Ma l’agenda Draghi non è una linea politica ed elettorale

ADRIANA VIGNERI
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Il governo Draghi è nato come governo tecnico “senza formula politica”, come chiarì il presidente Mattarella nel conferirgli l’incarico. Un governo necessariamente a termine, una volta completati i compiti assegnati. 

Conclusasi una fase, con la rielezione di Mattarella a presidente della Repubblica, si poteva pensare che anche i compiti di Draghi presidente del Consiglio si fossero conclusi con l’instradamento su basi sicure sia del governo della pandemia, sia del contenuto del PNRR. Non è stato cosí. Draghi ha continuato la sua attività in un coro generale che sottolineava l’indispensabilità della sua presenza al governo (e proprio per questo era stato buono e giusto che non fosse stato prescelto per la presidenza della Repubblica). Il sopravvenire dell’aggressione russa all’Ucraina ha tolto di mezzo qualsiasi idea di nuove elezioni e nuovi governi.

Ne è derivato che Draghi dopo la scrittura del PNRR si è intestato – e non poteva fare diversamente – anche la realizzazione delle riforme collegate ai finanziamenti europei, la riforma della concorrenza, del fisco, del catasto, delle concessioni balneari. A questo punto è emersa e si è fatta irrefrenabile “la logica della rappresentanza politica democratica”. I cui interessi erano chiaramente conflittuali. Draghi nel discorso pronunciato al Senato ha messo spietatamente in luce tutti i conflitti emersi.

Le riforme del Consiglio superiore della magistratura, del catasto, delle concessioni balneari hanno mostrato un progressivo sfarinamento della maggioranza sull’agenda di modernizzazione del Paese. In politica estera abbiamo assistito al tentativo di fiaccare la nostra opposizione al disegno del presidente Putin. Le richieste di ulteriore indebitamento si sono fatte più forti proprio quando maggiore era il bisogno di attenzione alla sostenibilità del debito.

È finita come era inevitabile e “democraticamente corretto” che finisse. Ma che quadro ne esce del nostro Paese e delle nostre forze politiche? Un paese conservatore del proprio passato e del proprio impianto corporativo, determinato ad essere irresponsabile, costi quel che deve costare. È esattamente l’assunzione di responsabilità che è mancata. Un’assunzione di responsabilità che certo non ci si poteva aspettare dal Movimento, privo di una guida politica e teso soltanto a recuperare un po’ della purezza delle origini. Ma una responsabilità che sarebbe potuta venire dalla Lega e da Forza Italia. Che invece hanno visto l’opportunità di una situazione elettorale considerata favorevole per una vittoria del Centrodestra (quale Centro destra senza più il centro?), cui presentarsi con le mani pulite, e vuote.

Ma in questo disastro ci sono anche elementi positivi. Se il Pd si conferma l’unico partito solido e determinato nella linea adottata, negli altri partiti si sono rivelate rotture significative, in FI, nella Lega, per non parlate del M5S in pezzi. Lo sapevamo, ma ora è evidente. In questo contesto, se è un danno votare con l’attuale sistema elettorale che costringe ad alleanze innaturali (sarebbe servito a questo punto un proporzionale), è certo un vantaggio votare il 25 settembre: non ci sarà il tempo di dimenticare. 

Ora contano le agende elettorali. Se Di Maio, appena nato come leader di partito, può proclamare che il suo programma è l’agenda Draghi, lo stesso non può dire certo il Pd, che una sua linea politica ce l’ha, e la deve avere, per essere un vero partito politico e per la sua storia. Tanto più che l’agenda Draghi, in gran parte necessitata, non può certo essere spacciata per una linea politica. 

Al presidente Draghi chiediamo scusa, per la pochezza e l’irresponsabilità di chi siede in Parlamento.

Ma l’agenda Draghi non è una linea politica ed elettorale ultima modifica: 2022-07-23T13:28:41+02:00 da ADRIANA VIGNERI

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