L’oltre della fotografia. Le sue esposizioni

In “Sulla fotografia e oltre” Enrico Gusella riunisce circa 140 suoi articoli e recensioni su stampa usciti dagli anni Novanta del Novecento a oggi. nSi spazia da temi e generi quali il paesaggio, l’architettura e il reportage al corpo e ai ritratti, alle astrazioni ai rapporti tra fotografia e letteratura, tra fotografia e società fino a un capitolo su alcuni casi di collezionismo fotografico in Italia.
TIZIANA MIGLIORE
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Di pubblicazioni sulla fotografia come arte ne circolano parecchie, fra saggi, cataloghi, monografie e riviste, nazionali e internazionali. Che cosa c’è di nuovo in questo libro per la comprensione dell’arte fotografica?
Enrico Gusella, padovano, critico d’arte ed ex damsiano dell’Università di Bologna, riunisce in Sulla fotografia e oltre circa 140 suoi articoli e recensioni su stampa usciti dagli anni Novanta del Novecento a oggi. Non c’è un tema unico né un unico fotografo ma, come indicano le sette parti del volume, riccamente illustrato, si spazia da temi e generi quali il paesaggio, l’architettura e il reportage al corpo e ai ritratti, alle astrazioni ai rapporti tra fotografia e letteratura, tra fotografia e società fino a un capitolo su alcuni casi di collezionismo fotografico in Italia. Il tutto ai fini di una mappatura, “una geografia della narrazione fotografica e degli attori che la rappresentano” (p. V). La fotografia è un’arte e ha un valore referenziale, estetico, critico o ludico (Floch) perché scatena reazioni passionali, estesiche ed estetiche, di stupore, curiosità, paura, orrore…, ma sempre attraverso racconti che, in quanto linguaggio autonomo, sa creare. Non si tratta banalmente dello storytelling di moda, ma di una narratività nel senso della capacità che ha ogni arte di esprimere e veicolare trasformazioni di azioni e di passioni per valori che sono in gioco. Così gli scatti nitidissimi di Gabriele Basilico segnalano, tra durezze metalliche e macerie, il “mutare pelle” delle città con le fabbriche o nelle guerre (p. 29) mentre aprono gli occhi sull’incoscienza civile e sociale che lo determina. In Luccia Danesin dettagli, primi e primissimi piani di sculture funerarie al Camposanto di Padova svelano un’esperienza sociale e individuale comune, la forma di vita della soglia con la morte, il dolore e i modi di elaborazione del lutto alla scomparsa dei nostri cari, i ricordi materiali che li tramandano, l’inevitabile oblio. 

Torniamo però al quid della raccolta, che chiarisce meglio anche l’“oltre” del titolo. È che questo è un libro non sulla fotografia ma sulle mostre di fotografia. La mostra fotografica, cioè ogni selezione di foto tessute fra loro ed enunciate nello e dallo spazio espositivo, diventa un dispositivo per pensare e disputare sul mondo. Gusella non lo dice esplicitamente, la considerazione nasce spontanea sfogliando queste pagine: il libro valorizza la fotografia per il senso che assume negli spazi espositivi. La ragione da un lato è contingente. Conosciamo la fotografia e i suoi interpreti grazie alle mostre che vengono organizzate e che giornalisti e critici come Gusella raccontano. Dall’altro lato, però, questa costante e i modi di indagine di Gusella evidenziano il ruolo dell’esposizione nell’offrire spaccati coerenti di godimento e riflessione, nell’introdurci a momenti di studium e di punctum (Barthes), cioè di conoscenza delle cose e di cattura e tumulto sensibile. Così, nel pezzo che apre il volume, l’intervista del 1995 a Mimmo Jodice, l’“occhio di Napoli” si evince non da un singolo scatto ma dalla mostra Tempo interiore al Salone del Palazzo della Ragione di Padova, 1993, che è un viaggio nella dimensione metafisica dei luoghi della civiltà greco-romana del Mediterraneo. È il viaggio proposto attraverso il percorso fotografico a creare l’effetto di senso “occhio di Napoli”, lasciando che una sensazione del genere si formi nel visitatore. Da questo punto di vista l’evento riesce non solo per la qualità delle foto e l’expertise del fotografo, ma perché molti mediatori umani e non umani intervengono ad assemblare i singoli scatti in un insieme coerente e a disporlo alla fruizione. Senza tali intercessori né la poetica di Jodice né il suo immaginario su Napoli sarebbero oggi così presenti nell’opinione pubblica. Ricostruiamo questo filo conduttore principale del volume. 

Le riflessioni di Gusella prendono corpo appunto, nella maggior parte dei casi, all’interno di rassegne fotografiche italiane. Franco Fontana, Full color a Venezia, Palazzo Franchetti, Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, una retrospettiva con 130 scatti, 2014, curata da Denis Curti e prodotta da Civita Tre Venezie. Qual è il target della mostra? Non solo gli specialisti, beninteso, che hanno anche altre vie per frequentare questo interprete, ma il grande pubblico, che può fruire di “Un(a) Fontana di colore!” (è il titolo del pezzo di Gusella), gustare la poeticità di una fotografia pittorica, scoprire come la fotografia sa trasformare la realtà in pittura. Thomas Struth: Nature and Politics al MAST di Bologna 2019. Qui Gusella documenta la sapiente operazione di ritaglio e cernita, condotta da Urs Stahel, dell’ampia produzione del maestro tedesco. Si propongono le opere dedicate alla ricerca scientifica e alla sperimentazione, in cui risaltano le ibridazioni fra tecnologia e umanità. Tre pagine del libro sono sulla retrospettiva veneziana di uno dei più sorprendenti fotografi del Novecento, Jacques Henri Lartigue, L’invenzione della felicità, alla Casa dei Tre Oci, Venezia, 2021, curata dal direttore artistico Denis Curti con Marion Perceval e Charles-Antoine Revol. Il pezzo comincia con una citazione dello stesso Lartigue: “C’è dentro di me uno spettatore che guarda, senza preoccuparsi di nessuna contingenza, senza sapere se tutto quanto succede è serio, triste, importante, divertente o noioso. Una specie di abitante di una stella venuto sulla terra unicamente per godersi lo spettacolo”. Un ammiccamento al visitatore della mostra a fare altrettanto rispetto a un fotografo che restituisce istanti della joie de vivre francese al tempo della Belle Époque.

Vivian Meier, La fotografa ritrovata a Bologna, Palazzo Pallavicini, 2015, Letizia Battaglia. La fotografia come scelta di vita ai Tre Oci, 2019, Nan Goldin. Il giardino del diavolo al Castello di Rivoli, 2002, Cindy Sherman. That’s me, that’s not me al Museo Kunst Merano Arte, 2013, Shrin Neshat. The Home of my Eyes al Museo Correr, 2017, rivendicano, ciascuna a suo modo, la differenza che fa uno sguardo femminile sulle cose, sulla corporeità per esempio, osservata e colta dall’esterno o reinterpretata dall’interno, attraverso trasformazioni del sembiante. Gli articoli scritti in occasione delle mostre su Patti Smith, su Joseph Beuys, su Tarkovskij, Warhol, Kubrick, Wenders e Christian Dior testimoniano il potere della fotografia nel tradurre le ricerche del senso in musica, nelle arti performative, nel cinema, in pittura e nella moda.

   A livello metariflessivo si capisce come le esposizioni abbiano funzionato e funzionino come un sistema non solo educativo, pedagogico su quest’arte, ma che forma all’apprezzamento del linguaggio della fotografia e a giudizi di gusto. In Sulla fotografia e oltre, che è allora un archivio prezioso delle mostre fotografiche in Italia, vale la pena menzionare anche la mostra Foto da galera di Davide Ferrario a Cinisello Balsamo, 2006, con scatti dal carcere di San Vittore di disegni, scritti, collage, tatuaggi, foto nella foto che ci sensibilizzano alle condizioni degli “invisibili”, e il Ghetto di Venezia 500 anni dopo di Ferdinando Scianna sempre alla Casa dei tre Oci, 2016. Sia per non scordare, sia per vedere come le tradizioni e la cultura ebraica si mischiano con l’identità della Serenissima.

La bella sezione Astrazioni, con le rassegne Man Ray. Magie, al Museo Kunst Merano Arte, 2005, William Klein. Il mondo a modo suo, Palazzo della Ragione di Milano, 2016, Franco Vaccari. Una collezione, 1966-2010, Milano, Studio Marconi, 2016, e  Fotofanie. Italo Zannier, Milano, Casa Museo Boschi di Stefano, 2018, indica che per essere dilettanti di fotografia, cioè per dedicarsi a quest’arte con passione senza farne un mestiere pedante, bisogna lasciarsi ispirare da chi ha talmente ben appreso la tecnica da introiettarla e renderla poesia.

L’oltre della fotografia. Le sue esposizioni ultima modifica: 2022-08-01T16:16:46+02:00 da TIZIANA MIGLIORE

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