La luce dell’ora bassa

nella poesia di Giusi Quarenghi
GABRIO VITALI
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L’articolo che segue è il primo di una serie, un’iniziativa per avviare un percorso di educazione alla lettura del testo poetico e al rapporto con la poesia, non come scelta di nicchia per pochi appassionati e specialisti, ma come possibilità di formazione e di riflessione che interagisce con le possibilità di altra natura, di carattere culturale, sociale, politico ecc., che il lettore curioso trova ogni giorno sul tavolo della propria ricerca quotidiana di informazione e di consapevolezza. Quindi non semplici testi di segnalazione, ma articoli di vero attraversamento critico (qualificato, ma non specialistico) della poesia di un autore, partendo dalla presentazione della sua ultima opera pubblicata e ancora in commercio. (G. M.)

Nei versi di Basuràda, della bergamasca Giusi Quarenghi, colpisce subito lo stupore per la bellezza leggera e tersa delle immagini, con le loro quasi impercettibili variazioni di luce. Un’impressione di lettura che si rinnova dai versi del suo primo libro, Ho incontrato l’inverno (Campanotto, 1999), non per caso riproposti, in sezione omonima, nella silloge Tiramore (Marsilio, 2006):

Cercavo sorrisi/ ne era colmo l’inverno/ appena sotto la pelle/ del ghiaccio – io non lo sapevo./ Senza pazienza com’ero/ non lo sapevo – ma l’inverno/ soave durava e/ quanto soave fu nell’invitarmi/ a sedere davanti a una tazza/ di luce.

Solo che in Basuràda, quella “tazza” rovescia la sua luce bianca e tersa d’inverno nell’“ora bassa: a ridosso del tramonto” (la basuràda, appunto) suscitando, come recita l’esergo che apre le pagine del libro,

l’allargarsi quasi improvviso del giorno in una luce vasta e stillante, come di rugiada; così nella sera s’insinua un sentimento d’aurora, chiasmo non solo temporale, eversivo e struggente. Quanta più luce, e che luce, nell’imminenza della notte.

E quel chiasmo scioglie l’ossimoro, che marca i versi iniziali dove appaiono “la luce buia”, “l’alba nera”, gli “angoli tondi”, nell’intreccio musicale “di suoni e silenzi” dei versi successivi, fino al “nero latte dell’alba” (lo Schwarze Milch der Frühe di Paul Celan) e fino a costituire la cifra, il tono e persino il colore della poesia della Quarenghi. 

Mi spiego. Basuràda, è voce dell’idioletto materno e il suo significato si dilata a cogliere e trattenere, nel tenero strazio dei testi d’apertura, l’intensificarsi di luce della figura della madre, nel tempo in cui essa si consegna allo sparire nel buio in una lenta estenuazione di sé:

A goccia a goccia mia madre muore fiato/ su fiato sguardo su sguardo mia madre/ muore di poco in poco dal meno al niente/ mia madre muore in stretta economia/ come faceva con ogni cosa perché/ durasse ancora un po’ […] In piccoli respiri quieti a mano/ a mano si sfila dal suo corpo ritrova/ l’insieme vuoto e si riconsegna/ anche nella morte madre.

Di qui, la basuràda diventa metafora di una precisa postura della poeta verso gli eventi e le cose della vita, di una piega della sua mente poetica, di un atteggiamento della sua lingua: raccogliere nel suono delle parole l’ultima e più densa luce delle cose, prima del loro risucchio del buio, connotandolo così della promessa del loro ritorno nella musica del verso che le riconsegna ad ogni alba. Luce e buio, parola e silenzio, pausa e movimento, infanzia e vecchiaia, ricordo e attesa (la coppia leopardiana rimembranza/aspettativa), morte e vita: il verso di Giusi cammina delicato e leggero su questi crinali sottili senza mai lacerarli e senza mai rimboccarli l’uno sull’altro, posato «tra l’ultima rondine/ e la prima nottola» del suo Caproni e come assorto in un incanto sospeso, in un sorriso fatto di pianto:

Aspetta la notte la luce/ che apre al cielo il respiro/ Bianca silente soave/ cammina gelata sulle punte/ dei rami tra i sassi e le stelle/ Infante inarcata rotonda/ dal basso illumina il cielo/ è la neve luce di terra.

Attenta da sempre alla parola dei bambini che imparano a parlare, come a quella dei vecchi che insegnano a tacere e a quella, poco ascoltata, dei luoghi, Giusi Quarenghi cattura l’eco della luce che si avverte al fondo del giorno (di ogni nostro giorno) per riconsegnarcela in forma di voce: così l’ossimoro diventa chiasmo (dall’opposizione all’intreccio) e la poesia trattiene nella luce le cose della vita prima che il continuo agguato del buio le rapisca per sempre.

Dal lato della tecnica linguistica, siamo pertanto ancora davanti a quelle “poesie-miniature”, di cui parlava Ernestina Pellegrini a proposito di questa donna poeta che, nata scrittrice di fiabe e racconti per bimbi e ragazzi, mantiene nel verso un passo affabulatorio, uno stile del narrare più che dell’affermare o anche solo del dire. E ancora si sente quella

spiccatissima attitudine […] a un andamento ritmico autenticamente dinamico e anzi spinto talora fino al limite di una posizione di danza,

che segnalava Alberto Bertoni in calce a Nota di passaggio (Book editore, 2001), la seconda raccolta dell’autrice. Per i modi del suo lavorare la sua materia linguistica, vengono alla mente le immagini della ricamatrice o del soffiatore di vetro o dell’orafo, figure di un artigianato antico e raffinato e capita allora di soffermarsi a pensare all’immagine dell’autrice, per coglierla nell’attimo in cui scrive.L’immagine di qualcuno che stia maneggiando materiali fragili e preziosi, minuti e quasi impalpabili, aiutandosi con strumenti anch’essi delicati e perciò difficili da manovrare, che solo li sfiorino leggeri o li pinzino appena, per non rovinarli. E per la grazia nell’inanellare i segni linguistici nel ritmo, l’affabulazione diventa sinfonia, arabesco musicale, danza di pentagrammi in cui ogni immagine, ogni pensiero e ogni discorso diventa suono, si leva in canto.

È così che “la quieta agonia della luce” adagiata sul mondo dalla basuràda segna di splendore il lento sfinire delle cose e dei giorni che abbiamo vissuto, e lo svanire dei volti, dei gesti e delle parole di chi abbiamo incontrato. Ma quel tramonto, che ha in sé la luce dell’alba, trattiene ancora un poco la vita e si prepara ad attenderla, una volta passata la notte. La pacificazione con i ritmi della vita diviene un prendersene cura nei versi e si colora così di saggezza:

Ci vuole coraggio per essere foglie / e attenzione / al tempo del cominciare / e del finire / quando il vento / pare più forte ma è solo / che è venuto il momento». E insieme, questa pace, si riaccende d’interrogativi, forse di speranze: «Vorranno pur dire qualcosa queste foglie / così lente a morire che insistono / a stare sui rami d’inverno i viali / in città ricolmi di gialli gloriosi di ruggini / caldi il cielo che non trova dove infilarsi / le chiome compatte che il vento non smaglia / la pioggia non buca vorranno pur dirmi / qualcosa.

Negli stessi anni in cui ha lavorato per questa sua ultima raccolta, Giusi Quarenghi si è a lungo cimentata in una poesia per “voci piccole”, pubblicando con l’editrice Topipittori due raccolte illustrate di poesia per bambini e una riscrittura di salmi (E sulle case il cielo, 2007, illustrato da Chiara Carrer;  Ascolta. Salmi per voci piccole, 2016, illustrati da Anais Ginori; La capra canta, 2021, illustrato da Lucio Schiavon), lavorando perciò con molta cura sulla sonorità libera e intrinseca della parola e sulla coralità istintiva e spontanea della voce poetica. Anche per via di un simile laboratorio linguistico, prolungato ed estremamente attento, il suo magistero poetico ha potuto riversare e portare a piena maturazione, in Basuràda, una sicura capacità di miscelare in un unico concerto armonico la “melodia sfumata dei versi imparisillabi” e la “cantabilità sbalzata dei parisillabi“ (ancora Bertoni); l’uso sapiente delle pause, negli stacchi interni e negli a capo; la messa in rilievo di singole parole, in apertura, in chiusura e persino in mezzo al verso; l’isolamento nella frase di intere sequenze significanti (una sorta di incisi), magari cucite e prolungate dagli enjambements; e poi rimandi, rime e assonanze di nomi e di verbi nei versi e fra i versi… insomma, tutto questo e altro ancora conferisce fluidità e varietà affabulatoria a un dettato poetico lirico e narrativo al tempo stesso. E di fascino indiscutibile.

Basuràda
di Giusi Quarenghi,
Book editore 2018.
Prezzo: euro 15.

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La luce dell’ora bassa ultima modifica: 2022-07-11T11:17:42+02:00 da GABRIO VITALI
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