I libri e il Cile di Lola Larra

Con la scrittrice cilena autrice di “Sprinters” (sul caso di Colonia Dignidad) e “A Sud dell’Alameda” (ambientato durante la Rivoluzione dei pinguini del 2006) parliamo delle sue opere, del suo lavoro, e del ruolo fondamentale degli studenti nei cambiamenti politici e sociali recenti del paese sudamericano.
MARCO MILINI
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Ci sono storie che ci perseguitano. Molto prima di averle scritte e persino dopo averle pubblicate. Con questo libro è andata così. Non che sia una cosa strana: è nella natura di Colonia Dignidad intrappolare coloro che vi si avvicinano. Perché Colonia Dignidad è un caso aperto che si rifiuta di essere chiuso, un groviglio che compare e ricompare, di continuo.*

*Dalla nota all’edizione italiana di Sprinters

La prima volta che ho sentito parlare di Colonia Dignidad mi trovavo per le strade della campagna sivigliana e accompagnavo Lola Larra a un incontro con degli studenti che avevano letto il suo libro A sud dell’Alameda. Per quelle lunghe strade assolate, mi raccontò di questa colonia fondata in Cile nel 1961 dal predicatore pedofilo, ex membro della gioventù hitleriana, Paul Schäfer. Un luogo distopico, Colonia Dignidad, in cui i coloni venuti dalla Germania vivevano nel lavoro quasi forzato e nell’obbedienza assoluta al capo, isolati dal mondo, mentre i gerarchi si arricchivano e costruivano un impero economico, intessendo stretti legami con la dittatura di Pinochet.

Sprinters, dal nome con cui erano chiamati i giovani che facevano parte della corte personale di Schäfer, è appunto un racconto – o uno dei possibili racconti – di cos’è stata Colonia Dignidad. È il secondo libro di Lola Larra pubblicato in Italia da Edicola Ediciones, una “garibaldina” – come si autodefinisce – casa editrice che ha la missione di fare conoscere autori cileni in Italia, e autori italiani in Cile. Sempre per Edicola è uscito in Italia A sud dell’Alameda con cui Lola Larra ha vinto nel 2019 il prestigioso Premio Andersen attribuito ai migliori libri per ragazzi.

Lola Larra. Foto ©Lisbeth Salas

Sprinters è un libro che affronta un argomento molto delicato e inquietante. Già solo per questo varrebbe la pena leggerlo. Inoltre, è un libro molto interessante per come è costruito, con vari livelli e strumenti narrativi: c’è una parte che è il vero e proprio romanzo con più di una voce narrante, ci sono alcune parti composte dallo storyboard di una sceneggiatura, ci sono poi i documenti, le testimonianze di coloni ed ex coloni… È insomma un libro complesso, che ha avuto, come racconti anche nella nota all’edizione italiana, una lunga gestazione.
Già. Io sono una scrittrice lentissima, ma con Sprinters ho battuto i record… Ho iniziato le ricerche a fine anni Novanta. Vivevo in Spagna e quando venivo in Cile a trovare i miei genitori ne approfittavo per fare ricerca e intervistare le persone. È stato un cantiere aperto per molto tempo, e non sapevo davvero cosa ne avrei fatto. A un certo punto un produttore – la cosa si trova romanzata nel libro – voleva comprarmi la sceneggiatura. Più tardi, un editore mi ha proposto di fare un reportage giornalistico. Insomma, non era chiaro cosa ne sarebbe uscito, ma intanto continuavo a fare ricerche.

Una lunga ricerca che ha anche condizionato la tua vita…
Alla fine è stato il motivo per cui mi sono trasferita dalla Spagna in Cile. A un certo punto quei brevi soggiorni non mi bastavano più, volevo stare qualche mese, tornare a Colonia Dignidad dove non ero potuta entrare. Presi un’aspettativa di sei mesi e venni a Santiago, pensando che avrei finalmente chiuso la ricerca. Alla fine non furono solo sei mesi: sono rimasta in Cile, ma all’inizio pensavo fosse una cosa temporanea. E in quei mesi mi dedicai solo alla ricerca, che è come una stagione ideale per uno scrittore. Conobbi due ex coloni, Franz Baar e Ingrid Szurgelies, con i quali ho condiviso molto e avuto molti scambi. E soprattutto conobbi Hernán Fernández, l’avvocato di molte delle vittime di Colonia Dignidad: fu molto aperto con me, mi diede accesso a tutti i fascicoli a cui potevo accedere, mi ha portata a molti processi. Grazie a lui ho toccato con mano la complessità legale di questo caso, anche se sarebbe meglio dire casi, perché Colonia Dignidad sono molti casi penali…

Molti ancora aperti, giusto?
I processi non sono finiti, le vittime non sono state risarcite, Colonia Dignidad continua a esistere ed è protetta, lasciamelo dire, dalle cose più sporche di questo paese… Per quanto mi riguarda, però, nel 2007 decisi che bastava, non potevo continuare all’infinito e considerai la mia ricerca conclusa. E a quel punto mi domandai cosa ne avrei fatto: una sceneggiatura, un libro di reportage, un romanzo? Alla fine, tutti quei tentativi che avevo fatto per avvicinarmi a Colonia Dignidad convergevano in un unico libro, con vari livelli narrativi, come ben dicevi tu.

Oltre alla ricerca, cos’è stato più difficile, importante per arrivare al libro com’è oggi?
Una cosa importante, quando scrivo, è trovare una voce con cui avvicinarmi alla storia e narrarla. Quando trovo questa voce, gli occhi attraverso i quali guarderò il mondo, allora c’è un libro. Perciò un momento importante è stato quando ho “incontrato” la voce di Lutgarda. [Lutgarda, personaggio inventato, è una delle protagoniste della storia, una donna che passa tutta la sua vita nella colonia e che permette al lettore di conoscere Colonia Dignidad dall’interno – ndr]. Contemporaneamente, è apparso il caso di Hartmut Münch [un bambino che faceva parte degli sprinters, morto in circostanze misteriose – ndr] che è diventato la spina dorsale del romanzo. Era un caso emblematico, che non è stato risolto: non si sa esattamente cosa sia successo, tutte le versioni sono diverse. In tutti i documenti legali a cui ho avuto accesso e nelle interviste che ho fatto nessuno concordava su chi l’avesse ucciso, come fosse morto, se fosse stato un incidente, o se invece ad esempio lo avesse ucciso durante una battuta di caccia Manuel Contreras, il capo della DINA, la polizia segreta di Pinochet, che frequentava molto Colonia Dignidad… Le contraddizioni inerenti al caso di Hartmut Münch mi fecero capire che non potevo raccontare Colonia Dignidad in maniera univoca ma dovevo affrontarla con diversi punti di vista e diversi livelli narrativi, ed è per questo che il libro è stato costruito così. Per rappresentare la contraddizione, la complessità del caso di Colonia Dignidad.

Oltre alla voce narrante di Lutgarda c’è anche quella di un’altra donna, una giornalista. Una specie di tuo “alter ego”?
Avevo iniziato a scrivere in prima persona come Lutgarda ma la sua voce era molto difficile da sostenere per tutta la storia, quindi ho inserito questo narratore che mi ha permesso di avere un legame tra la voce di Lutgarda e i lettori, e ha reso più accessibile Lutgarda, che è un personaggio molto complesso. Questo narratore sono io e non sono io, è un personaggio che condivide alcune caratteristiche della mia bibliografia. Ed è stato anche un modo, per me, di ricollegarmi con l’esilio.

Con l’esilio?
La mia famiglia lasciò il Cile nel 1973 quando ci fu il colpo di stato. Io non sono cresciuta in Cile e non ci avevo mai vissuto continuativamente fino a quando sono tornata nel 2006. Nel 1973 ero molto piccola, ricordo poco, non ho il trauma dell’esilio come possono averlo i miei genitori, però ogni esilio gioca sempre dei brutti scherzi…

In che senso?
Nel senso che pensi sempre: cosa sarebbe successo se fossi rimasta? Alla fine la mia domanda da scrittrice, che mi sono fatta in A sud dell’Alameda e in Sprinters, è: cosa mi sarebbe successo se fossi rimasta? Sarei stata complice, anche solo nel senso di indifferente, della tirannia e degli abusi nella dittatura di Pinochet? Nel caso di Colonia Dignidad avrei girato la testa dall’altra parte o invece avrei fatto qualcosa? Penso che questi due libri cerchino di rispondere a queste domande, alla vita che non ho vissuto qui perché eravamo esiliati, quella vita che avrebbe potuto essere ma non è stata a causa del colpo di stato. Come mi sarei comportata davanti a queste ingiustizie? Sì, penso sia questa la domanda che alla fine attraversa questi miei due libri.

Parliamo allora di A sud dell’Alameda, ambientato in una scuola superiore occupata durante le proteste studentesche del 2006, la cosiddetta Rivoluzione dei Pinguini. Ti eri già trasferita in Cile allora, giusto?
Sì, questo libro l’ho fatto arrivando. E anche in questo libro ci sono vari piani narrativi: tutta una parte, la storia – raccontata per immagini – del personaggio misterioso che guarda dalla finestra ciò che accade nella scuola, è quella di un persona che ha vissuto le proteste durante la dittatura. Quindi, in questo senso, è un regolamento di conti su cosa sarebbe successo alla mia vita se fossi stata in Cile negli anni Ottanta: sarei stata una studentessa che combatte e protesta contro le efferatezze della dittatura o invece, ad esempio, una ragazza snob che rimane tranquilla nella sua scuola privata? Che cosa sarebbe successo di me? La domanda non è esplicita nel libro, ma penso che in fondo sia la domanda più intima che mi sono fatta scrivendo A sud dell’Alameda. Per questo era importante, per me, mettere in relazione nel libro le proteste del 2006, in piena democrazia, con quelle degli anni Ottanta.

Le proteste studentesche sono un fattore di cambiamento importante in Cile?
Assolutamente. Le proteste studentesche in questi anni hanno segnato la storia del Cile: quelle del 2006, passando per quelle del 2011 degli studenti universitari, poi nel 2018 le proteste femministe dell’università contro gli abusi e quindi nel 2019, quando alcuni studenti delle scuole superiori hanno avviato la protesta sociale che ci ha portato alla situazione in cui siamo oggi, quando abbiamo un presidente che era un leader studentesco e una nuova costituzione che è in fase di scrittura. Il movimento studentesco mi sembra il grande trasformatore del Cile, di una società post-dittatoriale, molto ingiusta, ipercapitalista fino al saccheggio.

Che aria si respira oggi in Cile?
Penso che sia un momento storico del quale è bello essere testimoni. Certo, il dibattito è molto polarizzato, ma come lo è nel mondo intero. Ora il grande dilemma è se approvare o meno la bozza della costituzione appena terminata. La destra e l’estrema destra, ovviamente, la vogliono respingere, dicono che è orribile, parlano di espropri, della fine della proprietà privata, di limitazione delle libertà… tutte bugie, perché se leggi la costituzione non c’è niente di tutto ciò. Certo, non è stato un processo così puro ed eroico come si sarebbe voluto, è un processo molto complesso e sono stati fatti errori. Ma c’è molto interesse da parte della popolazione: le persone studiano la costituzione, la leggono, discutono se un articolo gli piace o no… è bello che ci sia una vicinanza dei cittadini a un processo così importante che non sta accadendo lontano, a porte chiuse, di cui non ci si accorge nemmeno, ma è appunto molto aperto, molto democratico. E molto interessante.

Una tua opinione su Gabriel Boric?
Mi sembra una brava persona con ottime intenzioni e che vuole davvero migliorare le cose, il che da solo non significa che sarà un ottimo presidente, ma è molto intelligente ed è anche un gran lettore, e una persona che legge, che parla di libri, si interessa di letteratura, merita tutta la mia ammirazione! Gli auguro buona fortuna e spero che il suo governo a riesca a fare le riforme che vuole.

Cambiando argomento, ma non del tutto: mi ha incuriosito il tipo di lavoro che fai quando porti Al sud dell’Alameda nelle scuole, il laboratorio di striscioni e slogan…
Quando con Vicente Reinamontes, che ha fatto le illustrazioni di A sud dell’Alameda, abbiamo iniziato ad andare nelle scuole per presentare il libro, ci rendemmo conto che può essere una cosa per gli studenti noiosa. Allora, per prima cosa, abbiamo realizzato una fanzine – che si può scaricare sul sito del libro – sui movimenti studenteschi, che appunto sono stati così importanti per la nostra società, per ottenere i diritti di cui godiamo oggi come cittadini. Per noi era importante che gli studenti sapessero da dove vengono, cosa hanno fatto come collettivo. Così, quando andiamo nelle scuole, andiamo già con quel materiale, la fanzine. E poi facciamo questo laboratorio di striscioni e slogan, in cui vogliamo anche rivendicare un certo carattere letterario e comunicativo degli striscioni e degli slogan delle manifestazioni. Questi ultimi, tra l’altro, concettualmente, sono simili ai meme che ci si scambia oggi sui social, e infatti quando vado oggi a qualche manifestazione vedo che la creatività in questi anni è cresciuta a dismisura! Perché tutti twittano, tutti creano meme, soprattutto i giovani. E di questo noi ne approfittiamo, quando andiamo nelle scuole e mostriamo ai ragazzi come sono stati gli striscioni nella storia, ad esempio nel maggio ’68, quali sono stati gli slogan più famosi, e come acquistano valore letterario ad esempio nel momento in cui alcuni fanno rima… E poi c’è una parte del laboratorio che ruota intorno a quello che vedono i ragazzi nel loro quotidiano, quali problemi hanno nelle loro comunità e che potrebbero essere riconducibili a uno slogan e a uno striscione.

Mi sembra molto interessante.
E lo è, davvero, anche come termometro degli interessi degli studenti. Ho tenuto questo laboratorio ovunque in Cile, da sud a nord, all’Isola di Pasqua, poi in Italia, Messico, Colombia, Filippine e i temi che preoccupano gli studenti si ripetono ovunque: l’ecologia e la crisi climatica, il bullismo nelle scuole, l’immigrazione, il femminismo… È un’esperienza molto interessante vedere la vicinanza che i giovani hanno ovunque.

Hai un rapporto speciale con l’Italia?
Oh, vorrei essere italiana! Ho degli ottimi amici italiani. La prima volta che ci sono stata avevo sedici anni, mia madre che è editrice mi aveva portata alla Fiera del libro di Bologna, e da allora ci torno sempre quando posso. L’Italia mi sembra il paese più bello, amo la lingua italiana e sono felice di avere pubblicato due libri in Italia, quando li leggo penso al lavoro eccellente dei traduttori, dei miei editori. Sono venuti due libri bellissimi.

Tra parentesi, anche tu hai una piccola casa editrice…
Sì, per questo mi piace lavorare con piccole case editrici. Mi piace lavorare fianco a fianco con l’editore in un processo che può portare a nuove idee, anche a cambiamenti del libro, che in ogni edizione può essere diverso. Nell’edizione italiana di Sprinters ad esempio è stata aggiunta una nota finale e sono state cambiate alcune cose nei capitoli perché il lavoro con il traduttore e gli editori continuava a darmi interessanti riscontri per migliorare il libro. Come dicevi, anche io ho una piccolissima casa editrice e mi piace molto l’artigianalità delle edizioni. Non ho niente contro le multinazionali del libro, ma penso che sia più bello lavorare così, almeno per me. Ogni edizione, in ogni paese, è un’esperienza a sé. Anche adesso, con il mio ultimo libro, La eterna juventud, uscito proprio in questi giorni in Cile e Argentina, ho scelto di pubblicare con Saposcat, una piccola ma bellissima casa editrice cilena. Vediamo come va!


In copertina una illustrazione di Vicente Reinamontes per A Sud dell’Alameda

I libri e il Cile di Lola Larra ultima modifica: 2022-07-24T20:23:10+02:00 da MARCO MILINI
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