Si allontanano i cavalli, arrivano i topi

nella poesia di Alberto Bertoni.
GABRIO VITALI
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Non è del tutto assurdo riconoscere un’identità profonda tra l’esperienza della poesia e quella ippica: un’esperienza di percezione amplificata del mondo e delle parole, dei ritmi e dei suoni necessarî per articolare un pensiero potenziato fino alla visione, da dividere davvero con qualcuno, perso in fondo a uno spazio e a un tempo che non potranno né dovranno mai più coincidere con quelli dell’autobiografia sommaria di chi parla.

Così Alberto Bertoni ha sempre spiegato l’intima relazione che intercorre fra le grandi passioni, per la poesia (da scrittore e da interprete) e per l’ippica (solo da scommettitore), che coltiva fin da ragazzino. Di questo mutuo rapporto la sua poesia ha beneficiato davvero (non saprei, se anche l’ippica) se essa ha saputo derivare, dalla consuetudine alla scommessa, la capacità di dare regola di scrittura e chiave musicale, cioè un ordine almeno provvisorio di parola e di senso, ai fattori più disparati e imprevedibili e  ai grovigli di intensificazione e di dispersione che nella materia della vita, come nell’ippica, intervengono di continuo a mutarne lettura possibile, direzione probabile ed esito prevedibile. Come dimostra l’ultima raccolta, L’isola dei topi, pubblicata lo scorso anno nella bianca Einaudi e della quale corre già una prima ristampa, il magistero poetico di Alberto Bertoni ha da tempo acquisito una forza consapevole e pacata e una padronanza di lingua che gli consentono oggi persino di lasciare le vaste superfici dell’esperienza, abitate dalle corse vitali dei cavalli – e sempre attraversate dal poeta con un caracollante aplomb sorvegliato e ironico, per quanto attentissimo alle improvvise bave d’ansia e d’inquietudine – per calarsi nei sottofondi aggrovigliati e oscuri, fisici e psichici, della realtà e della memoria, dove, minacciosa metafora del rimosso e del mistero, forse della morte, si annidano tantissimi i topi. 

Il libro era già chiuso e stampato in bozza prima dell’anno fatidico della pandemia (contiene, infatti, poesie scritte dal 2015 al 2019), ma è stato nei primi giorni del grande lock down che la chiave di lettura della raccolta si è imposta alla coscienza poetica dell’autore durante una passeggiata in corso Canalchiaro, una strada che nasconde, a Modena, un antico canale ora interrato e dove un’impresa edile, che aveva fatto dei lavori di ristrutturazione, improvvisamente ha picconato il pavimento di una cantina:

A quel punto, i malcapitati muratori sono stati travolti da un’ondata di topi che lì sotto avevano scavato la loro tana. Chilometri e chilometri di cunicoli, diramazioni, punti di ristoro e di sosta. Famiglia, anzi clan di famiglie: così, mentre avanzo, penso che se durante la mia traversata di deserto il capo-topo, lo stratega, il pater familias chiamasse le sue truppe a raccolta e istigasse il mondo topo all’attacco, non ci sarebbe storia.

E, sulla corsa dei topi, non ci sarebbe altresì scommessa che tenga. 

Alberto Bertoni

Le pagine di questo allucinante racconto costituiscono ora, col titolo Canalchiaro, l’ultima sezione de L’isola dei topi e riverberano dalla fine, con la loro luce grigia, l’intera partitura del libro, quasi prologo trasformato in apologo e perciò posticipato. Anche in questa raccolta, Alberto certo non smette di concepire la poesia come meticoloso catalogo dei casi della vita, sia dei piccoli episodi quotidiani che riguardano lui, quanto dei segnali della storia, piccola o grande, che investono tutti; un catalogo nel quale ogni casella conserva la memoria di un frammento, pur infinitesimo, dell’esperienza, che la parola ha emendato dal particolare e dal contingente e consegnato, nel verso, ad un senso più duraturo e, soprattutto, condivisibile e partecipabile dal lettore. Ma stavolta è come se le figure dei genitori, la moglie Adriana, i viaggi, le topografie del quotidiano, le letture, le riflessioni, la poesia stessa, gli incontri, gli amici e il loro ricordo, le vie di Modena, i cieli di Parigi o di Bologna… soggetti che tutti hanno dato e danno ancora materia e voce alla sua scrittura poetica, fossero come inficiati da una minaccia di buio, sospesi sulla soglia di un abisso, esposti all’assalto improvviso della dimenticanza e all’ininterrotta corrosione portata dai topi. 

E infatti, rileggendo il libro, ci si accorge ad esempio che insetti, gatti, cavalli, piccioni, corvi e ogni altro animale, abituale abitante delle pagine di Bertoni, spariscono pian piano per lasciare il campo alle apparizioni dei topi, che si fanno ossessive e ossessionanti nella (pen)ultima sezione del libro, intitolata celanamente Was War:

Non so perché in francese/ topo e sorriso quasi coincidono/ souris, sourire// Ci penso non appena fisso/ da uno squarcio l’abisso/ dei lavori in corso a Salonicco/ […] Lì i topi dormono/ padroni assoluti di quel mondo/ e presto anche del nostro/ dove ogni giorno si muovono/ e poi sorridono occupando/ ognuno il proprio posto/ […] Mi piace immaginarli/ nel vibrare sciolto/ di ogni muscolo del corpo/ circospetto ma pronto/ al più rapido scatto/…;

oppure, profeticamente:

Topo o piccione, non è chiaro// Non ha fisionomia/ appartenenza sicura/ la sagoma che s’infila scura/ sotto l’auto parcheggiata a caso/ […] Viene di lì il pericolo/ dal mondo che aspetta vaticinio/ quando sembra fuori luogo/ anche lo sporgersi del ramo sull’asfalto/ e il mostro è questo involucro vivo/ di slancio fuggito/ con passo furtivo/ nel sottosuolo.

Bansky

Nella scrittura poetica di Alberto Bertoni, in cui la diuturna lezione dell’amato Montale si è fusa fino a essere ormai indistinguibile dalla sua natura più autentica e originale, vengono così ad abitare pervasive e connotanti le due dimensioni dello sparire delle cose e del mondo nello smemorarsi di una mente invasa dall’Alzheimer e della fatica della parola poetica in una civiltà dell’umano dopo Auschwitz, riversate nei temi che hanno mobilitato la riflessione e il pensiero poetico dell’autore per più d’un decennio e che hanno prodotto i due libri matriciali della sua tipica postura di fronte alla vita e, per conseguenza, della sua tecnica della lingua, fattori che insieme costituiscono oggi il suo stile. Parlo di Ricordi di Alzheimer (Book editore, 2008, 2012 e 2016), la rapsodia di un controcanto, devastante e coraggioso, alla lenta discesa agli inferi del padre, in un annullamento progressivo della capacità di selezionare i ricordi e di dominarli dovuto al suo male: un libro a cui Alberto ha lavorato per circa un decennio, portandolo a ben tre diverse edizioni, aggiustando, riscrivendo e aggiungendo testi, e facendone così il fuoco sempre vivo nel quale forgiare ogni altro materiale della sua poesia. E parlo di Una questione finale. Poesia e pensiero da Auschwitz (Book editore, 2020), un’opera che Bertoni aveva redatto già ai tempi delle sue prime raccolte poetiche, ma che ha portato alle stampe proprio alla fine del lavoro sui Ricordi e precisamente quando, con il Covid-19, abbiamo tutti scoperto che la cifra oscura della capacità umana di autodistruzione, che era uscita dai cancelli di Auschwitz per penetrare i mille meandri della storia successiva, si è mostrata infezione capace d’intridere e minare anche le più immediate contingenze della nostra più assodata e concreta normalità di vita.

Da questo retroterra di esperienza poetica e di pensiero matriciale arrivano oggi i topi a invadere l’isola di Bertoni e a portarvi forte l’instabilità dei piani del mondo, la disgregazione progressiva dei ricordi, lo sparire dei volti e il silenziarsi delle voci, lo sfinirsi dei sentimenti e delle relazioni, l’incedere del buio e del vuoto fra le cose, la minaccia aggressiva di ciò che è ctonio e misterioso, l’inquietudine e lo spavento per ciò che emerge dall’abisso… Insomma, il grande rimosso della nostra vita quotidiana e, insieme, la cifra diffusa della nostra epoca storica, l’agguato oggi intensificato della morte e del nulla, nelle nostre esistenze personali e sull’intero pianeta, aspetta la grande sfida della poesia, che è sfida per la parola e sfida per la bellezza. Che è sfida che, con umiltà e consapevolezza, Alberto Bertoni ha voluto accettare.

In un’età anagrafica, che si riflette nello sguardo sul mondo, nella quale la progressione di abbandoni e compimenti connota l’incedere capillare e corrosivo della grande dimenticanza e sembra colpire innanzitutto la lingua, la capacità di parola, il modo per dire le cose e per farle esistere, ci si accorge che, come in Smemoranda,

Sono già molte le parole/ che non pronuncerò mai più// E anche se ci penso/ me ne ricordo poche/ che devo farmi in quattro per lanciare/ nei vuoti del ragionamento,/ le pause, i passaggi di senso// Tante parole le ho già disimparate,/ nei recessi dell’incuria abbandonate/ e passi per le lingue scientifiche/ o politiche o sportive/ ma anche le parole che nel tempo/ sono state le più semplici provviste per l’inverno// Madre/ Sarta/ Maestra/ Quaderno.

Ma, nel medesimo tempo, proprio in quell’età – e nella presenza all’epoca che ne deriva – si vive con maturità l’ossimoro cui obbliga la lingua della poesia, nella quale le cose non muoiono perché essa ne è tatuata e incistata, perché in essa le cose della vita e della storia mantengono la loro traccia, trattengono il loro senso umano, passibile di narrazione, di riproposizione e di rinnovamento, come il poeta dice proprio nella poesia Cose, contigua alla precedente:

Non è vero che vengono/ velocemente dimenticate// Che si sciolgono come neve al sole/ senza lasciare orme senza mai più/ essere sognate (o narrate)// Che sono puri fiocchi di fuliggine, / non portano da nessuna/ parte e vivono come tatuaggi/ di cicatrici lontane// Come fantasmi, come multipli di zero,/ come essenze del nulla, del non/ essere che saremo/ presto// Vili materie e tracce/ tutto sommato umane.

E allora, il dilagare della peste nullificante e sotterranea dei topi trova argine e resistenza nelle parole che ancora possono inseguire le sensazioni anche più semplici della vita, ma che tuttavia ne raccontano l’esperienza e la memoria e ne dicono la bellezza e l’emozione, come nei bellissimi versi di Nel vento:

Certe giornate cosí chiare/  non è difficile annusare/ nel vento l’Adriatico/ col suo fondo selvatico/ d’erba e fango mescolati alle alghe// Il Tirreno piú di rado/ giú dal Cimone incanalato/ per le valli lunghe e strette/ il cui profumo aspro/ porta il pino, le resine, il metallo/ assieme all’odore del cinghiale/ al rimbombo buio del suo passo/ passaggio implacabile di blu/ la riga in lontananza del mare/ fra scogli e viti magre,/ una foresta di canne/ e le orme di mandrie brade/ come dipinte sul crinale/ quando la luce piú morbida accoglie/ vene di notte incipiente, di viole// Io resto qui/ fermo al mio distributore/ a respirare salsedine/ in tutta una polvere di pioppi/ e di ombre campagnole,/ a scavare anche oggi le mie tane// Queste implacabili memorie.

Anche di fronte alla pestilenza dei topi, così, Alberto Bertoni mantiene, nel suo verso, la capacità e la voglia di non chiudere mai la partita col mondo e con sé stesso: evidentemente, conosce ormai il modo per evitare che lo scoramento attecchisca all’anima, l’avvilisca e l’umili, anche di fronte ai gesti e ai fatti più cupi, nella quotidianità e nella storia, della disperazione, della solitudine e della morte.

L’isola dei topi
di Alberto Bertoni,
Einaudi 2021
12 euro

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Si allontanano i cavalli, arrivano i topi ultima modifica: 2022-07-25T19:26:46+02:00 da GABRIO VITALI
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