Tra beni comuni e rigenerazione urbana: come la politica può farsi placemaker

GIUSEPPE SACCÀ ENRICO VIANELLO
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1. Introduzione: il caso studio della High Line 

Verso il finire degli anni Novanta ppariva come un rudere, una vecchia struttura in disuso invasa dalla vegetazione selvatica e la demolizione sembrava il suo unico destino possibile. Eppure, di quel paesaggio in abbandono qualcuno volle provare a prendersene cura per trasformarlo in un bene accessibile alla comunità. Stiamo parlando della High Line, la linea ferroviaria sopraelevata, inaugurata negli anni Trenta come West Side Elevated Line di Manhattan, e rimasta attiva fino alla sua dismissione avvenuta all’inizio degli anni Ottanta. Questo stato di abbandono si è protratto fino alla fine degli anni Novanta, quando, su iniziativa dell’associazione Friends of the High Line (Home | The High Line) viene lanciato un concorso d’idee per trasformare la vecchia linea ferroviaria sopraelevata in un parco lineare. Tra il 2004 e il 2006, il Consiglio comunale, con il sostegno del sindaco Bloomberg, approva il rezoning dell’area, destinandola ad uso di parco pubblico, dando così il via alla realizzazione del progetto a firma di Diller Scofidio + Renfro (assieme al planting designer Piet Oudolf). Dall’apertura del 2009, la High Line oggi è un parco pubblico lineare lungo 1,45 miglia in cui vivono oltre cinquecento specie vegetali, gestito, secondo la definizione dei beni comuni, attraverso un patto di sussidiarietà tra la pubblica amministrazione e l’associazione Friends of the High Line, a cui spetta l’onere della gestione e manutenzione.

Questo caso studio, così lontano geograficamente da noi, può esserci utile per capire alcune cose della nostra realtà veneziana? Forse sì, se guardiamo da questa prospettiva alcuni casi di trasformazioni urbane che hanno interessato, o che interessano tuttora, il territorio comunale. 

2. Come la politica può farsi placemaker 

Secondo Elena Granata, nella recente e fortunata pubblicazione Placemaker, gli inventori dei luoghi che abiteremo, molti dei processi di rigenerazione a cui guardiamo come esempi di buone pratiche nascono dalla visione di quelli che lei definisce placemaker, ovvero

una figura nuova e insieme antichissima che muove nel mondo restituendo senso e vita a luoghi che l’hanno persa. Rigenera, reinventa, riconnette spazi. Capisce la città guardandola dal basso, unisce immaginazione e capacità di impresa.“ Il placemaker si muove quindi sul terreno di quell’urbanistica tattica che “nasce dalla condivisione di scelte, metodi, ideazione e finanche esecuzione dei lavori con i residenti. Vuole colmare la distanza tra amministrazione e cittadino, favorendo quella fase zero di sperimentazione temporanea e reversibile che si può facilmente attivare in tempi contenuti per dimostrare a tutti (politici e cittadini) che il cambiamento è una possibilità reale. Possibilità che dipende più dall’iniziativa e dalla creatività di chi si adopera che da un grane investimento di denaro pubblico.

È un approccio che presuppone quindi

la capacità di mettersi in gioco delle comunità locali, la disponibilità a collaborare delle amministrazioni, un ruolo tecnico che consta soprattutto dell’ascolto e dell’attivazione di creatività diffusa.

La rigenerazione urbana, a fronte di una crescente complessità territoriale e sociale delle nostre città, richiede quindi sempre di più la capacità di tenere assieme interessi, spesso divergenti, dei diversi attori in gioco (pubblica amministrazione, privati, portatori di interesse economico, cittadini). Questa capacità spetta propriamente alla politica, quindi, pensando anche alla realtà veneziana, proviamo a chiederci se la politica può farsi placemaker essa stessa. Come? Costruendo proposte e progetti su beni pubblici/beni comuni, stimolando la partecipazione e il coinvolgimento della cittadinanza, dimostrandosi capace di giocare d’anticipo sulle future potenziali trasformazioni urbane e avere un ruolo attivo in questi processi. Un coinvolgimento  basato su un’idea strategica della città condita da un percorso di conoscenza e crescita condivisa.

In maniera molto concreta, il placemaker – che spesso si concretizza in un team di lavoro a cavallo tra pubblico e privato – è anche di grande aiuto per l’amministrazione stessa perché i diversi uffici pubblici, anche quelli interni alle stesse amministrazioni e ancor di più tra amministrazioni differenti, incontrano difficoltà a condividere le diverse problematiche che si possono incrociare in un percorso rigenerativo: problemi di ordine urbanistico, ambientale, viabilistico e ovviamente economico.

3. Casi veneziani

Negli ultimi quindici anni, sono molti i casi emblematici di processi di trasformazione e rigenerazione urbana, da cui possiamo, oggi, distinguere più chiaramente cosa ha funzionato e cosa no. 

In alcuni casi il fattore negativo va individuato nel mancato coinvolgimento della comunità nei processi decisionali da parte della pubblica amministrazione, in altri invece l’incapacità di fare sintesi da parte di associazioni o gruppi di cittadinanza attiva, animati spesso da ottime intenzioni ma incapaci di concretizzare progetti e proposte. Spesso assistiamo alla nascita di proposte (o comitati, associazioni, etc..) ex-post, quando cioè il problema si è già manifestato e il bene o l’immobile di turno è già stato venduto, ceduto, etc. Le dinamiche che nascono e seguono questo tipo di processi, portano quindi spesso alla contrapposizione tra interessi divergenti con il risultato di scontentare tutti gli attori in gioco (il pubblico, il privato e la comunità).

Non mancano però esempi virtuosi, casi di placemaking capaci di indicare quali possono essere le strade da percorrere per la buona riuscita di processi di rigenerazione. Abbiamo provato a raccogliere quindi alcune esperienze, che attraverso modalità completamente differenti tra loro, hanno provato a restituire parti di città alla comunità reinterpretandone usi e funzioni. 

Poveglia

Poveglia

L’isola di Poveglia, composta dalla struttura difensiva dell’ottagono, dalla parte edificata con la chiesa e il campanile e da una terza parte verde, per alcuni secoli rimase utilizzata come luogo di quarantena marittima, fino alla seconda metà del Novecento con la cessione al Demanio e la seguente fase di abbandono. Quando nel 2014 il Demanio la mette all’asta per una concessione per 99 anni con base d’asta zero, un gruppo di residenti lancia l’iniziativa Poveglia per Tutti, con l’obiettivo di raccogliere dei fondi per poter partecipare all’asta. L’iniziativa ha un effetto talmente forte che, questo esperimento di crowdfunding dal basso, nato quasi per gioco in un bar della Giudecca, arriva a raccogliere in pochi mesi oltre 470 mila euro. L’asta però se l’aggiudica Luigi Brugnaro, di lì a poco futuro sindaco, con un’offerta che supera di poco decine di migliaia di euro la cifra raccolta dall’associazione Poveglia per Tutti. Dopo una situazione di stallo e il successivo annullamento dell’asta da parte del Demanio, il tentativo di ottenere una concessione breve, necessaria per avviare i primi lavori e rendere quantomeno più accessibile l’isola, non va in porto, e a oggi la situazione rimane ancora in attesa di sviluppi dal punto di vista burocratico/legale. La storia di Poveglia rimane un esempio di grande occasione persa, che deve farci riflettere sui modi e sugli strumenti che la politica deve promuovere per valorizzare questo tipo di processi rigenerativi che nascono da iniziative partecipate.

Le isole veneziane, molte della quali erano un tempo parte di un articolato arcipelago sanitario, sono oggi alla ricerca di una vocazione che non sia quella turistica. A oggi dell’arcipelago sanitario veneziano ben due sono già diventate grandi alberghi, e altre sembrano destinate alla stessa sorte. Trovare funzioni economicamente sostenibili  e dal forte impatto sociale è una di quelle azioni che può segnare un’idea differente di città e della laguna. E il fallimento di quanto sta accadendo a Poveglia ha molto da insegnarci. Da una parte un gruppo numeroso di cittadini riesce in una raccolta fondi importante capace di mobilitare reti ed interessi che vanno ben oltre i confini della città; dall’altra un imprenditore che invece di cogliere l’opportunità di dialogare con i cittadini con l’aiuto del Pubblico va dritto per la sua strada…

Certosa

Certosa

L’Isola della Certosa, originariamente sede di un monastero certosino, è stata negli ultimi due secoli destinata ad usi militari. Una volta dismessa la fabbrica di munizioni, la Pirotecnica della Certosa, rimane, utilizzato saltuariamente dai Lagunari fino alla fine degli anni Ottanta come poligono di tiro, dopodiché vive per alcuni anni una fase di completo abbandono. Fino a quando, tra la fine degli anni Novanta e inizio Duemila il Comune di Venezia approva il Piano di recupero dei 24 ettari dell’isola, dapprima avviando le opere di bonifica e insediando le prime attività cantieristiche. Ma il passaggio decisivo per il rilancio dell’isola avviene tra il 2007 e il 2009, con l’inizio dei lavori per il parco, la realizzazione della passerella di collegamento alla fermata del trasporto pubblico, e con l’individuazione di Vento di Venezia, una società nata nel 2003, all’interno di un accordo di partenariato pubblico privato, come soggetto attuatore della realizzazione del parco e responsabile della sua gestione. Grazie a questa formula, secondo la quale il privato garantisce il mantenimento dei beni pubblici e produce servizi in un quadro di equilibrio economico-finanziario, abbiamo ad oggi un bene rigenerato e restituito alla città come vero e proprio parco urbano. Nonostante il percorso virtuoso di rigenerazione dell’isola, per quanto non ancora  terminato,  sono emerse nel corso degli anni incomprensioni tra ente gestore e opinione pubblica dovute probabilmente ad un deficit comunicativo da un lato, e da una critica dai toni ideologici dall’altro. Proprio il continuo coinvolgimento dell’opinione pubblica nelle scelte che via via vengono fatte ed una efficace comunicazione sono due elementi da non sottovalutare nella riuscita di progetti di rigenerazione che prevedono tempi lunghi di realizzazione. L’esempio citato in premessa della High Line è anche in questo caso illuminante. 

Caserma Pepe

Caserma Pepe 

Come altre strutture difensive realizzate dalla Serenissima, anche la Caserma Pepe al Lido, dismesso l’utilizzo militare a fine anni Novanta non ha più ospitato funzioni capaci di garantire un’attività permanente. Questo però ha lasciato spazio ad alcune interessanti esperienze di temporary use. La più significativa è senz’altro l’Esperienza Pepe, progetto di riutilizzo temporaneo dell’area curato da Encore Heureux assieme a Biennale Urbana nell’ambito del Padiglione Francese per la Biennale di Architettura di Venezia del 2018. La Caserma è stata attrezzata con una serie di strutture e servizi temporanei, spazi ricreativi dotati di bar, cucina e il Cinema Pepe. Questo progetto, basato su un’idea aperta e in divenire del processo di trasformazione, ci dimostra che il potenziale dei luoghi va ricercato proprio nel loro essere incompiuti, perché in questo modo vengono ridefiniti e ridisegnati dalla varietà di usi collettivi che ne viene fatta. Anche in questo caso, ci sembra che quanto seminato dall’Esperienza Pepe, sia un’occasione da cogliere e sviluppare all’interno di un più ampio progetto di recupero. In questo caso l’amministrazione ha di fatto sposato l’idea di una società Fispmed (Federazione Internazionale per lo Sviluppo sostenibile e la lotta contro la Povertà nel Mediterraneo-Mar Nero) che fin da subito ha mostrato una progettualità debole, nei contenuti con un onnivoro Ecomuseo, molto vago nella sostanza, quanto nella sostenibilità economica. Una vicenda che così si è trascinata stancamente per anni fino ad arrivare a un giudizio durissimo del Demanio dello Stato che ha di fatto messo posto una pietra tombale su questo progetto. 

Scuola Ex Edison

Un progetto di rigenerazione urbana che porti con sé sicurezza in un’area complicata e opportunità per sviluppare capitale sociale, di cui siano protagonisti cittadini e associazioni in un percorso accompagnato da una squadra composta da giovani architetti competenti e pieni di entusiasmo guidati da un maestro del calibro di Renzo Piano? Un sogno? No. è quanto accaduto a Marghera con il  G124 Marghera (Marghera – Venezia – G124 (renzopianog124.com)).  

Un problema di sostenibilità economica penseranno in molti. Assolutamente no. Il progetto era correlato da un piano di teso a garantire la sostenibilità dell’intervento che si modulava in più anni e anche in base del finanziamento iniziale raccolto. Tutto restato lettera morta mentre oggi sono stata stanziati ben 2 milioni di euro (controllare bene la cifra) per interventi di riqualificazione energetica, interventi sicuramente importanti e utili che però sono destinati all’involucro senza immaginare le attività che potrebbero nascere nel luogo.

E così, invece di restituire alla Città un luogo con funzioni condivise, inserito in un progetto che rivitalizzava parti degradate della città, ci ritroviamo con l‘ennesimo edificio in parte abbandonato e importanti energie buttate al vento, un’occasione persa per l’incapacità degli amministratori di cogliere le opportunità che il territorio, intelligentemente stimolato, può offrire. 

Ex Umberto 

Il futuro dell’area dell’Ex Umberto I è ancora molto incerto. Cinque ettari nel centro di Mestre di cui 1,3 ettari destinati a verde pubblico che devono essere restituiti alla città e strada da fare ce n’è ancora parecchia per arrivare al dunque.

Al di là di annunci arrivati non a caso durante la campagna elettorale tutto è fermo e non si conoscono i progetti di recupero. 

Rimangono ancora diversi punti da acclarare sul progetto complessivo proposto dei proprietari dell’area, un mix di funzioni (ricettivo, commerciale, residenziale) di cui bisogna accertarsi della qualità del segno architettonico oltre che della coerenza complessiva del progetto. Il dialogo per ora avviene solo tra proprietari e Sindaco. L’amministrazione non ha dimostrato ad oggi la volontà di attivare un processo di partecipazione nella quale la comunità (cittadini, associazioni) attraverso momenti di confronto ed elaborazione, vengano coinvolti attivamente.

Intanto i cittadini si muovono mettendo in evidenza alcuni punti fermi dai quali partire come gli spazi verdi e alcuni edifici che si potrebbe riqualificare fin da subito come i padiglioni storici (Pozzan, De Zottis, Cecchini e casa delle suore, senza dimenticare l’ex CUP), che oramai versano nel degrado. Non a caso parte di essi è stato occupato da un gruppo di studenti per cercare di farli rivivere almeno per qualche giorno. Ennesimo caso in cui la politica non ha l’intenzione di farsi Placemaker, non sembra avere una idea strategica chiara né tantomeno la voglia di farsi promotrice di progetti innovativi del governo del territorio.

La lista degli immobili e delle aree potrebbe proseguire a lungo.  Ma il punto è sempre lo stesso: perché a Venezia e Mestre l’amministrazione non si allinea con le buone pratiche che vengono quotidianamente messe in campo con ottimi risultati in altre parti d’Italia.

4. Proposte

Se l’obiettivo è la capacità di ampliare la platea di cittadini coinvolti nei processi decisionali a livello locale, è possibile pensare a politiche di open governement per una maggiore accessibilità dei dati riguardanti l’azione pubblica.

Un esempio molto concreto, per facilitare interventi di rigenerazione urbana attraverso processi bottom up, è la predisposizione di un albo degli immobili, sia pubblici che privati, disponibili per interventi di riuso. L’albo, costantemente aggiornato, dovrebbe individuare tutti gli immobili che l’amministrazione comunale mette a disposizione per interventi di riuso e di rigenerazione urbana, sia tra quelli facenti parte del patrimonio comunale o di altri enti pubblici, sia gli immobili di privati che abbiano manifestato l’interesse a stipulare accordi in tal senso.

Oppure si possono promuovere politiche di collaborazione e coprogettazione, che prevedano un rapporto di sussidiarietà tra pubblico e privato che si traduce nella gestione condivisa di determinati beni pubblici/beni comuni. I beni urbani, pubblici o privati (piazze, giardini, scuole, biblioteche, ex fabbriche, aiuole, ecc..), diventano beni comuni quando esiste una comunità di abitanti che si attiva per prendersene cura, riconoscendo in questi un valore d’uso che è contestuale e negoziale.  Nonostante l’adozione da parte del Comune di Venezia, il Regolamento dei beni comuni, pensato come strumento per garantire dialogo e progettualità tra amministrazione e cittadinanza e per creare un nuovo senso civico nella gestione condivisa dei beni comuni, è rimasto ad oggi un contenitore vuoto che andrebbe invece promosso e attuato. 

5. Conclusioni

 Riprendendo le parole di Elena Granata

una comunità resiste al tempo solo se è capace di rigenerarsi, di convivere con le proprie differenze interne, di valorizzare le eccezioni. Resiste perché cambia, perché genera il nuovo. Raramente i sistemi si trasformano dall’interno: l’ispirazione (e l’innovazione) viene sempre da fuori, da qualcosa di inedito e inatteso, che prende origine dalle istanze più contemporanee della vita. I sistemi diventano fragili quando tende a prevalere una monocultura economica, quando le comunità si chiudono in sé stesse e perpetuano stili di vita e comportamenti ereditati. Solo dove antico e nuovo si combinano e si mescolano possono nascere inattese possibilità creative. Solo l’eccedenza di diversità e di varietà – in altre parole di biodiversità – consente a un sistema di essere generativo.

Spesso si dice che la dalle grandi crisi possono nascere grandi opportunità. Lo sostiene anche Elena Granada quando scrive “sono spesso le crisi a innescare i cambiamenti più profondi nelle città, la pandemie, le guerre” e seguono diversi esempi tratti dalla storia e dalla attualità trans-pandemica che stiamo vivendo. E Venezia? purtroppo non compare nel campionario delle buone pratiche e non certo per mancanza di conoscenza dell’autrice. Infatti, sono stati ridisegnati gli spazi pubblici cittadini? È stata forse ripensata la mobilità pubblica e privata? Sono stati avviati progetti in alcuni luoghi/edifici simbolo della città? La risposta a tutte queste domane è negativa. Rimane a Venezia insoluta, e neppure affrontata invero, una delle domande chiave che attraversano tutto il libro Come mettersi in ascolto delle varie culture che nelle città si esprimono? Come valorizzare quello che fino a poco tempo fa si sarebbe chiamato come Genius Loci?

Il sapere dei luoghi è una forma di intelligenza, ovvero una capacità di capire, di interpretare, di leggere, di produrre idee, di progettare in torno a grandi temi. Questi sono la relazione tra spazio e società, tra luoghi e vita delle persone, il tema dell’abitare, del muoversi sul territorio, la qualità della vita e delle relazioni sociali, la vita e la morte delle grandi città, l’ambiente e il paesaggio.  

Comunità e città, un binomio inscindibile sempre più fluttuante, dinamico, aperto. Per governare le città serve essere radicali e iconoclasti, avere la forza di muoversi in maniera “Indisciplinata”, mescolando approcci, creando reti, sinergie, mettendo assieme diverse competenze.

Tra beni comuni e rigenerazione urbana: come la politica può farsi placemaker ultima modifica: 2022-08-01T23:57:57+02:00 da GIUSEPPE SACCÀ ENRICO VIANELLO

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1 commento

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Tiziana Plebani 4 Agosto 2022 a 15:29

Molto interessante

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