche modo si sente aperto a istanze che riguardano la terraferma,  anche di tipo culturale?
Certo che sì. Ma la terraferma per me va anche molto al di là di Mestre. Quindi, con uno sguardo che vada oltre il ponte della Libertà, siamo già in contatto con vari istituti culturali, da Salò a Rovigo, a Vicenza, a Verona. Dobbiamo concepire Venezia come era una volta, la Venezia capace di andare oltre – per citare il mio programma – assecondando la vocazione espansiva che l’ha sempre caratterizzata.

Questa possibilità è data anche dalle straordinarie capacità che offre il digitale.
Assolutamente sì. Accanto a tante negatività, un’eredità positiva della pandemia è proprio quella che abbiamo imparato a utilizzare le piattaforme. E l’Ateneo ha saputo cogliere quest’opportunità. Eventi importanti sono registrati e trasmessi sul canale YouTube. Approfitto per ringraziare uno dei nostri soci, Giovanni Alliata, per l’aiuto economico che ci dà e che ci permette di tenere attivo il canale YouTube perché altrimenti non avremmo il danaro per poterlo fare. E sul canale YouTube siamo molto seguiti. Inoltre, ci consente di realizzare un progetto molto bello, i veneti nel mondo. Siamo in contatto con le istituzioni culturali dei nostri emigrati. Sono assetati della cultura, sia di quella dei tempi passati sia della cultura dei tempi nostri. È un’Italia che non conoscono e che desiderano conoscere. Ma anche noi possiamo interagire con loro, capire e condividere la cultura locale che hanno sviluppato nel tempo e che li contraddistingue nei paesi in cui vivono. È un progetto che la Regione Veneto ci ha finanziato e che speriamo continui a finanziare.

A proposito di fondi, com’è la situazione oggi?
La questione economica era quella che mi preoccupava di più quando mi è stato proposto di fare la Presidente. I contributi pubblici, da soli, non ci consentirebbero di sopravvivere. Peraltro si sono ridotti nel tempo. Sostanzialmente noi ci sosteniamo con le quote dei soci e con l’affitto delle sale, soprattutto in occasione della Biennale. La mostra in corso ci ha salvato. Se non avessimo queste entrate noi non riusciremmo a vivere. D’altra parte, però, non è che possiamo dare le sale in locazione a chiunque, mica possiamo fare l’agenzia immobiliare.

Un ulteriore sviluppo dell’attività online può anche consentire operazioni di crowdfunding internazionali e raggiungere anche donor lontani…
Stiamo lavorando al restyling del sito e cercheremo di sfruttare tutte le risorse e le potenzialità che offre l’online. Va detto che, anche qui, ormai c’è una professionalità specifica alla quale affidarsi, cosa che stiamo facendo.

Queste nuove frontiere tecnologiche forse consentono anche di coinvolgere le nuove generazioni. Da tempo, in Ateneo, si discute di come aprirsi di più alle nuove generazioni.
I soci dell’Ateneo Veneto ne enrrano a far parte perché considerate delle eccellenze nel loro campo e si diventa un’eccellenza dopo un percorso che dura negli anni. È quindi giocoforza che molti soci abbiano una certa età. Per di più a me piace che entrino a far parte dell’Ateneo persone che hanno già un curriculum e che non usino l’Ateneo come un trampolino. E ovvio però che sarebbe necessario avere delle iniezioni di gioventù, anche se io non credo ai giovani per i giovani. Non penso quindi a iniziative specifiche per i giovani. Occorre piuttosto trovare il modo e i modi per renderli protagonisti, con i loro talenti, nella nostra vita e attività

Nel suo discorso di insediamento ho trovato di particolare rilievo la parte dedicata alla scienza, alla ricerca, all’innovazione tecnologica. Penso che in questo ambito si possono trovare aree d’interesse capaci di attirare e coinvolgere i giovani.
Personalmente, come giurista, sono cresciuta nella cultura umanistica ma avverto l’importanza di avvicinarci alla cultura scientifica e, come Ateneo, di promuovere un’attenta opera di divulgazione di alto livello, fatta da persone molto competenti, perché solo chi è molto competente riesce a esprimere in parole comprensibili concetti anche complicati. La convenzione tra l’Ateneo e Ca’ Foscari nei settori dell’informazione scientifica, della didattica e della ricerca, siglata nel dicembre 2021, va in quella direzione.

Si possono immaginare iniziative che, oltre alle classiche conferenze frontali, contemplino anche esperimenti, dimostrazioni, laboratori, per iniziativa dell’Ateneo stesso ma in collaborazione con altre istituzioni, dove casomai svolgere le parti più dimostrative di un’iniziativa.
Può essere una buona idea e devo dire che non ho preclusioni nella gestione degli spazi, anche fuori della sede storica.  Molti soci sarebbero restii a novità del genere. Io invece ritengo che non dobbiamo avere preclusioni se l’evento che si realizza è di qualità. Il format classico della conferenza resterà e continuerà a essere prevalente, ma bisogna immaginare anche altri format.

A proposito di fare rete, a Venezia ci sono diverse comunità internazionali e relative istituzioni culturali.
Sì, c’è una loro presenza ricca, variegata e attiva, che riflette la storia cosmopolita della città e ne continua la tradizione di apertura al mondo e con la quale l’Ateneo intende interagire, anche pensando allo sviluppo di relazioni internazionali con istituzioni simili alla nostra. Abbiamo questo grande privilegio di avere una sede meravigliosa, una storia meravigliosa, in una città meravigliosa, è un privilegio che possiamo e dobbiamo spenderci bene.

Abbiamo iniziato la nostra conversazione, ricordando la lunga fase delle limitazioni imposte dalla pandemia. Adesso siamo nel pieno di una fase segnata dalla guerra.
E sì, questa guerra ci spiazza, l’abbiamo sempre pensata come un’eventualità remota, il concetto stesso di guerra ci era estraneo, una specie di tabù. La stessa guerra nei Balcani, una regione a noi prossima, passò vergognosamente come non ci riguardasse. Ora non è così. In Ateneo dobbiamo discuterne, della guerra. Sarà un tema centrale nell’agenda del prossimo anno. D’altra parte quale sede più e meglio di Venezia, città internazionale, città della pace, è il luogo per affrontare e discutere di un tema così?

L’agorà di Venezia. Parla Antonella Magaraggia ultima modifica: 2022-07-02T16:06:12+02:00 da GUIDO MOLTEDO
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