La meravigliosa “Armata Brancazot”

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Partì male, malissimo la spedizione che avrebbe condotto l’Italia alla conquista del suo terzo mondiale, l’indimenticabile Mundial di Spagna ’82. Partì fra critiche d’ogni sorta, dirigenti che auspicavano quasi il nostro ritorno a casa prim’ancora di cominciare e un autentico linciaggio ai danni di Enzo Bearzot, un commissario tecnico antico e, al tempo stesso, modernissimo, un galantuomo con la pipa in bocca, proprio come il presidente Pertini, convinto delle proprie idee e dei propri mezzi e desideroso di plasmare la squadra a sua immagine e somiglianza. Non era presunzione la sua, ma una precisa conoscenza dei ragazzi: un gruppo che aveva forgiato quattro anni prima in Argentina, a due passi dai centri di tortura del regime di Videla, cogliendo un insperato quarto posto ed esibendo un gioco spettacolare e assai poco italiano che aveva lasciato ben sperare per il futuro. Non era stato un quadriennio facile quello che precedette i Mondiali di Spagna.

Diversi episodi minarono la serenità collettiva di un Paese già alle prese con drammi di ben altra portata: il calcioscommesse, gli sfortunati Europei casalinghi del 1980 e la squalifica per due anni di un fuoriclasse come Paolo Rossi, ridotto allo stremo e salvato unicamente dalla lungimiranza di tre personaggi che capivano molto di calcio ma soprattutto di esseri umani: il presidente della Juventus Giampiero Boniperti, che non smise mai di credere in lui, l’allenatore di Madama, Giovanni Trapattoni, e, per l’appunto, Bearzot, che lo convocò a scapito di Pruzzo, capocannoniere della Serie A, preferendo al bomber giallorosso il mite Franco Selvaggi, affinché Rossi, mondato dalla concorrenza, potesse esprimersi al meglio.

Il poster della mostra torinese dedicata al ct della Nazionale “Enzo Bearzot. Cuore granata, anima azzurra”, settembre 2020 / gennaio 2021

Per Bearzot, del resto, i calciatori erano come dei figli: li amava profondamente, si fidava di loro e chiedeva in cambio la massima professionalità. Eppure, alla vigilia della spedizione che adesso tutti celebriamo, era difficile trovare un commentatore che non fosse schierato visceralmente contro quella che veniva definita addirittura l'”Armata Brancazot”, sottolineandone l’indisciplina, l’assurdità, quasi la condanna a una precoce eliminazione. Dopo le prime tre partite, i detrattori si davano di gomito l’uno con l’altro. Il girone di Vigo, nel cuore della Spagna atlantica, si rivelò infatti un pianto. Al Balaidos andarono in scena tre squallidi pareggi, contro Polonia, Camerun e Perù, che indussero molti a darci per spacciati. La squadra era in silenzio stampa, travolta dalle polemiche, da accuse di omosessualità a carico di alcuni giocatori (il bigottismo, ahinoi, è un male atavico) e, soprattutto, dall’errata certezza dei più che le avversarie con cui ci saremmo dovuti confrontare da quel momento in poi avrebbero fatto di noi un sol boccone. E quello fu l’errore fatale. Perché fu in quel preciso istante, con tutti contro, quando ormai l’idea diffusa era che non avessimo alcuna speranza, che il gruppo si ritrovò.

Battemmo dapprima l’Argentina di Maradona, francobollato da un insuperabile Claudio Gentile, e poi venne il pomeriggio che nessuno potrà mai dimenticare, la nostra vera finale, la vittoria da cui sono scaturite le altre due, poco più che delle formalità dopo aver eliminato i favoritissimi brasiliani di Zico, Falcão, Socrates e altri fenomeni ineguagliabili. Faceva un caldo insopportabile, lunedì 5 luglio al Sarriá di Barcellona. Un intero Paese seguiva la partita con il cuore in gola, cosciente del fatto che ai carioca bastasse un pareggio mentre noi eravamo obbligati a vincere. E quel giorno, dopo due anni di buio, all’improvviso risorse Paolo Rossi, autore della tripletta che schiantò i verdeoro, mentre Roma malediceva Falcão, il fenomeno che di lì a un anno le avrebbe regalato il secondo scudetto, autore del momentaneo 2 a 2 brasiliano, e ci si stringeva l’uno all’altro in attesa del miracolo.

Se dodici anni prima, contro la Germania Ovest, il confronto era alla pari, stavolta eravamo nettamente sfavoriti, almeno sulla carta. Eppure vincemmo, perché il Brasile pretese troppo da se stesso ma, soprattutto, perché nei nostri era scattato un meccanismo che non si può descrivere a parole, una sorta di quarto d’ora granata in salsa azzurra, un tripudio di bel gioco, emozioni e tanto, tantissimo coraggio che ci consentì di superare un ostacolo apparentemente insormontabile. L’arbitro israeliano Klein annullò ingiustamente il 4 a 2 ad Antognoni ma per quel pomeriggio poteva bastare così. La tripletta di Pablito ci proiettò nell’empireo e, sinceramente, non ha molto senso concentrarsi sul 2 a 0 con cui in semifinale schiantammo la Polonia, peraltro una delle più forti di sempre, e sul 3 a 1 con cui in finale battemmo i tedeschi dell’Ovest, sfiancati da una semifinale durissima contro la Francia di monsieur Platini. Non ha senso perché noi il Mundial l’abbiamo vinto quel lunedì al Sarriá, quando abbiamo dimostrato che l’Armata Brancazot poteva riuscire là dove nessuno aveva pronosticato, facendo ingoiare ai critici interessati e agli scettici di professione il proprio cinismo, la propria crudeltà e i propri autentici insulti.

I tifosi festanti per l’Italia di Enzo Bearzot. Qui siamo in piazza Castello, a Roseto Valfortore (Fg). La foto è di Domenico Verna ed è riproposta da @rcrroseto.

Quando Zoff alzò al cielo la Coppa, dopo che Martellini aveva ripetuto per tre volte “Campioni del mondo!” e dopo che Pertini aveva dato spettacolo sulle tribune del Bernabéu, si capì subito che era stata scritta una pagina di storia, pronta a essere consegnata alla leggenda, ma anche che si era chiusa una stagione irripetibile. Uscivamo dagli Anni di piombo e, probabilmente, quel trionfo ebbe un ruolo nel ritorno alla serenità, dopo che il cielo era stato plumbeo per troppo tempo. Attenzione, però, a non dimenticare che entrammo in una fase storica senz’altro meno sanguinosa ma non per questo meno triste, con la progressiva perdita di valori, il degrado morale diffuso, la corruzione spinta all’estremo e il declino della politica e delle istituzioni. Non a caso, i ragazzi dell’82 che tanto diciamo di amare sono stati espulsi dal mondo del calcio e confinati nel ruolo di santini che, giustamente, non accettano e, anzi, contrastano con vigore. Non hanno ruoli, per lo più, perché questa stagione senza dignità non potrebbe reggere il confronto con il loro orgoglio. E anche la memoria è molto adattata alla convenienza del momento, a meno che qualcuno non voglia farci credere che Scirea avrebbe apprezzato il calcio di oggi, col suo divismo esasperato, gli stipendi faraonici e gli eccessi che lui ha sempre rifiutato, sobrio e parsimonioso com’era, da buon figlio della Lombardia operaia, ben cosciente di essere un privilegiato rispetto ai genitori e a tanti suoi coetanei.

Quei ragazzi, ormai adulti, quasi anziani, piacciono alla gente perché ci mostrano come dovremmo essere. È una sorta di Dorian Grey al contrario: loro saranno sempre giovani, belli e pieni di vigore e di onestà; noi siamo invecchiati male, avvizziti, cinici e privi di quei valori che fecero la differenza nell’82 ma oggi non esistono più. Basti pensare al fatto che non siamo stati nemmeno in grado di rinnovare il Capo dello Stato e che mai questo Parlamento avrebbe eletto un Pertini. E mai un Bearzot sarebbe stato c.t. della Nazionale. Quella favola ci appare ancora più grande proprio perché remota, irripetibile, confinata in un tempo e in un mondo che non esistono più, quando ancora si aveva la saggezza di aspettare un campione in difficoltà, quando si sapeva tendere la mano al prossimo, quando si riusciva a far gruppo e ad essere compatti nei momenti peggiori, prima che il denaro a fiumi avvelenasse tutto e la globalizzazione sregolata spingesse qualcuno a scegliere il Qatar come sede di un Mondiale. Non che l’Argentina dei dittatori fosse migliore, questo no: la decadenza era in atto già allora. Ma il Qatar è davvero troppo, e oggi per uno come Zoff non ci sarebbe spazio. Il calcio e il potere li hanno tagliati fuori. Per noi, invece, sono immortali: ci ricordano gli anni in cui si poteva ancora coniugare il successo con l’essere persone perbene. 

La meravigliosa “Armata Brancazot” ultima modifica: 2022-07-04T14:02:31+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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