L’epica dell’ulivo in Giuseppe Cinà

GABRIELLA GALZIO
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Nel suo L’àrbulu nostru in lingua siciliana Giuseppe Cinà si muove entro le coordinate della tradizione alta della letteratura occidentale, per sposarla con la cultura popolare, antropologica, della civiltà contadina. E forse le parti più toccanti sono proprio quelle che ci parlano de “l’ago e il filo della natura sempre innamorata” che lega il frutto al fiore. Qui si consuma per intero la parabola dell’ulivo, dalla sua dimensione sacrale delle origini mitiche ai “toni sempre più laici, fino ai giorni nostri” e all’esaurirsi del rapporto che lega l’uomo all’ulivo nel mondo globalizzato che lo ha ridotto sempre più a predabile risorsa.

L’ulivo è un impeto che si perde – scrive Cinà – con l’avvento della modernità; vorremmo preservarne le orme, solo che sapessimo connetterlo agli archetipi della nostra vita interiore (NdA).

E dunque per attualizzarlo e offrire una prospettiva futura. Nel suo precedente, La macchia e u jardino, l’ulivo era già presente nella poetica dell’autore, e qui trova il suo naturale e articolato sviluppo; e come scrive nella prefazione Velio Abati,

Cinà ha scoperto che lu jardinu e ancor più la cura dell’alivu fanno tutt’uno con la materia viva del dialetto.

Vincent van Gogh, Ulivi, Saint Rémy, Museum of Modern Art, NY

Il dialetto è dunque il grande tramite verso le radici di questa millenaria civiltà contadina di cui rinveniamo le prime tracce già nel neolitico in Anatolia. E Cinà ce la mostra come nella cronaca di un ‘presente atavico’, poiché, per quanto possa sembrare un ossimoro, il presente è quello che continua ad accadere oggi, forte di ciò che è sempre accaduto in un passato remoto. E se, nel tempo, abbiamo questa compresenza di passato e presente, nello spazio, abbiamo una dimensione locale, concretamente nostra, ma aperta allo sconfinamento; così ricorderete ne La macchia e u jardinu un altro ossimoro, “l’infinito nostrano”, che ritroviamo anche qui come “Proserpina nostrale”, essendo una caratteristica della sua poesia quella di muoversi tra realtà concreta e metafora universale. La macchia e u jardino ha sin da subito messo a fuoco una delle antinomie portanti di questa poetica: il rapporto tra selvatico e coltivato.

Qui l’autore cerca di dare voce a entrambe le dimensioni, spesso restituendo al selvatico la dignità altrimenti negata, a volte valorizzando l’arte della civilizzazione (sull’esempio dell’innesto o della potatura), a volte riconoscendo al selvatico il suo momento di trionfo (come nel caso dell’ogliastro), ma in ogni caso cercando una composizione delle antinomie, forse intuendo i limiti di un’opus contra naturam, sentendo che una civilizzazione, che abbia reciso le sue radici istintuali, è opera morta. E quella occidentale è moribonda. E forse, a partire da questo sradicamento, nel libro è avvertibile “un nostos che prende corpo sulle tracce dell’ulivo, albero e principio fondativo come pochi altri della patria mediterranea”; e nostos è soprattutto “ricerca di sé nel tempo, nello spazio, nelle corde che ci legano alla società cui apparteniamo.”

Vincent van Gogh, Ulivi con cielo e sole gialli, Saint Remis, 1889, The Minneapolis Institute of Arts.

Sensibile all’architettura anche nel concepire un’opera, Cinà struttura il libro in quattro parti. Nella prima ci introduce alle origini mitiche dell’ulivo stabilendo le coordinate classiche – bibliche e omeriche – del suo orizzonte poetico. Nella seconda parte, facciamo ingresso nella Storia, forse la parte più narrativa del libro, con molti passaggi dialogati, e incursioni di teatralità, con personaggi tipici e quotidiani, come il carrettiere “in un orgasmo di cicale a messa cantata”, ciascuno portatore di una sua verità, come a comporre una coralità di fondo che dal passato dà voce al presente. La terza parte, è forse quella più prossima ai toni meditativi e lirici, nella dimensione solitaria della voce poetante a contatto con il paesaggio aspro e selvatico, in linea di continuità con il libro precedente nella parte dedicata alla macchia mediterranea.

Come in “Olivo d’agosto”:

Abbacinato sotto la forca di mezzogiorno/ riparo pensoso all’ombra/ del tuo abbraccio verde argento/ con negli occhi le mie domande. // La tua lezione è un canto/ che muto stilla come bianca manna./ Sono di nuovo in cammino/ e tu m’accompagni.


E infine una quarta parte in cui la poesia si fa denuncia della partita truccata della modernità, con la sua prostituzione di valori, che spaccia per biologico ed ecologico quello che è solo merce, lasciando ignorata la vita vera della campagna e la sua poesia, falcidiate da una tecnologia predatrice, dove “i rami/ cadono nel cielo che precipita/ come un sipario a fine tragedia.” E – ciò che è ancor peggio – nella più totale indifferenza o “comune dimenticanza”. Solo rimane una lirica delle campagne: “intorno mormorava un lamento/ di ombre campestri che non si davano pace.” La pandemia che viene dalla Cina sta all’uomo, come la xilella che viene dall’Africa sta all’ulivo – e noi non siamo più importanti dell’ulivo – ci accorgeremo prima o poi che la globalizzazione di una specie sta distruggendo l’intero ecosistema? In un accorato richiamo la poesia sposa il “noi” della solidarietà: “Siamo ancora vivi/ diamoci aiuto!”

Nata senz’altro con un’attitudine epica, è una storia vista con gli occhi dell’ulivo che si vede sradicato come l’africano migrato, ed esibiti entrambi come cimeli “all’entrata di fiere e grandi alberghi /_…_/ della beffarda favola in cui siamo/ tutti e due prigionieri”. Intre lunghe lasse di energica apostrofe – nota Velio Abati – introdotte – aggiungo io – per anafora da un “Voialtri” che rasenta l’invettiva, Cinà cerca infine di risvegliare gli urbanizzati del biologico a non vedere “solo una metà del mondo”, rimanendo all’oscuro di quella che è la vita vera della campagna e la sua naturale magia.

Vincent van Gogh, Coppia passeggia tra gli ulivi in un paesaggio montuoso con la mezzaluna, 1890, Museu de Arte de Sao Paulo

È un libro percorso da una sobria vena sapienziale, fatta di chiose e proverbi, che inclina talvolta all’insegnamento come in quest’inno alla natura prodiga e invito alla temperanza: “Quando raccogli le olive/non spogliare gli alberi del tutto/ prendi solo il giusto.” Ha radici remote l’albero nostro, che pure echeggia il “Padre nostro”; alle sue spalle ancora risuona la festa di più antiche Nozze Sacre tra l’umano e il divino:

Ma resti sempre pronto alla festa/ quando al sacro raccolto / le auguriose reti svelti apprestiamo/ e al nostro antico matrimonio/ porti in dono i tuoi allegri festoni.

La festa è comunitaria e sfiora la manìa telestica, narra i suoi miti, e tocca momenti lirici – al pari di questo libro, teso, come il precedente, tra cuntu e cantu. Ed è forse a questa festa che tutti ci invita a tornare.

L’àrbulu nostru
di Giuseppe Cinà
La vita felice, 2022
Euro 14,00

Immagine di copertina: Vincent van Gogh, Uliveto, Van Gogh Museum, Vincent van Gogh Foundation, Amsterdam

L’epica dell’ulivo in Giuseppe Cinà ultima modifica: 2022-07-18T22:06:21+02:00 da GABRIELLA GALZIO

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