La rapsodia dei senza voce

nella poesia di Nadia Agustoni
GABRIO VITALI
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Dall’inizio di questo ventennio, è nella sua lingua poetica che Nadia Agustoni, con attenzione e cura rapsodica continua, si fa carico delle storie dell’estenuazione esistenziale dei senza potere che vivono i margini e gli interstizi della società globale, scivolando vieppiù nella fragilità, nell’inconsistenza, nel dolore, nella povertà e nel silenzio. Anzi, proprio la povertà e il silenzio, sembrano farsi lo stigma che lega e affratella, nella sua poesia, le vicende senza riscatto di sfollati e di migranti, di reduci e di sopravvissuti dalle tante vite che sono restate e restano sulla soglia di ingresso del mondo e del tempo. E Nadia, con paziente tessitura di parola, se ne prende cura, le accoglie nel verso. 

La sua raccolta, [La casa è nera] (Vydia editore, 2021) è solo l’ultima tappa di un percorso che si è dipanato con la media di un libro ogni due anni dalla sua postazione discreta e defilata di operaia e di donna (o di poeta dorsale, come lei preferisce), che vive e osserva gli scenari desolati di solitudini, fra periferia urbana e campagne sfibrate dallo sgretolamento dei fasti dell’industrializzazione e del consumismo e contrassegnate dalla marginalizzazione migrante e diseredata. Sono scenari e condizioni di dissipazione della vita, che preferiamo non vedere e non capire, come non fossero la più capillare e quotidiana conseguenza della grande crisi, ecologica e antropologica prima che geopolitica, che la nostra civiltà attraversa nella permanenza diffusa di guerra e pandemia, rifiutandone tuttavia, appena può, la consapevolezza e la responsabilità. Nadia Agustoni, invece, da quella postazione ci manda la sua melodia di flauto e ne fa la postura da cui muove la sua poesia. 

Insieme alla postura che sceglie per guardare il mondo e le cose, è la tecnica della lingua che adotta nella costruzione del verso che fa di uno scrittore un poeta; e Agustoni sa bene che la qualità e la sostanza dell’esistenza sono innanzitutto fatti linguistici, capacità di parola, possibilità di racconto, “siamo le parole che sappiamo”. Per tanto, sceglie un linguaggio estremamente essenziale, rastremato fino al nervo vocale di ogni parola, costruito per associazione metonimica di suoni e di immagini, organizzato senza nessi logici in una sintassi irregolare e straniante, tipica dell’oralità, e contrappuntato da ellissi, fratture, richiami d’assonanza, accelerazioni e pause improvvise di ritmo. Come a dire la fatica del parlare e del raccontare di chi non ha voce né storia per narrare. E, in questo modo, costringe chi legge a incespicare nella punteggiatura, a scivolare nelle interruzioni, a sostare in silenzio nei vuoti di sospensione, a fare persino esperienza drammatica di afasia, e, perciò, ripetutamente a pensare, a seguire, a interrogare quella scrittura e, in essa, quel modo d’esistere. 

Ad esempio:

partono sempre per la parola incontrata/ siamo partiti una volta/ per parole che non c’erano/ non erano nostre/ / non per noi siamo stati/ ma per credere una vita più bella -/ stare come qualcuno/ che è un altro.

Oppure:

negli occhi quel vedere largo/ è già commiato/ e la storia del mare/ per dire a chi nasce com’è nascere/ per quale morire/ / riposano nelle mani/ le cose più belle/ / vedersi camminare/ dire della sabbia l’uguale/ e dei limoni/ dei trifogli/ la vita di un silenzio. 

Forse qui si nota che Nadia Agustoni muove, nella scrittura, dal tentativo di catturare il suono prima ancora dell’immagine. Il suono è per lei l’elemento primigenio di significazione e perciò perno di ogni successivo lavoro sull’apertura del significante nella parola che la costruzione poetica comporta. Isolare quel suono dal persistente rumore di fondo che pervade, ossessivo e confuso, quei paesaggi esistenziali, per poi tenerlo dentro la scrittura, è l’atto iniziale da cui vengono le parole, poi i pensieri, poi le immagini e infine i versi, la loro musica, la prosodia che la svolge sulla pagina e la esegue in voce: di qui, via via, la lingua tutta della sua poesia. Come in questa sequenza in prosa breve, fra le tante del libro:

gli sfondano il petto e guardano nella morte. non capire se ognuno di loro è ognuno di noi, se siamo qua e là. pensare nel bicchiere com’è l’acqua, cosa portiamo nel lontano, nel corpo dove c’è il piangere e il viso è una terra più estrema e violata. com’è più leggieri delle nubi quell’andare, sentire in una voce cos’è chiamarsi. cos’è non avere addii.

Nadia Agustoni

Tuttavia, quei suoni, cresciuti in parola e poi in musica di verso, nascono anche dal sentire, in quelle esistenze, un desiderio di pace e di accoglienza, un bisogno di comprensione e di aiuto, una voglia istintiva di avere casa e futuro o anche soltanto semplice quotidianità, come in quest’altro brano, ancora in prosa:

Il soldato porta il fucile e grandi quaderni a righe a quadretti, scrive le cose di un pensiero, com’era una città o una casa lasciate là, a lungo immagina, per il tempo più grande, un bagliore che sia solo luce. vedere un uomo una ragazza. sapere di qualcuno un po’ di bene. 

Per rispondere a questo, la parola deve poter anche lenire il dolore, colmare l’assenza, dare luogo e ospitalità a quella richiesta semplice di esistere. 

E così la poesia di Nadia, sovrastando con forza dolce e accogliente, senza mai impennarsi nel grido o avvitarsi nello sdegno, il rantolo continuo che corre nelle tristi derive della civiltà contemporanea, riesce a liberare voce e racconto per tante vite diseredate e marginali nella povertà, rimosse e cancellate nella guerra, schiacciate ed escluse nel silenzio di una ritualità esistenziale anonima e abbruttita di tante, troppe situazioni. E ne fa tema di una rapsodia di voci che si parlano e si chiamano in contrappunto, che si cercano e s’incontrano in dialogo: alcune poesie sono graficamente chiuse fra virgolette, come a significare la presenza nel libro di una voce altra, interlocutoria, che comprende la prima e le risponde. E ne fa canto ed elegia, il cui centro lirico non è più il soggetto, il suo sentire, il suo essere filtro emotivo e intellettuale dell’esperienza e della realtà: al contrario la voce che raccoglie e si presta ad altre voci, diventa un soggetto plurale e corale, proprio per via di una particolare costruzione del linguaggio poetico e del racconto epico. Così:

i nomi sono la nostra parola/ nel vuoto ritornano/ sono i torrenti alle voci/ la vita da dire”/ / “insegna a essere leggeri/ l’aria, prende l’erba il sorriso/ sa cos’era neve/ e cosa inverno.

In questa raccolta, dunque, Nadia Agustoni recupera e raffina tutto il portato poematico del suo laboratorio più recente, in particolare di quello dei messaggi di afflizione di Lettere dalla fine (Vydia editore, 2015, ma non per caso rieditato quest’anno), quello dei versi pacificanti e accoglienti di Racconto (Nino Aragno, 2016) e quello della straordinaria narrazione della quotidianità operaia di I necrologi (La camera verde, 2017) e ne fa la materia rinnovata e intensa di un libro che, come scrive Giovanna Frene in prefazione,

propone metaforicamente una topologia poetica dove alla denuncia dell’inabitabilità di certe “soluzioni abitative” dettate dal potere e dalla guerra, si contrappone invece l’apertura ecologica di una struttura abitata dalle vittime del potere, unico luogo di possibile pace e resistenza non-violenta.

 Il titolo, infatti, che è quello di un film di denuncia della regista e poeta iraniana Forough Farrokhzad, è presentato fra le parentesi quadre che indicano, per convenzione, l’intervento di una propria scrittura nella citazione del testo di un altro: quella casa nera di un universo concentrazionario, come un carcere, una fabbrica, un campo profughi, una periferia urbana, nel magistero poetico di Nadia acquista, pur senza redimersi dal male, una valenza benefica di apertura e di speranza:

ora il bambino dice albero/ una nuova parola/ indossa l’aria dei paesi/ è il pettirosso delle api/ quando è solo e mormora vertigine.

La casa è nera
di Nadia Agustoni
Vydia editore, 2021
Prezzo: euro 10

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La rapsodia dei senza voce ultima modifica: 2022-07-13T18:32:52+02:00 da GABRIO VITALI
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