Quel che la crisi chiarisce definitivamente

è l’amaro disincanto di Draghi (in cui Conte conta poco…)
ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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Mercoledì 20 luglio 2022 dopo giornate di richiami, riflessioni, battute sui social network e bizantinismi accalorati (dall’ondata di calore e siccità, è tutto un “déjà vu”…) si conoscerà l’esito del governo necessitato di unità nazionale (meno Fratelli d’Italia) voluto da Mattarella sulla scorta delle richieste dei partiti e delle organizzazioni che una volta si sarebbero detti “corpi intermedi” (imprenditori, sindacati, associazionismi e corporazioni varie) di fronte alla “grande occasione” del PNRR e che Conte ha terremotato la scorsa settimana in maniera a dire il vero annunciata e forse sottovalutata da Draghi stesso e dalla sua compagine o almeno da quelli più vicini a lui, come Letta.

E tuttavia, al di là dell’esito – Draghi “rifiduciato” anche dal M5S; Draghi-bis senza M5s oppure elezioni e governo di “ordinaria amministrazione” (definizione alquanto anodina col Def, il PNRR, l’inflazione, la guerra e la crisi energetica per non parlare del picco di ripresa della pandemia) – ci sono cose che definiscono questa come una legislatura finita e con essa alcune linee politiche o di azione che si possono già oggi certamente consegnare ai posteri, che non troveranno certo ardua la sentenza.

Cominciamo dall’assoluto protagonista della crisi, ovvero Giuseppe Conte, il quale sembra abbia raggiunto l’apogeo politico con un’operazione davvero innovativa: accanto alle scelte “win-win” o a quelle più usuali della politica fatte di pareggi di responsabilità ha inventato la mossa “lose-lose”. Cioè la certezza di avere tutto da perdere con le decisioni prese, peraltro anticipata dall’inverosimile (in politica) azione di disturbo senza alcun “piano B” (questa una costante del M5S – su cui ritorneremo – che dipende dalla loro origine). Dunque l’ex presidente del consiglio ha dinamitato il governo Draghi con alcune certezze, presenti forse a tutti ma non a lui o a chi lo consiglia: se torna indietro e la compagine di unità nazionale si ricompatta nessuno gli chiederà più nulla fino alle elezioni essendo inconsistente politicamente; se Draghi se ne va e si va alle elezioni lui è il colpevole e al massimo sarà riconfermato fino alle elezioni dove M5S subirà un tracollo, perché il due per cento in più ipotizzato da De Masi lo porterà, senza consiglieri comunali eletti (le amministrative un flop da uno-due per cento totale di media delle liste M5S) che combattono per la lista nazionale, ad avere comunque meno del dieci per cento e al massimo un “diritto di tribuna” nel nuovo parlamento con soli quattrocento deputati e duecento senatori. Con l’ovvia conclusione che il M5S avrà bisogno di un “tribuno della plebe” come Di Battista. Infine se fanno un governo di unità nazionale senza M5S si ritroverà a dimostrare di fatto più che un’opposizione (da sinistra? dal centro? da destra no, c’è Fratelli d’Italia…) la sua irrilevanza.

È chiaro che siamo di fronte a un problema psicologico, di quelli che Craxi e De Mita, Andreotti e Moro, La Malfa e Fanfani, usavano mettere da parte al momento della “stretta” degli accordi di governo. Per non parlare di Veltroni e Prodi o anche di Berlusconi che, dotati i primi due di grande permalosità ma adusi alle regole della politica, frenavano nelle relazioni politiche mentre il fondatore di Forza Italia – va riconosciuto – ha perdonato centinaia di “traditori” della prima e dell’ultima o penultima ora in un “embrassons nous” che l’ha contraddistinto ormai da più di 25 anni. Conte no. Non ce l’ha fatta a ingoiare la presunta richiesta di Draghi a Grillo (poi riferita a De Masi che ha spifferato ai quattro venti) di stemperare le intemperanze dell’ex leader. E francamente non da un pulpito ideologicamente, culturalmente o politicamente così in alto.

L’unica strada che gli rimane è l’elezione parlamentare in un luogo “sicuro” (ma i M5S ne avranno di luoghi sicuri?) per proporsi in futuro come ex presidente del consiglio, ma riserva di quale Repubblica se invece che esercitare l’arte della mediazione politica ha esercitato quella del dinamitardo?

Ora, si potrebbe dire che questo almeno gli rimette a disposizione la leadership del Movimento, ma ne siamo poi sicuri? Che cosa è questo movimento che dal 21 di giugno non è neppure più numericamente il primo gruppo parlamentare dopo esserlo diventato a furor di popolo nel 2018?

La mia teoria è che questo movimento abbia radici lontane: pensate al cuore della piazza convocata per “l’ultima spallata al governo” (mai caduto un governo a seguito di una manifestazione in tutta la storia della Repubblica) oppure alle monetine su Craxi (al di là del giudizio politico che si possa avere su Craxi, anche quello del congresso dei fischi a Berlinguer). Ecco, quella massa di manovra veniva agevolmente controllata dai dirigenti Pci che avevano conosciuto o letto Togliatti, poi dai dirigenti Pds e Ds che governavano regioni comuni e grandi città, infine nel Pd – è vero che una miscela identitaria un po’ evanescente con un “pantheon” chiaro a Veltroni e i dirigenti ma non troppo digerito da questo pezzo di “base”, in combinato disposto con il populismo “liberalizzato” dai social e la crescita di fenomeni come parte della Lega, poi Italia dei Valori e infine il “vaffa” grillesco, ha generato il “tana libera tutti”. Questo movimento non è recuperabile. Vive e vivrà la fine del sogno M5S con un ritorno al complottismo privato online, no vax, no trivella, no termovalorizzatore, no tutto. Quel che resterà in politica è pensabile che Conte sia più attrezzato di un Di Battista a gestirlo?

Un’altra vittima, collaterale rispetto al M5S, è il cosiddetto “campo largo”. Se perfino Zingaretti, in libertà da Goffredo Bettini e un anno e passa dopo le sue dimissioni da segretario del Pd, dichiara che colui per cui il Pd zingarettiano fece inusitati manifesti indicandolo come presidente del consiglio desiderato, perché “punto di riferimento del progressismo”, si rimangia la sua definizione, una qualche assestatina alla teoria bisognerà darla.

Già era lecito ragionarne dopo che, nemmeno quindici giorni fa a Cortona durante la riunione di Areadem di Franceschini, Letta si era sottoposto alle domande di Lucia Annunziata con Conte e Speranza e plasticamente si misurava “quel” pezzo di campo largo in un circa trenta per cento totale lontanamente insufficiente dalla sfida elettorale che ha bisogno almeno del 38-42 per cento per essere lanciata. Certo la fatica certosina di Letta sarebbe e sarà quella di ritrovare anche Verdi e sinistra italiana e poi però di rivolgersi al Centro dove trova il neo Di Maio, Calenda e soprattutto Renzi, e ci vorrà tutta l’arte zen praticata a Parigi a Science Po per mettere assieme l’ambaradam… e potrebbe doversi aggiungere anche il neo segretario del centro ex Dc Clemente Mastella, per dire. È chiaro però che il presupposto era l’alleanza Pd-M5S, ma oggi anche nel Pd si chiedono se si prenderebbero più voti con loro oppure annunciando che non si va più insieme (vedi primarie in questi giorni in Sicilia).

Anche perché nella costruzione di una compagine elettorale c’entra – e molto – il sistema elettorale, e di sicuro, comunque si concluda la crisi, anche si dovesse portare avanti la legislatura, anzi proprio se Draghi decidesse di accettare di portare avanti il governo, mi pare chiaro, e credo sia chiaro a tutti, che il programma futuro si limiterebbe a evitare problemi al Def e l’eventuale esercizio provvisorio di bilancio (una iattura da cataclisma in questo momento), salvare il Pnrr Next Gen UE e poco altro relativo alle emergenze sociali ed economiche, non certo a fare riforme non condivise (mettiamoci l’animo in pace anche per lo “ius scholae”) oppure – peggio – elettorali su cui non c’è alcuna condivisione. E quindi votando così Letta come leader della maggiore formazione politica del centrosinistra avrebbe una sola strada: mettere assieme tutti da Fratoianni a forse perfino Mastella, e poi tentare di convincere Draghi a essere il futuro presidente del consiglio da contrapporre a Meloni o Salvini, proponendo un riferimento certo a livello internazionale, rispetto agli “inadatti” nostrani nel tentativo di arrivare almeno a un pareggio che obblighi il Quirinale a riproporre una formula di unità nazionale. Diversamente i sondaggi ci dicono che il risultato è purtroppo quasi scontato.

In ultimo ciò che la crisi a oggi ci dice è che Draghi ha esaurito formalmente la sua funzione primigenia. Comunque vada. Draghi non era semplicemente un “tecnico”, ne abbiamo avuti anche in passato. Ma soprattutto un tecnico che conosce la politica e ha scelto di non “farsi parte”. Non è che non gli sia capitato, come in passato hanno dimostrato per esempio Dini o Monti. No. Draghi “ha scelto” sempre di conoscere la politica a fondo, di usarla, di dialogarci, ma di non entrarne a far parte. E in ciò sta anche la sua “resilienza” di fronte a Mattarella questa volta, con un giudizio di prospettiva tra i due che per la prima volta è dissimile sulle conclusioni possibili.

A questa sua “rigidità”, per alcuni inaspettata, fanno da contraltare e da detonante anche le incapacità dei partiti.

Avevamo detto all’inizio del governo Draghi che si trattava anche di una occasione per la politica di ripartire, di ricreare condizioni di consenso popolare, di ripresa formativa dei quadri e delle proprie basi. Ma non è andata così e questo il politico/tecnico Draghi l’ha letto e legge bene e ne è deluso. È alla base del suo convincimento, per cui cercherà di resistere a ogni costo a un governo “ri-fiduciato” o peggio un bis dimidiato e costretto dentro un programma per cui il pallino passerebbe alla destra di governo (Berlusconi Salvini) costretta a cercare, dal governo, ragioni di resistenza verso (e contro) la destra di opposizione della Meloni.

La destra di governo – anche quando governa da sola – sogna sempre di fare opposizione. Anche becera. E difficilmente riesce a costruirsi un profilo men che populista o sciatto. In questo anno non ha cercato, come anche in passato, di trovare leader e programmi di un conservatorismo moderno, capace di intendere gli interessi dell’Europa come anche nazionali e con una lettura internazionale degli avvenimenti da statisti: paradossalmente sulla guerra la posizione della Meloni è stata più corretta di quella di Salvini al governo, salvo poi “sbracare” come sempre nel plebeismo populista sugli effetti per la popolazione italiana, su ritmi che non usa nemmeno più la Le Pen in Francia (con beneficio elettorale come abbiamo visto).

La sinistra o il centrosinistra dei progressisti, invece, cerca scorciatoie. Un Ulivo rinnovato che ogni tanto si riaffaccia (d’altronde le due uniche vittorie alle urne…) senza fare i conti con le vicende finali (simili ma anche differenti di natura però non troppo indagate per non far volare gli stracci… proprio Bertinotti ieri sera in tv continuava a ripetere che far cadere Prodi – certo fu Mastella praticamente – ma la tiritera bertinottiana ci fu tutta… fu cosa diversa ,”novecentesca”, per dire di ideali e lotte, (“epocali” le chiama lui), differenti da quella di oggi, ma è francamente opinabile anche se la riflessione non dovrebbe certo fermarsi solo a Mastella e Bertinotti, questo è vero!).

Oppure lo stravolgimento del “campo largo” senza etimologia e solo per affinità. Perché il “campo largo”, non nasce nel confronto con il M5S o il “riferimento progressista” Conte da parte di Bettini e suggerito al neo (allora) segretario Zingaretti bensì un po’ più indietro… ovvero a Pietro Ingrao, figura non certo sconosciuta a Goffredo Bettini. Ingrao contestava il centrosinistra del Novecento ma in maniera diversa e più “sociale” della dirigenza ufficiale Pci. Chiedeva uno sforzo creativo di un nuovo fronte democratico che coinvolgesse, al di là delle mura dei partiti, componenti cattoliche e laiche oltre ai nuovi soggetti sociali emergenti nella società. Il “campo largo” era rivolto per l’appunto a tutto il campo sociale nuovo, e non solo a chi se ne faceva rappresentante nell’associazionismo, nei sindacati, delle organizzazioni sindacali o nei partiti. Ora a quanto di ciò, che pure magmaticamente esiste (e perfino il programma dell’Ulivo da oltre duecento pagine ne recava memoria nella procedura di formazione) anche oggi, in forme certamente diverse da quelle degli anni settanta e ottanta dello scorso secolo, si è rivolta l’attenzione dei partiti del centrosinistra? Possono bastare le “agorà” lanciate da Letta, pur sempre l’unico tentativo di questi anni? Oppure pensare che – contraddicendo proprio Ingrao in radice – basti parlare con i rappresentanti di movimenti così “mobili” come sono stati in questi anni “Italia dei Valori”, M 5 Stelle o anche le “Sardine”, senza andare alla radice di queste porzioni di popolo?

Il “campo largo” del centrosinistra – a differenza di quanto si dice in maniera politicista – lo ha notato in questi giorni Luca Ricolfi – in realtà sarebbe un campo almeno pari, numericamente, a quello delle destre nel nostro Paese; ma chi ci parla veramente? Chi parla coi lavoratori stagionali, gli autonomi partita iva, gli studenti di una scuola e università collassate sotto le false promesse in tempo di pandemia, dei settori che non sono mai ripartiti nella cultura e gli eventi, con le famiglie della classe media che vedono prospettive per i figli peggiori di quelle di loro, adolescenti, ai tempi del miracolo italiano o dei babyboomer? In questi anni, e purtroppo anche in questi mesi di governo Draghi, si è continuato a pensare che “fare campo largo” significhi parlare coi leader sindacali o col presunto leader di M5S o con altrettanti presunti leader di forze politiche presenti in parlamento, ma non nel Paese. Così facendo ci si è esposti alle loro danze social e politiche e non si è sfruttata l’occasione di rigenerazione possibile, in tempo di Draghi al governo. Una lezione amara, che fa “pendant” con l’eterna incapacità delle destre italiane a emanciparsi e divenire una moderna forza conservatrice degna di stare in Europa. Avversari come nel PPE certo, ma integrati (anche a dispetto dei loro “apocalittici” come Orbàn).

Tutto questo Draghi, che non è solo un tecnico in cerca di piuma politica sul cappello, lo sa e l’ha capito vivendolo. E non è escluso che abbia deciso in cuor suo di non volerne più sapere, deluso più da queste incapacità dei partiti che dagli ultimatum fittizi e suicidari di Conte.

Mercoledì lo presumeremo da ciò che accadrà. Chissà se mai Draghi ce lo rivelerà fino in fondo, in un suo improbabile, futuro “Memoir”.

Quel che la crisi chiarisce definitivamente ultima modifica: 2022-07-17T00:04:11+02:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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