L’inizio perfetto di Trieste, la città che seppe adescare l’arte e la cultura

FRANCO MIRACCO
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Trieste? “Hohò Trieste, del sì del da del ja”. Con soli tre versi il poeta Carolus Cergoly (1908-1987) spiega il suo riversante saluto: “Tre spade de tormenti / Tre strade tutte incontri / O Trieste / Piazze contrade androne / Piere del Carso / Acqua de marina / Tutte t’ingrazia / Mettile in vetrina”. Fossero soltanto quelle tre le lingue dei tormenti (anche spaventosi) e degli incontri (il trovarsi per immaginare pensieri), che hanno fornito e rifornito Trieste di un’imparagonabile costellazione di voci. Lo stupore di un “rapimento” senza il quale Trieste non avrebbe potuto essere quella che è stata e ancora è: la luce irripetibile di un fogliame sorprendente nel fluttuare dei colori e dei suoni di tante lingue, di tanti dialetti, e da cui si è alzato un gran vento a mosaico, opus di voci e altre voci, di pagine e altre pagine in trasferimento fino a Trieste dopo essersi rinforzate sul Carso, in Istria, in Dalmazia, in Grecia, in Turchia, sapendo di doversi involare tra Venezia e Vienna o nelle astrali “botteghe color cannella” lungo le contrade del vecchio Impero.

Città portavoce e scrivania di ebrei e ortodossi, di irlandesi e di molti altri figli di Abramo. In fondo, Trieste è un albero. Chioma imponente e bellissima su di un tronco che non si accontenta del tempo che ha, con radici spinte nel ritrovarsi magari senza via d’uscita, o meglio, in un “andar di sotto” pericoloso, difficile, ma che può arrivare su miniere in cui hanno scavato (e scavano) poeti, scrittori, psicanalisti, “ammalati” di esili da spiegare. Miniere, ripostigli inesplorati, ma i cui benefici necessari e non trascurabili furono intuiti anche da persone “normali” fino al punto di saper rifondare una città e nel farlo non si tennero mai lontani da chi in quell’“andar di sotto” si accontentava di aver in cambio la gloria letteraria innanzitutto. Persone “normali”, però a modo loro, nell’essere convinti che avrebbero potuto ottenere un maggior vanto se si fossero legati agli uomini dello scrivere e delle arti, dall’architettura alla scultura. Trieste è veramente un albero. E se non è l’albero del Giardino del bene e del male, Trieste di sicuro è l’albero di una Nave sulle cui immense vele può abbattersi la violenza delle bore, con il rischio di naufragi definitivi o di avventure prive di senso, in apparenza. Albero e vele sotto cui “abbiamo ascoltato la bora senza dormire nemmeno un momento; ma immaginando di salpare verso l’oltremare insieme al vento” (Srečko Kosovel, 1904-1926). Da un vento simile a quello cantato dal giovanissimo poeta sloveno era, in realtà, venuta un’enorme , positiva energia, immancabile dopo lo smorzarsi di ogni pericolo appena giunti in porto. Soprattutto nel porto di Trieste. Per capire quella certa “irraggiungibilità” percettibile in quel che di molto e di buono risalì dai magazzini voluti per un “andar di sotto” (in cerca di approdi liberi e inattesi), c’è da tener conto di un’altra mutevole e inesausta “irraggiungibilità”, quella sostentata da voci e voci, da pagine e pagine. Un mondo incredibilmente molteplice nei tormenti e negli incontri, e Paolo Possamai, risoluto nel decifrarlo, ha dovuto avvalersi proprio di quel mondo “complicato” e irraggiungibile col passeggiarvi a lungo, e come capita ad ogni lento “promeneur solitaire” le passeggiate non sono mai insignificanti ogniqualvolta ti accorgi di dover alzare lo sguardo verso l’alto.

A dirlo è lo stesso Possamai, gran promeneur solitaire:

Che cosa racconta il volto urbano di Trieste? L’identità di una città bizzarra. Identità annunciata dai tetti di una folla sterminata di statue di Mercurio, Nettuno, Ulisse, Giasone, Venere, Vulcano, Minerva. Un concerto di miti che parlano di mare, traffici, avventurose fortune, che abbiamo disimparato a vedere, ma basta alzare lo sguardo per ritrovarli. Gli eroi della Grecia antica ci guardano, affacciati alla città e al golfo.

Ed è così che inizia un libro da poco in libreria, che il “promeneur solitaire” non poteva che intitolare Nettuno e Mercurio. Il volto di Trieste nell’Ottocento tra miti e simboli. È un libro incantatore per solidità di congruenti analisi storico-critiche e per letture su di “un concerto di miti” che annunciano e spiegano gli obiettivi di coloro che furono i committenti e quindi i costruttori di una città “che abbiamo disimparato a vedere”. Una volta che si è imparato a vedere Trieste, facendo proprio il metodo Possamai, dovrebbe essere possibile accorgersi di vivere “una sensazione nuova e complessa”, probabilmente la stessa provata da Stephen nel Dedalus di Joyce (stando sulla commista traduzione di Cesare Pavese).

Dublino fu una sensazione nuova e complessa (…) e il disordine di mettere su la nuova casa lasciava Stephen più libero (…). Passava indisturbato tra i depositi e le banchine , osservando stupefatto la moltitudine di turaccioli che sussultavano in una schiumaccia gialla alla superficie dell’acqua, le folle di scaricatori, i carri rombanti e le guardie barbute e malvestite. La vastità e la novità della vita suggeritagli dalle balle di mercanzie ammucchiate lungo i muri o levate in alto dal fondo delle stive dei vapori , tornava a risvegliargli dentro l’inquietudine che lo aveva fatto errare alla sera (…). Una scontentezza vaga gli cresceva nell’anima , mentre guardava le banchine (…) ; pure continuava a errare innanzi e indietro, giorno per giorno, come se davvero cercasse qualcuno che gli sfuggiva.

Dublino-Trieste è accostamento e privilegio che va avanti da più di un secolo, solo che Trieste ha trovato in se stessa il proprio significato, molto rischiando, se si vuole, in quanto città “che sa far tutto/ prore vanghe/ fondaci negozi/ e ste poesie”( Cergoly), e nel farlo conseguiva voci e voci, pagine e pagine, dentro e fuori i fondaci, i negozi, i palazzi. Palazzi che, osserva Possamai, “trovano rari riscontri in altri luoghi”. Una speciale eccellenza lungamente osservata e studiata dal nostro storico dell’architettura:

Sui palazzi della ricca borghesia, e in primis del capostipite Carciotti e dell’emulo Revoltella, ma anche sulla Borsa e sul Tergesteo e sulle quinte architettoniche articolate attorno alla piazza-teatro intitolata all’Unità d’Italia, l’esibizione di statue dei Continenti, di Nettuno, di Mercurio, di Minerva e un’infinita serie di bassorilievi allegorici sempre richiamano al tema del mare e dei commerci, alla ricchezza e alla cultura che ne deriva e alla ricerca di un destino di benessere laicamente perseguito. Che è il seme della identità di Trieste, proclamata nella sua imago urbis.

Un’identità in cui rientrano, impossibile ignorarlo, “dedaliche” scontentezze, inquietudini da contenere , adescamenti indistinguibili, momenti ansiosi per laceranti transizioni, quelle che precedono e seguono ogni terribile tragedia, ma che nell’essersi “levate in alto dal fondo” ( della nave Trieste) spesso erano ricolme di creazione, da cui si è liberato nel corso del tempo il patrimonio dei Carciotti del romanzo, del racconto, della poesia: un lascito insolito di crisi e verità nel suo essere per davvero grande e nient’affatto minore alla leggenda di Dublino. Quando il peloponnesiaco Demetrio Carciotti, negli anni Settanta del XVIII secolo, approda a Trieste si è di già molto irrobustito nella varietà di esperienze incrociate nel porto di Smirne o nell’azzardo di quartieri immancabili nei mercati levantini, con empori che trasudavano colate di grasso dai lumi ad olio, nell’affaccendarsi di negozi marittimi antichissimi lungo le sponde più mitiche del Mediterraneo. Carciotti era cresciuto nell’incondizionato presentimento che non si sarebbe mai stancato di vivere tra depositi e banchine, in mezzo a folle di scaricatori, a carri rombanti, a balle di mercanzie, dopo aver capito, assai presto, di dover fare molta attenzione a come muoversi sul fondo della stiva di un vapore. Parassitando quel brano di Dedalus, il mercante greco, le cui origini si troverebbero sul mare di Astros non lontano dal golfo dell’Argolide, si inserì rapidamente a Trieste dove sentì l’urto di “una sensazione nuova e complessa” in cui ravvisò “la vastità e la novità” di una vita tutta da vivere. Una vita che lo attrasse, arricchendolo per sempre di una lucida passione, quella di chi ha deciso di partecipare a una impresa immensa: la costruzione di una nuova città, e che si sarebbe continuata a chiamare Trieste. Le sue inquietudini o scontentezze, ove mai ne abbia avute, gli saranno venute esclusivamente dai rischi della mercatura, dalle sfide capitalistiche, dagli incerti dei convogli marittimi. Carciotti “era insomma uno dei pochissimi giunti a Trieste non per tentare l’avventura, ma fornito di capitali sufficienti ad avviare la mercatura su basi solide e redditizie” (da uno studio dell’Università di Trieste in collaborazione con la Comunità greca e illirica). Chiaro, è l’uomo giusto nel momento giusto in un luogo ancor più giusto, e quel mercante determinato su più mondi non si distrae , non perde tempo, sa quel che vuole ottenere dai “dedali” del nascente scalo imperiale asburgico, che farà da innesco dello sviluppo straordinario di una “nuova” città di mare con porto.

Possamai:

La Trieste moderna è stata inventata da Maria Teresa d’Austria , che a metà Settecento ne volle fare il porto dell’impero asburgico. Una storia tutta legata al mare , all’emporio e ai commerci con l’Oriente.

Se per lo sloveno Kosovel l’invenzione Teresiana significa “fragore del mare/ poter essere solo per 5 minuti/ il cuore-Trieste è malato/ per questo è bella Trieste/ il dolore fiorisce nella bellezza” (la bellezza su cui è fiorita la più ispirata letteratura triestina, quella che ha creato voci e voci, pagine e pagine, come solo sa creare chi lascia in ombra una parte di sé ); mentre su altre fantasie lavorarono coloro che materialmente formarono il visibile dell’arte della bellezza. Trieste, due facce di una stessa medaglia. Di qui la sua storia.

Possamai:

Una storia rivendicata ogni dove sui palazzi dei mercanti e delle pubbliche istituzioni, ma anche sui teatri e sugli alberghi: le facciate sono ricoperte di bassorilievi, i tetti abitati da centinaia e centinaia di statue, i portoni istoriati,i soffitti affrescati sempre con dèi e miti che richiamano all’identità laica, civile, imprenditoriale della città. Una fitta trama di simboli, metafore, allegorie, dalla mitologia greca fino al taglio dell’istmo di Suez.

Palazzo Carciotti, architetto Matteo Pertsch.

Che si stava dicendo? Appunto, le due facce di una stessa medaglia. Da una parte palazzi, teatri, alberghi, statue, i luoghi degli incontri, delle partenze e dei ritorni, un tutto su cui appare “una fitta trama di simboli, metafore, allegorie, dalla mitologia greca fino…” a sperare che nessun problema ci sia stato a Smirne, ad Aleppo, a Moca. Per metà voglia di costruire che innalza “figure” su di un orizzonte immaginativo che contenga e spieghi “tutto” di Trieste: le imprese create per espandersi con il porto, con la ferrovia, con la borsa , con i palazzi, con i rischi e i successi finanziari. E sull’altra metà quel che resta di un “tutto” che conosce la sofferenza, il dissidio, il “quasi una conclusione” di Ernesto Saba, dopo di che non si sa se “terminerebbe di fatto la vera storia” di ciò che non è del tutto chiaro e limpido. Ma senza il “quasi una conclusione” di Saba non ci sarebbe la poesia, la letteratura, non ci sarebbe Trieste, come si legge in Trieste di Ara e Magris nell’edizione del 1984:

La letteratura nasce come reazione ed infrazione rispetto alla norma sociale; lo scrittore si maschera dietro il commerciante, ma ogni commerciante è un potenziale scrittore. L’anima commerciale è in conflitto con quella italiana sul piano economico, e con quella poetica sul piano spirituale. In ogni commerciante – diceva Slataper – c’è un latente dolore metafisico. Ma quest’ “anima in tormento” è la poesia, lo strazio… di forze opposte e aneliti fiaccantisi e crudeli lotte e abbandoni, il dramma che costituisce Trieste: Questa è Trieste: composta di tragedia. Qualche cosa che ottiene col sacrificio della vita limpida una sua originalità d’affanno.

E Cergoly indica e poetizza come meglio non si potrebbe: Hohò Trieste/ A la Locanda Granda/ Carlo colonna/ Sesto d’Asburgo/ Canto de Saba/ Colori de Veruda/ Prosa de Svevo/ Analisi de Weiss/ Questio Vivante / Palazzo de Carciotti / E de Plenario / Barche in Canal. Per chi non sa, ben vengano Ara e Magris (Angelo e Claudio):

Il grande contributo di Trieste alla cultura italiana, in questi anni, è la psicoanalisi; è Edoardo Weiss, un discepolo triestino di Freud, a introdurla e a fondarla in Italia, a innestare nel tessuto della cultura italiana questa linfa così diversa.

Rotonda Pancera, architetto Matteo Pertsch.

Sono gli stessi anni in cui vive e muore Antonio Vivante, nato a Trieste nel 1869, famiglia ebraica, radici risorgimentali, amico di Salvemini, irredentista, socialista riformista, drammaticamente sconvolto dalla prima guerra mondiale per il caos che ne sarebbe derivato con la distruzione della mitteleuropa che sognava. Si suicidò il primo luglio del 1915 nell’Ospedale Psichiatrico San Giovanni, chiuso negli anni settanta a seguito delle diverse, liberatrici terapie applicate da Franco Basaglia e da Franca Ongaro, che negarono da ogni punto di vista l’istituzione manicomiale. Scrivendo Questio Vivante non può esserci dubbio alcuno, Cergoly intendeva ricordare che c’era un problema tutt’altro che risolto, una difficile contraddizione, una questione in nessun caso circoscritta al solo Antonio Vivante. Ara e Magris, argonauti indispensabili tra Eridano e Timavo, nel brano seguente sembrano non parlare di Antonio, infatti è dei Vivante triestini che parlano:

La nevrosi dell’intellettuale triestino nasce dall’impossibilità di trovare un aggancio con la realtà quotidiana, dal conflitto fra il desiderio collettivo- da parte dell’intelligencija cittadina – della soluzione italiana e la fine del tollerante cosmopolitismo triestino, segnata dalla versione fascista in quella soluzione.

Tuttavia, nel riportarci alla Trieste di Possamai, serviamoci ancora del “filo d’Arianna” srotolato da Cergoly e così a poca distanza dal “Palazzo de Carciotti” possiamo riconoscere altri luoghi triestini. Per esempio quelli custoditi nel gomitolo che Umberto Saba dipanava per ritrovarsi o perdersi tra le sue “scorciatoie”. Soltanto che lo faremo approfittando di un doppio, qual è quello intrecciato da Ernesto e Umberto. Nel suo sofferto capolavoro, Ernesto, Umberto si autocita in capo al primo episodio e lo fa alzando a modo suo il sipario: “mi piacerebbe, adesso che sono vecchio, dipingere, con tranquilla innocenza, il mondo meraviglioso”. Il mondo affatto immaginato e costruito dai Carciotti che di Trieste fecero un’altra, nuova città. Con Saba e il suo doppio, il giovanissimo Ernesto, che sa darsi il tempo giusto dopo aver avuto i soldi dalla madre per un gelato.

Il giovanetto lo consumava al Caffè del Tergesteo che, nella bella stagione, esponeva i suoi tavoli di fronte al Teatro Comunale (poi Giuseppe Verdi). Era un Caffè piuttosto signorile, frequentato da ricchi commercianti, quasi tutti anziani; alcuni venivano, per affari, dalla lontana Turchia, e portavano in testa, come i personaggi delle Mille e una Notte, il fez rosso.

Con Possamai e il suo Demetrio Carciotti, greco e mercante, per significare il suo doppio mediante il palazzo-emporio che dal mare si estende verso il cuore della città.

Carciotti non è solo l’orgoglioso committente della sua ”grandiosa“ casa-fondaco, ma concorre anche al programma decorativo, che ricomprende, assieme alle statue allegoriche, anche decine di riquadri, metope e lunette a rilievo largamente riferibili alle arti e alle scienze. Pentagramma denso di note, che consegna all’uomo di impresa il dovere di promuovere e tutelare la cultura, oltre a indicarne il sistema dei valori. Carciotti insomma candida se stesso a interprete e modello della società triestina.

Ma se al “ragazzo” di Saba passano per la mente, “essendo quel Caffè propizio ai sogni”, le letture delle Mille e una Notte con i mercanti che “venivano, per affari, dalla lontana Turchia, e portavano in testa… il fez rosso”, Carciotti si autocelebra in particolare in una statua d’angolo e che irrompe dall’alto del suo Palazzo quasi a controllare le navi nel Golfo. Una statua allegorica del Mercante, dalla “figura di orientale” che ha sul capo un qualcosa che “richiama per foggia la tradizione greco-turca”. Più che di statua qui si tratta di un tessuto figurativo non estraneo a certe ispiratissime trame canoviane “fuori testo” rimaste, seppur diversamente, nel fare artistico dello scultore veneto Antonio Bosa (1780-1845). Nell’autocompiacenza carciottiana evidente nel gruppo scultoreo rientrano, con il copricapo all’orientale, altri specifici e colti dettagli.

Possamai:

Se il gallo e l’oca sono entrambi emblema della vigilanza, necessaria nell’arte della mercatura , Bosa scolpisce un’oca che guarda intensamente verso il mercante. Ma della Mercatura troviamo altri segni, inclusa tra l’altro una balla di tessuto posizionata ai piedi e dietro al misterioso orientale.

Dicendo Carciotti e della sua straordinaria impresa si dice, ovviamente, dei tanti che furono protagonisti della fondazione della nuova Trieste, ed è così che lo storico dell’architettura si fa storico della città spiegandone le radici, la nascita.

Occorre tratteggiare il profilo di Carciotti per comprendere il senso e gli obiettivi impliciti di un palazzo propriamente non tanto di rappresentanza, ma piuttosto di rappresentazione. Illustra infatti, con il suo repertorio di statue e bassorilievi, la storia e i valori del committente. E costituisce il capostipite del Neoclassico a Trieste e della sua drammaturgia urbana. Palazzo Carciotti è opera dell’architetto Matteo Pertsch , nato nel 1769 a Buchorn, cittadina sulle sponde del lago di Costanza, odierna Friedrichshafen, ‘imperiale e cattolica’ . A Trieste, Pertsch condusse pressoché per intero il suo tragitto artistico, morendovi l’11 aprile 1834.

Oltretutto molti artisti contribuirono alla rappresentazione, alla messa in scena di un gusto e di traguardi sociali largamente raggiunti: architetti, scultori, pittori, che, ciascuno nel suo, resero bella e vitale una città di mare con più porti. Poche generazioni dopo quella dei Carciotti, Scipio Slataper scrive:

La storia di Trieste è nei suoi porti. Noi eravamo una piccola darsena di pescatori pirati e sapemmo servirci di Roma, servirci dell’Austria e resistere e lottare finché Venezia andò giù. Ora, l’Adriatico è nostro.

Gran porto e grandissima officina. In prefazione al godibilissimo e sapiente excursus scritto da Paolo Possamai (excursus, pur di comprendere il più possibile di Trieste), Giuseppe Pavanello dice:

L’officina si fa frenetica in certe situazioni dove si intrecciano iniziative private e pubbliche come di rado in passato: la Borsa – dove ne avevate incontrati di edifici simili-, il Tergesteo, idem, eccetera. La Borsa e il suo apparato , da modernissima Biblia pauperum. A fianco dell’ingresso, i Continenti, quindi, sulla balaustra sommitale, il Genio di Trieste, Minerva, il Danubio e Nettuno. Quindi il Commercio, l’Industria, la Navigazione (…). Nulla viene dimenticato in questa costellazione che tutto coinvolge, come pianeti intorno al sole, cioè quel Genio di Trieste che campeggia in alto, al centro della facciata.

Officina, cantiere, porto, verso cui si ancorano mercanti, artisti, con accanto poeti e scrittori. Tra questi, alcuni si mostreranno nient’affatto indifferenti, mentre altri, più in “conflitto”, più sommessi nel capire ombre o rimozioni o “adescamenti”, non rinunceranno al volare in sogno o ai dedali triestini. Prima e dopo di tutto: commerci, affari, committenze magistrali e arte.

Possamai:

Il cantiere Carciotti appare come una sorta di calamita per uno stuolo di artisti. Al seguito di Antonio Bosa sono impegnati tanti altri scultori veneti emuli di Canova, tra cui Bartolomeo Ferrari e Domenico Banti, e poi si succederanno Luigi Zandomeneghi e il figlio Pietro, Francesco Bosa (figlio di Antonio), Antonio Bianchi.

Mentre al centro della scena figurativa si rivelarono Giuseppe Bernardino Bison e Giuseppe Tominz, buoni amici tra loro e buonissimi pittori. Ma la “visione” che rende singolare e inconfondibile il libro di Possamai consiste nell’aver “caricato” l’accostamento Milano-Trieste, evidente nell’architettura pubblica e privata e nelle arti a essa congiunte, di quel deposito esplosivo disseminato nella determinante macchina della rappresentazione. Una macchina urbana irripetibile nel suo parlare allegorico (mediante statue, cioè raffigurazioni plastiche di concetti astratti), le cui conseguenze le si potrebbe arguire dalle mai cessate “esplosioni” nei più diversi momenti di una fabbriceria letterariamente inesauribile, essendo dotata di una fertile complessità, a volte inquietante (la strana “allegria” del Genio di Trieste). Ma la rappresentazione, messa in scena dall’imponenza e dalla bellezza di “realtà” mitologiche e suggestive fattesi architetture e ornamenti, ascende a una funzione audacemente compensatoria col cimentarsi, spesso all’estremo, nelle più ispirate “digressioni” (sofferenza dell’anima; flusso di memorie e ricordi individuali, ossia collettivi; emozioni, sentimenti, scorciatoie e raccontini) che si realizzano nel romanzo, nella poesia, in pagine e pagine. La straordinarietà urbana di Trieste con le sue infinite “digressioni” letterarie (qui la sua unicità) è spiegata perfettamente da Possamai in un passaggio relativo a Palazzo Carciotti.

Per dirla con Claudio Magris , come la polena nella nostalgia marinara è l’anima della nave, allo stesso modo il concerto scultoreo sistemato alla sommità del suo palazzo da Carciotti indica l’anima di quelle mura e la nostalgia per la Grecia natìa di chi quelle mura volle erigere.

Rotonda Pancera, bassorilievi di Antonio Bosa.

Al dunque Trieste s’accosta al Golfo nei modi di una grande flotta in cui si distinguono bellissime “Navi” cantierate per essere Palazzi, Case, Fondaci,Teatri, ma a ciascuna di quelle “Navi” o Polene fu data un’anima riconoscibile nella sua assecondante rappresentazione.

Rappresentazioni fortemente volute. Per Palazzo Carciotti Antonio Bosa “ha scolpito sei statue allegoriche ispirate al committente: da sinistra, la Mercatura ( figura del mercante Carciotti), e poi il sistema di valori cui l’esule greco ha improntato la propria esistenza ossia la Giustizia, l’Onore, la Fama, l’Ingegno, la Generosità”. Statue rivolte verso il mare. Sulla facciata posteriore dell’estesissimo Palazzo le sculture riguardano invece miti classici e antiche divinità, convocate a far da immaginario ideale e collettivo di una città che, appunto, sta costruendo la sua nuova storia. Architettura e ornamento con cui

Carciotti – dice Possamai – candida se stesso a interprete e modello della società triestina”, in questo favorito, assieme a molti altri, dalle politiche espansive dell’illuminato assolutismo asburgico attuate da Carlo VI e da Maria Teresa. Perno sommitale Nettuno e Mercurio, e che, con quegli stessi Dei, si è fatto titolo pur di annuciare, già in copertina , il senso di un libro saldissimo per passione e dottrina, dove Nettuno e Mercurio sono Dei irrifiutabili in quanto “protettori dei commerci marittimi.

Del fascino del Tergesteo si è fatto cenno, essendo una “sorta di casa comune degli affari e dell’economia”, edificata in prossimità della Borsa nel quarto decennio dell’Ottocento. Un qualcosa di molto simile ai Passages di Walter Benjamin, gallerie coperte, volute per essere “uno spazio di transito attraversato da tutte le pensabili forze e onde di luce e aria”. Commercio e “spettacolo della flanerie”, ma, nel caso del Tergesteo, Possamai osserva che “l’attitudine rigorosa, funzionalista, calvinista dei commercianti promotori” utilizza “significative concessioni decorative alla retorica mitologica”. E se Pietro Zandomeneghi scolpisce la Città di Trieste con Teti e Mercurio, Antonio Bianchi non rinuncia di certo a scolpire i fatali Mercurio e Nettuno. Demetrio Carciotti e il suo architetto, Matteo Pertsch, fecero scuola sia nell’incoraggiare altre convinte committenze, sia sul piano dei concetti estetici che dei riferimenti culturali.

Come si è capito, Carciotti è assertore del primato della cultura classica greca e in quella si identifica in ciò supportato dalle poetiche neoclassiche; non così per Domenico Pancera che all’architetto e allo scultore (Pertsch e Antonio Bosa) chiede un Palazzo con degli ornamenti “pedagogici della Roma Repubblicana cantati nei tre scomparti sotto alla linea della trabeazione”. Pancera è anche un magistrato ed “esprime dunque con la propria abitazione – eretta tra 1802 e 1805 – esigenze del tutto distinte dalla norma del tipico homo economicus alla triestina”. Possamai scrive che “la cosiddetta Rotonda Pancera” rappresenta “uno dei progetti più riusciti di Matteo Pertsch” e lo è anche nell’essersi avvantaggiato con l’esibizione dei bassorilievi di Bosa sui quali si additano alla città le virtù e gli eroismi della severa romanità pre-imperiale. Non c’è dubbio che gli episodi mitici della latinità, il semicerchio “culturale” delle colonne poste da Pertsch in facciata, e che consacrano ancor di più al classicismo i bassorilievi conferendo loro una distanza aulica, ci mostrano un Bosa che non ha disatteso, se così si può dire, la lezione di Canova divinamente infusa nella serie dei bassorilievi dedicati a Socrate.

Il portone intagliato di Pazzo Vucetich.

Va ricordato che Antonio Canova nei primissimi anni novanta del XVIII secolo dette inizio alla serie di bassorilievi che si potrebbe chiamare “apologia e morte di Socrate” così parafrasando l’abate Melchiorre Cesarotti, che nel 1781 scrisse “Socrate predicò la Morale… non ci fu virtù sociale o privata di cui la sua vita non fosse un esempio perpetuo”. Virtù ed esempi su cui si soffermarono a lungo sia l’abate e scrittore e linguista che Canova, e questo avvenne di sicuro durante l’esperienza romana e canoviana cercata proprio da Cesarotti. Di conseguenza non dovrebbe essere ritenuto temerario considerare “filosofica” quella serie di capolavori; opere giunte “a una raffinatezza estrema e alla massima sottigliezza di spirito” (parole di Winckelmann e che lo storico dell’arte avrebbe con entusiasmo rivolto ai bassorilievi di Canova se non gli fosse capitato di morire assassinato a Trieste nel 1768). Bassorilievi le cui deduzioni appaiono come rivoluzionarie a partire dal 1790: opere create con raffinatezza estrema e con la massima sottigliezza di spirito, lavorate in purezza sull’orlo dell’invisibile, così da lasciar comprendere bellezza e morale a chiunque le avesse osservate, da domani a chissà quale altro futuro. E questo perchè capolavori integri in quanto privi di eccessi declamatori e retorici, per esempio quelli di Jacques-Louis David nel Giuramento degli Orazi e nella Morte di Socrate, tableaux militanti ma in tutt’altro senso rispetto ai pensieri di Winckelmann e di Canova.

A chi volesse sapere degli altri edifici, degli altri programmi decorativi, degli altri committenti e artisti, si consiglia la lettura del libro di Possamai, come direbbe ogni buon libraio. Ne vale la pena eccome, in ogni caso lì dove si scrive di Palazzo Stratti (voluto dalle Assicurazioni Generali per “riformare la facciata principale sulla Piazza Grande”), di Casa Niderle o di Casa Moreau o di Palazzo Czeiche Steiner o di Casa Fontana, eccetera. Architetture e ornamenti combinati e accettati quale esito di un felice compromesso ottenuto da una civiltà urbana d’avanguardia, resa innovatrice dal suo imperterrito spirito mercantile e dal suo “immenso reame dell’inconscio” (ancora Saba) e che, come si sa, l’uno e l’altro possono riconoscersi nell’immaginazione. Una geniale coordinazione di più espansivi fattori, che tenne però Trieste meravigliosamente lontana da un appagato “sentire” Biedermeier e soprattutto da un’applicazione noiosa, scolastica, di un Neoclassicismo non compreso ma soltanto pervenuto. Del tutto impossibile un’altra e diversa lettura di Trieste, ossia una lettura che non spiegasse “la serena irrequietezza della gioventù” (Slataper). Consapevole quella lettura, ancora una volta, di quanto credette di non farsi “sfuggire” negli anni cinquanta del secolo scorso lo scrittore Renzo Rosso scrivendo L’adescamento (un titolo dalla fluida triestinità). Un insieme di tre racconti che sono grande letteratura d’avanguardia nel suo scrutare “l’anima lacerata di una nobile città”, e Trieste c’è con il suo portarsi dentro brandelli angosciosi del dramma europeo del secondo dopoguerra. Ecco perché civiltà urbana d’avanguardia, essendo Trieste luogo straordinariamente favorente i panorami dell’anima nella scoperta di incantate affinità.

L’adescatore Rosso:

Le ripide strade, strette come steli che si aprivano di colpo sui calici di improvvisi panorami; i muri grigi dei giardini percossi dalla bora; la ruggente aggressività del mare sulle rive, che gli chiamava alla mente immagini azzurre di boreali solitudini; i lastroni sconnessi del selciato del porto, tutto questo era per lui scoperta di incantate affinità.

Ma queste incantate affinità non sono i sensibilissimi legami che uniscono la città baltica dell’inquieto adolescente Tonio Kröger dalle “meravigliose, effervescenti e melanconiche forze” (Thomas Mann) a Dublino, a Praga, alle Leopoli spazzate dai venti di Bruno Schulz, fino alla Trieste di Svevo, Slataper, Stuparich, Saba, Kosovel e Rosso? E queste stesse incantate affinità, in un certo qual modo, non stanno dentro alla strana energia, alle “effervescenti forze” dei Carciotti, Revoltella , Pancera, Vucetich, naturalmente devoti a Nettuno e Mercurio nel farsi costruttori di una città? Per intendere il valore del libro di Possamai va tenuto presente quel passaggio, più sopra citato, in cui si afferma che i palazzi della borghesia mercantile e commerciale triestina “sempre richiamano al tema del mare e dei commerci, alla ricchezza e alla cultura che ne deriva e alla ricerca di un destino di benessere laicamente perseguito.” Identità della città che ha le energie e le forze per comunicare l’imago urbis più consona al suo progettto, al suo destino di ricchezza e cultura. Un farsi della città assieme alle sue supreme ricadute culturali; se si vuole, nella superiorità aerea di sculture e bassorilievi e per la superiorità letteraria di molti scrittori, romanzieri, poeti. Loro stessi “costruttori” di Trieste. La città baltica, dublinese, praghese, viennese, la città dei panorami da amare, la città di Saba:

In fondo alle vie per le quali passava il carro, si vedeva ora un lembo di mare , ora una collina, che sembrava, nella splendida luce estiva, più vicina di quanto realmente fosse. Trieste – si disse per la prima volta Ernesto – è davvero una bella città, ed io ho fatto bene a nascervi.

Tutto ciò, a Trieste, ha una sua ragione, ha una poetica, ha un nome che è quello del Neoclassicismo. Negli anni in cui si sta definendo e realizzando, dalla seconda metà del XVIII secolo ai primi decenni dell’Ottocento, la nuova identità urbana di Trieste, irrompe e si afferma in Europa una cultura artistica anticipatrice di itinerari di pensieri e sensibilità che avrebbero portato al moderno.

Giulio Carlo Argan scrisse:

Comincia a farsi strada l’idea che la città, non essendo più patrimonio del clero e delle grandi famiglie, ma strumento mediante il quale una società realizza ed esprime il proprio ideale di progresso, deve avere un assetto e un aspetto razionali. La tecnica degli architetti e degli ingegneri deve essere al servizio della collettività per realizzare grandi opere pubbliche.

Esattamente quello che avvenne nella Trieste neoclassica, città di mare con mercanti, commercianti, architetti, ingegneri: innalzavano palazzi e case nel segno della bellezza sapendo che il loro utile e razionale ideale di progresso esigeva anche efficienti opere pubbliche. Di qui opere quali il Porto, la Borsa, il pubblico e il privato del Tergesteo, le Banche, i Teatri, i Caffè e le Piazze, gli Empori e i Magazzini, gli Uffici e le Botteghe sulle cui scrivanie e tavoli, leggeranno e scriveranno quelli “del si del da del ja”. Con i loro romanzi e le loro poesie faranno di Trieste una “città di carta”, come la chiamarono Angelo Ara e Claudio Magris in quel loro libro. Città di carta su cui soffiano i venti di chi vuole e sa scrivere nella città di Nettuno e Mercurio, cui non viene meno la conoscenza delle regole del bello e dell’utile e del saper trovare significative menzioni nell’Iconologia. Per la sua Trieste con Nettuno e Mercurio Possamai si è mosso tenendo conto del settecentesco parallelo Milano/Trieste. In quel parallelo c’è molto, dagli ambienti culturali e politici illuministi all’Accademia di Brera, al sapersi trovare a proprio agio in una dimensione europea, alla tenacità di propositi di progresso in più campi, alla luce di fondamentali principi etici.

Con la chiamata di Pertsch irrompe a Trieste la grande scuola d’architettura milanese. In particolare, Pertsch interpreta la lezione dell’architetto di corte Giuseppe Piermarini, che è stato autentico artefice negli anni settanta e ottanta del secolo XVIII per conto degli Asburgo di una radicale riconfigurazione urbanistica della capitale.

Particolare della statua del Mercante di Antonio Bosa su Palazzo Carciotti.

Il “giorno” di Carciotti si ha in quella Milano, perché lì andrà un suo emissario a cercare architetti, scultori e vari talenti in diverse arti. Nei libri che contano le “spie” rivelatrici sono le note, tra queste quelle che rimandano a studi da Possamai ritenuti fondamentali: il saggio di Giuseppe Pavanello su L’Ottocento in La scultura nel Friuli-Venezia Giulia e necessariamente il Pavanello in Neoclassico. Arte, architettura e cultura a Trieste 1790-1840. E nella “vetrina” riservata a Carciotti va collocato l’eccellente Neoclassico in riva al mare di Diana Barillari. Ma libro fondamentalissimo è l’Iconologia di Cesare Ripa (1555-1622) nell’edizione accresciuta di immagini, eccetera, pubblicata a Perugia nella seconda metà del XVIII secolo. Edizione preferita perché “la più ampia, la più completa quanto alle illustrazioni e la più cronologicamente vicina al grande e diffuso cantiere ottocentesco triestino”. Si sta dicendo della nota n. 50, dove Possamai avanza ipotesi iconologiche più che sollecitanti e in direzioni non solo ripanesche:

Il riscontro in parallelo tra ciascuna statua e il testo di Ripa non toglie che in alcuni elementi scultorei presenti a Trieste , pur sempre in un contesto neoclassico, il significato allegorico è richiamato in modo evocativo e non attraverso elementi codificati dall’Iconologia.Il meccanismo di Ripa è attenuato a favore di una visualizzazione intuitiva e nitida, indizio del fatto che il saggio sull’Allegoria, specialmente per l’arte di Johann Joachim Winckelmann, pubblicato nel 1766, aveva lasciato il segno.

In breve, l’ostentazione scultorea e ornamentale, particolarmente ragguardevole a Trieste, sembra allontanarsi dal “meccanismo di Ripa” e quindi dalle normative fissate nell’Iconologia. E questo lo si osserva in alcuni edifici e in diversi ornamemti scultorei che, secondo Possamai, si mostrano “a favore di una visualizzazione intuitiva e nitida”, con in più l’estendersi “in modo evocativo” del dettato allegorico. Come se “la città di carta” – una città grande, senza confini, illimitatamente europea – avesse assorbito da Milano, da Venezia, da Parigi, da Vienna, eccetera, quanto potesse contribuire alla visualizzazione intuitiva e nitida di forme e figure che avrebbero dato a Trieste la sua “novella storia”. Una storia che ha, in parte, il suo crogiolo di idee, di progettualità, di ambizioni imprenditoriali, di intraprese artistiche e culturali a Milano – Possamai sul punto non è affatto distratto – e che si avvalora a Trieste col giungere ad una sorta di iperbole controllata di un “risarcimento” neoclassico che la città ha manifestamente portato a buon fine, e che il letterato e collezionista Domenico Rossetti intende ribadire commissionando, nei primi vent’anni dell’Ottocento, ad Antonio Bosa il monumento sepolcrale a Winckelmann. Un risarcimento sollevato dall’immenso reame dell’inconscio triestino? Difficile a dirsi, certo è che lo storico dell’arte era stato assassinato l’8 giugno del 1768 nella Locanda Grande di una Trieste che da lì a non molto tempo dopo Winckelmann stesso avrebbe potuto riconoscere come opera “di studi per il filosofo e fonte inesauribile di insegnamento per l’artista”.

Il Nettuno sul Palazzo ex Lloyd austro-ungarico.

Walter Binni nel 1951 pubblicò La poesia del Parini e il Neoclassicismo, un saggio in cui si riscontrano molte conferme relative alle ipotesi di Possamai su possibili influenze iconologiche diversamente suggestive rispetto a quelle di Cesare Ripa, e comunque in tutta evidenza conosciute dagli artisti e dagli architetti della città dei Carciotti.

Binni:

Dopo la pubblicazione della Storia del Winckelmann (tradotta proprio a Milano nel 1779) , i principi del Winckelmann e del Mengs… si erano diffusi rapidamente nell’Italia settentrionale e, quando nel 1776 fu aperta a Milano l’Accademia di belle arti di Brera, il Parini, quale professore di eloquenza e belle lettere, vi si trovò a diretto contatto con artisti neoclassici come Traballesi, Franchi, Albertolli, Knoller, Piermarini, Appiani. E con molti di loro collaborò come scrittore di progetti per teloni di teatro, quello della Scala del 1778 , o del Teatro di Novara…

In buona sostanza Giuseppe Parini è maestro e poeta di iconologia nella Milano neoclassica degli scultori, dei pittori, degli architetti, impegnandosi anche nel gioco di regie totali per favolose messe in scena di piacevolissime Feste urbane ininterrotte di giorno e di notte. Per giunta, il poeta è l’ispiratore dell’affresco Apoteosi di Giasone di Martin Knoller in Palazzo Reale, un mito che non poteva sfuggire a Demetrio Carciotti quando ellenizzerà di sculture il suo Palazzo, immenso emporio in favore delle arti e del commercio. Se si esclude l’eccezionale e pertanto unico episodio di virtù ed eroismi appartenuti alla Roma repubblicana che si ammirano scolpiti sui bassorilievi della Rotonda Pancera, a Trieste si afferma l’esemplarità greca e di cui Paolo Possamai ha spiegato lo spiegabile, svelando così il senso profondo della nascente nuova città.

Binni:

Insieme all’esemplarità greca (più Pindaro, Anacreonte, Omero che Orazio e Virgilio e totale rifiuto dei moderni non classicisti) e al gusto del figurativo e della funzione essenziale della mitologia e di un essenziale travestimento greco, è nel principio della tranquillità e della decorosa semplicità, del sublime tanto più grande quanto più semplice e unitario che il Parini maggiore utilizza la lezione del neoclassicismo winckelmanniano e arricchisce e rinforza la tendenza più alta del proprio animo pur nella sua condizione vitale di vivacità…

Il futuro architetto Matteo Pertsch ,“triestino” per sempre, arriva a Milano più o meno nel 1790, avendo per obiettivo il poter frequentare le lezioni dell’Accademia di Brera dove ascolterà e vedrà disegni e progetti di insegnanti quali il polivalente in più arti Carlo Bianconi, segretario perpetuo di Brera, e l’ancor più decisivo Giuseppe Piermarini. Ma in quell’Accademia di belle arti il vate, l’oracolo, è Giuseppe Parini di cui Ugo Foscolo, nel commentare Il Giorno, dirà: “Tutta la vita di Parini fu impiegata nel praticare la massima che la poesia dovrebbe essere pittura (…) e sarebbe difficile indicare dieci versi consecutivi del poema pariniano, da cui un pittore non possa trarre un compiuto dipinto con tutte le varietà richieste di attitudini e di espressione”. Iconologia e regole del bello che diverranno patrimonio di disegnarori, pittori, decoratori, scenografi e di scultori le cui opere conferirono al neoclassicismo i sensi dei piaceri della ragione e del fantasticare. Attraverso Pertsch e non solo, esperienze, creazioni, tendenze feconde di sensibilità neoclassiche si ritroveranno in Antonio Bosa, in molti altri scultori, architetti, artisti, della Trieste a lungo winckelmanniana. Per la città con un immaginario statuario dovizioso in risoluzioni non scontate (bisognava però saperle cogliere e decodificare) nell’alimentare di suggestioni visive gli sguardi e le memorie di chi le osserva, era evidente la necessità di un vademecum chiarificatore qual è il libro di Possamai, che ha colto e decodificato il perché di edifici e di statue. Volano così sulle teste e sulle domande dei flâneur in passeggiata il perché e il come di una cupola, di una facciata ,di un fastigio, di una balaustra e di una serie di statue “dedicate alla convocazione di Architettura, Scultura e Pittura, Arti edili, Scienze, Astronomia, Editoria, Urbanistica, Musica, Commedia e Tragedia.” (Possamai). Accanto a loro Mercurio, Nettuno, Giasone, Ulisse, Plutone, Marte, i Continenti, il Danubio, Medea e gli Argonauti, e poi altre statue e bassorilievi ancora perché Trieste è piena di allegorie ,di sogni, quelli degli artisti e dei flâneur, dei committenti e dei poeti, degli psicoanalisti e degli scrittori che amarono (e amano) questa città perché il suo “spirito è più veloce dell’Orient-Express” (Kosovel). O non è stato detto che è “una città di carta”? Al dunque, riprendendo il Parini di Walter Binni, non può essere sottovalutato, pensando alla Trieste di Possamai, il punto in cui il poeta delle Odi e del Giorno, oracolo in Brera, utilizza la lezione del neoclassicismo winckelmanniano sommando alla “tendenza più alta del proprio animo” la sua connaturale “condizione vitale di vivacità”.

Che si intende dire? Che, per esempio, all’indirizzo mitologico parininano quella “vivacità” figurativa e narrativa aggiunge l’equilibrata provocazione del travestimento greco, elevata però “nel principio della tranquillità e della decorosa semplicità”. Principi questi che sono il dettato “dell’umanesimo illuministico nella sua pratica concretezza del riformismo lombardo”, con un Parini che segnala “l’esigenza di una visione della vita più serena” (Binni). In tal senso, ben si spiega il Possamai che sottolinea come nel gusto dei committenti e degli artisti che operano a Trieste gran conto è riconosciuto alla funzione essenziale della mitologia, ma il cui “significato allegorico è richiamato in modo evocativo e non attraverso elementi codificati dall’Iconologia…il meccanismo di Ripa è attenuato a favore di una visualizzazione intuitiva”.

Mercurio, statua di Bartolomeo Ferrari.

Infine, il neoclassicismo di Winckelmann, l’illuminismo riformistico lombardo, ciò che si insegna nelle aule di Brera frequentate da Pertsch, si traducono a Trieste nella vivacità mediatrice di Parini capace di sedurre scultori e pittori col suggerire soluzioni evocative e col dare libertà, in un ambito di decorosa semplicità, alle predisposizioni intuitive degli artisti. Qui il neoclassicismo di Trieste, la sua originalità, che ha convinto Possamai a scrivere il suo libro. E se non c’è dubbio alcuno sulla “città di carta” metafora di Trieste, altrettanto vero è che le carte di Parini sono le sorgenti delle acque in cui si specchia il neoclassicismo triestino. Impossibile non cogliere questa “migrazione” estetica, culturale, artistica giunta a Trieste tramite i Pertsch, oppure direttamente dallel zcose dette e scritte da Parini. Prima ancora che l’architetto genialmente scoperto da Carciotti, sempre il mercante greco a intuire anche nel giovanissimo Antonio Bosa lo scultore di cui avrà bisogno, girano in Brera nel 1775 le carte di Parini del Corso dei principi di belle arti. Ad ascoltare lezioni e ammaestramenti pariniani c’è un coetaneo di Pertsch, Francesco Reina ( 1766-1825), un ineccepibile esemplare di cittadino stendhaliano, subito militante cisalpino e bonapartista democratico, nei fatti un giacobino protorisorgimentale. Il Reina curerà e pubblicherà tra il 1803 e il 1804 il Catalogo di belle arti di Giuseppe Parini e che lui chiamò Maestro di libertà, dandone il ritratto di com’era il poeta negli anni trascorsi a Brera:

Trattenevasi pur molto colla gioventù di forme grandi e rilevate, e d’animo sensitivo…vivacissima fantasia, tenero cuore, finezza rara di modi, che erano in lui, volevano, che l’animo suo fosse soggetto alla più soave e forte delle passioni.

Come ha da essere il Palazzo della Borsa di Trieste che dovrà richiamare “ le forme di un tempio classico” (Possamai) ? Dal Catalogo pariniano: “L’architettura del tempio potrà essere d’uno o più ordini, avvertendo però che vi sia conciliato con la grandiosità la maggiore esattezza, semplicità e purità possibile dell’arte”. La descrizione di immagini risponde a qualunque richiesta, a qualunque interrogativo se si devono scolpire o dipingere divinità, imprese e favole mitologiche, virtù, vizi ( dal cattivo gusto alla licenza, alla scurrilità), Mercurio può essere il dio delle arti “ma sarà sveltissimo e leggerissimo”, Nettuno può avere tridente e cavallo oppure “corona regale in capo …e un piede appoggiato sopra un delfino”, e se si hanno da presentare la musica, la danza, l’architettura, la scultura e la pittura, i soggetti prevedono figure con putti o fauni, e bene andranno per dei sopraporte nel Palazzo di Corte le storie di Cadmo, di Giasone istruito da Chirone, di Pelia che manda Giasone alla conquista del vello d’oro, della Nave degli Argonauti. Un tema questo degli Argonauti e di Giasone e di Medea che si distingue in più e più pagine del catalogo pariniano. Ma ciò che maggiormente colpisce nella lezione di Parini è il frequente uso del condizionale “si potrebbe…si dovrebbe”, il che apre a possibilità altre e diverse rispetto a quelle raccomandate dai principi dell’iconologia dello stesso Parini. Il poeta suggerisce, propone, ma non impone: “sarà libero al pittore di scegliere il partito che più gli piace”; “tutta questa parte della composizione sarà… a piacere del pittore”. Se nelle avvertenze per gli scultori si prescrive che le statue “saranno o nude o vestite, saranno esattamente tali”, ma nelle righe seguenti di nuovo il possibilismo creativo: “Le figure di cui non si dice nulla saranno a piacere dell’artefice, ma però le vestite avranno abiti di forma più che si può manifestante il nudo, e di costume semplice ed antico”. Fermo restando che il maestro di Brera ci sorprende spesso con la sua disponibilità all’altrui immaginazione, alle altrui narratività, come si nota nell’estro di cui gli scultori operanti a Trieste fecero buon uso, esattamente nel senso del libero possibilismo pariniano. Questo:

Alcune figure dei rilievi, di cui nella descrizione non sono indicati i simboli, avranno quelli che sono assegnati alle statue corrispondenti, più o meno secondo che sarà opportuno.

Particolare della statua del Mercante di Antonio Bosa su Palazzo Carciotti.

In quel pacato e responsabile più o meno secondo che sarà opportuno c’è la feconda differenza o la moderna distanza rispetto al Winckelmann implacabile teorico. S’intende dire che è il più o meno – cui non rinunciarono nemmeno Saba, Cergoly, Svevo – l’opportunità che non sfugge ad Antonio Bosa quando deve scolpire la Mercatura per Palazzo Carciotti. Chi desiderasse verificare altri più o meno a piacere degli scultori, non deve che leggere il libro di Passamai. Prima o magari dopo aver passeggiato per Trieste, avendo tenuto lo sguardo verso l’alto. Così sul fastigio di Palazzo Stratti Pietro Zandomeneghi per rappresentare la Città di Trieste raggruppa un meccanismo allegorico fatto di oggetti: “una pinza, una ruota dentata, un’àncora, attributi del lavoro e addirittura una locomotiva”. Più o meno l’industria, il commercio, la navigazione. Una meritata celebrazione di se stesso si ha con il barone Pasquale Revoltella, che sul suo Palazzo innalzerà statue, come fossero i capitoli di un romanzo-autobiografia, di una leggenda esibita perchè eclatante: “giunto poverissimo da Venezia… esponente di primo piano della finanza europea”, al vertice della società che finanzia l’apertura del Canale di Suez, eccetera, eccetera. Il resto sarà compito di Francesco Bosa cui il barone commissionerà “la balaustra del prospetto su piazza Venezia”, dove si riproporrà la lezione di allegorie per sculture a piacere dell’artista (Parini) trasmessa da Antonio Bosa al figlio Francesco. Non grandi soggetti e grandi sentimenti, piuttosto una contenuta ripresa del più o meno pur di risolvere con sobrietà le figure del Calcolo e dell’Economia, altrimenti operazioni confinate in una immaterialità complessa, difficilmente traducibile nelle invenzioni dell’arte. Il sintonismo delle figure e dei significati è regola accettata e applicata da committenti e artisti, essendo più che motivata, per esempio, dal taglio esplicativo e letterario del Catalogo di Parini. In definitiva Trieste è la città dei racconti di marmo e di carta. E forse il profilo sintonico più alto e ammaliante è rappresentato dalle quattro grandi sculture sulla facciata posteriore di Palazzo Carciotti, autentica “passerella” di una classica ellenicità ottenuta nel coordinamento di ispirazione e realizzazione tra gli scultori Bartolomeo Agostini (Giasone e Mercurio), Antonio Bosa (Nettuno), Luigi Zandomeneghi (Ulisse), con la regia del mercante greco.

Possamai:

Le due statue centrali evocano Mercurio e Nettuno…il dio dei commerci e il dio del mare si tendono la mano e pare che uno non viva senza l’altro.

Meno scontata invece l’interpretazione della prima scultura a sinistra, ma che diviene molto convicente nelle parole dell’autore che, nell’accettare un’ipotesi formulata dal Bensch, vi riconosce Giasone.

Secondo Possamai

è una suggestione di forte impatto, perché la nave deglj Argonauti nel suo vagare alla riconquista della via di casa è transitata anche alle porte di Trieste, ossia alle foci del Timavo…

Per non dire che “la riconquista del vello d’oro è un’impresa alla quale Carciotti poteva ambire d’essere associato”. Inoltre, da alcune testimonianze

si ha notizia di lezioni su Pindaro tenute da Parini negli ultimi anni del suo insegnamento, esse attesterebbero dunque la presenza del poeta tebano tra gli autori che Parini in quegli anni interpretava in modo estemporaneo, non limitandosi a dettare le lezioni (Giovanni Benedetto).

Il primo verso degli Epinici con cui Pindaro canta l’avventura di Giasone è domanda che Carciotti si sarà rivolto molto spesso: “e quale fu l’origine del viaggio?”. Un immedesimarsi nel mito che avrà dato ali ai sogni del mercante partito dalla Grecia. In una delle sue lezioni a Brera Parini dice:

Giasone sarà nudo, se non quanto la pelle dorata del montone, conquistata da lui, gli penderà graziosamente dalle spalle al petto, e quindi alla coscia. Terrà arditamente un’asta nella destra mano, e appoggerà negligentemente la sinistra al timone d’una nave, guardando soavemente in viso alla Immortalità.

Ma ormai noi sappiamo che il figurativismo pariniano lasciava aperte diverse possibilità al più o meno affidato allo scultore. Concludiamo parinianamente con il Winckelmann di una sublime triestinità, quello delle ultime righe della sua Storia dell’Arte nell’Antichità, quello del “noi siamo come eredi insoddisfatti”.

Così il grande “italo-tedesco”:

Non si deve aver timore di andare in cerca della verità anche a svantaggio della propria reputazione: alcuni devono pur sbagliare perché altri procedano sulla retta via.

Che è la retta via percorsa da Trieste nella sua storia.

Immagine di copertina: Palazzo Carciotti, da sinistra a destra statue di Bartolomeo Agostini, Giasone e Mercurio; Antonio Bosa, Nettuno; Luigi Zandomeneghi, Ulisse.

Foto di Schirra/Giraldi
Le foto del Mercante sono di Paolo Possamai

L’inizio perfetto di Trieste, la città che seppe adescare l’arte e la cultura ultima modifica: 2022-07-06T13:00:03+02:00 da FRANCO MIRACCO
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