#LaCorsaAlVoto. Fuori dai canapi!

ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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Più che ad altre cose questa partenza della campagna elettorale che ci porterà il 25 settembre a un nuovo parlamento sembra il lungo prodromo che precede la corsa del Palio di Siena. Non l’unico Palio d’Italia, lo sappiamo, ma quello che è divenuto metafora e cliché (assieme a tanti stereotipi che conosciamo bene) di passione e sregolatezza del nostro Paese. E poi di una politica un po’ colorata, fantasiosa e a volte perfino buffonesca, tragica ma non seria, che troppo spesso è evocata sui giornali stranieri parlando di noi. E che purtroppo è ritornata in auge nelle descrizioni dopo la crisi sul governo Draghi. Come tutti gli stereotipi ci prende e non ci prende, racconta permanenze italiane nei secoli e ovviamente tende a non far giustizia di chi è cambiato, di chi prova a fare altro, di chi la politica la prende seriamente. 

Però ci sta. Soprattutto se consideriamo che, a oltre due settimane piene dalla crisi che ha portato alla fine della legislatura, non solo i cittadini sotto l’ombrellone o per le valli italiche, che sarebbe pur comprensibile, ma molti parlamentari e vieppiù politici di cosiddetta prima fila stentano a fare i conti con il sistema elettorale. Che va detto, non è certo dei migliori (ma quando lo è mai? il sistema elettorale è “funzione” della politica… chiedere a de Gaulle e Mitterrand per capire) e che però esiste da una legislatura, e chi provoca una crisi, o ci s’imbatte, dovrebbe avere almeno ben chiaro. 

Il “rosatellum”, da Rosato Ettore, prima nel Pd ora in Italia Viva, che lo propose per primo, ha alcune questioni ben chiare con cui bisogna fare i conti al momento di fare liste, coalizioni e scegliere le candidature (poi ci sarebbe da avere un programma ma ne abbiamo parlato a lungo, è “tutto un altro paio di maniche”). 

Bene, con fatica, ma alcuni ci stanno arrivando a capire che tale sistema elettorale prevede una sola scheda con un solo voto. Che 147 deputati e 74 senatori sono eletti in collegio uninominale e che il voto che ricevono si riparte esclusivamente sulla coalizione che li presenta. Coalizione nazionale, senza possibilità di versioni “locali”. Ciò preclude a priori la desistenza. 

La cosiddetta “desistenza”, che per l’elettore si traduce nella possibilità di votare il partito che “piace” e il candidato all’uninominale, nel collegio, che “dispiace meno”, si poteva fare con le due schede del “Mattarellum”, non oggi. 

Questo riduce di molto le possibilità di farsi piacere o dispiacere un’alleanza elettorale. Può farci male e possiamo trovare la cosa scandalosa ma questo è a oggi il sistema elettorale in vigore. 

Sia chiaro, ognuno può avere i “distinguo” che ritiene, e io faccio a mia volta “outing”: non mi piace l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (che va controllato minuziosamente, non abolito, vedi querelle anche giudiziarie sulle fondazioni); non concordo con la diminuzione dei parlamentari (a fronte di meno di trecento milioni di euro di risparmio, in soldoni, di fatto un depotenziamento democratico di vaste aree del paese dal punto di vista territoriale e di molte aree di dissenso oltre che di rappresentanza di corpi intermedi e associazionismo, che una volta i partiti usavano certo come “specchietto delle allodole” ma anche per integrare la loro dirigenza e i loro programmi esangui); e sono convinto che, per quanto si cambino i regolamenti parlamentari (finora solo il Senato si è mosso ma non siamo ancora all’approvazione…), il rischio che una parte politica abbia i numeri, da sola, per decidere financo il cambio della Costituzione o l’elezione dei membri parlamentari di Corte costituzionale, parte del Csm e delle Agenzie nazionali, c’è tutto, facendo saltare il delicato equilibrio dei poteri della nostra repubblica parlamentare. 

Detto ciò, per quanto concerne la mia umilissima opinione, il sistema elettorale è qui, sotto gli occhi di tutti. E chi non avrà una coalizione ampia la partita nemmeno se la gioca, dovendo far di conto solo sulla quota proporzionale, sempre che superi il tre per cento dei voti validi espressi, soglia di sbarramento per il riparto dei voti nel proporzionale. 

Capite bene, dunque, che in questa situazione, fatta solo di pragmatismo, è stato molto più semplice trovarsi a destra e costruire almeno un marchingegno elettorale che metta assieme l’unica forza di opposizione a Draghi, Fratelli d’Italia, con la ex destra di governo di Lega e Forza Italia, e le parti minori, che vanno dal sempiterno Udc a mini partitini orbitanti nel raggio del centro di centrodestra. 

Più complicato il lavorìo al centrosinistra dove attorno al Pd si ha una galassia alla sua sinistra con il raggruppamento di Sinistra italiana con Fratoianni e Verdi di Bonelli; e formalmente al centro il partito di Calenda (con +Europa), Italia Viva di Renzi, il neo partito di Di Maio accordatosi con Bruno Tabacci (un pezzo di ex +Europa) oltre ad altri mini partiti e con l’incognita finale interessante, anche cronachisticamente, di Mastella e la sua formazione politica esplicitamente di ex dc di centro che in realtà non ha ancora indicato la sua direzione finale (centrosinistra da cui molti provengono o centrodestra, dove avrebbero forse un miglior corteggiamento da Forza Italia e Berlusconi?). 

Qui la questione è complicata da una domanda legittima al termine di un breve ragionamento: si vince con la migliore e più coesa coalizione possibile (notare il “possibile”) che però raggruppi il minimo indispensabile per vincere (se si vuole governare dopo)? Domanda: quale è il minimo indispensabile per vincere? Chi, aggiungendosi, fa perdere voti invece di guadagnarne? E chi, aggiungendo la sua sigla, porta in dote solo la sua sigla ma non i suoi elettori? 

Questa domanda è quella che, purtroppo per Enrico Letta, tempesta la sua mente più degli altri protagonisti che, cercando un posizionamento (soprattutto per la lista proporzionale) se ne preoccupano di meno e possono giocare sui media per esaltare le proprie posizioni di accoglienza o diniego (e anche per trattare un numero maggiore di candidati nei collegi elettorali uninominali). 

Il tutto è complicato dalle rilevazioni fatte dall’Istituto Cattaneo sulla base di una media ponderata dei sondaggi che ormai tutti conoscono: alle condizioni attuali al centrosinistra unito andrebbero con certezza circa sei-sette collegi tra Toscana ed Emilia Romagna, un paio di collegi a Roma, in centro, un paio a Napoli e uno a Salerno. Intorno a questi punti di eccellenza una cinquantina di collegi contendibili che si allargano alle Marche, alla Puglia e a tutta la Calabria più una trentina di collegi in cui si è sotto di poco (reversibili). 

Premesso che, se si vuol vincere, non basta acconciarsi a perdere con la garanzia di ottanta-cento posti nel proporzionale ma bisogna avere 147 candidati/e alla Camera e 74 al Senato che lottano davvero per vincere in ogni collegio, è evidente che i nomi nascono da una coalizione nazionale e che certamente Letta ha il dubbio che aggiungere Conte nonostante tutto contraddirebbe le sue precedenti prese di posizione senza garantirgli tutto il possibile dieci per cento attribuito al restante M5S, e che aggiungere Renzi potrebbe anche fargli perdere, forse, più voti di quelli che guadagna accogliendolo e “stando sereno”. E ovviamente il discorso è reversibile, vale anche per Calenda, o per gli elettori di Fratoianni su Renzi e Calenda o di Di Maio sugli ex fratelli-coltelli di M5S. 

Un rebus difficile da risolvere, considerando che c’è un problema anche nel Pd: chi garantisce che donne e giovani portino più voti di un settantenne da rieleggere e dalla reputazione specchiata, stimato in un collegio dove abita, lavora e fa politica da sempre? 

E fin qui il difficile rebus delle candidature e della coalizione visto dal lato della necessità di risultato concreto basato sui numeri e i meccanismi della legge elettorale. 

Ma il dato programmatico e ideologico entra prepotentemente nella questione, come sempre apparentemente di più nel centrosinistra che nel centrodestra, ma in realtà in entrambi gli schieramenti se la questione la si lega al principio del governare, che in definitiva dovrebbe essere da sempre il tema delle elezioni legislative ma purtroppo in Italia non è sempre così. 

Certo, anche qui, bisognerebbe fare i conti col principio di realtà. Come va dicendo in questi giorni Cacciari (ultima l’altro ieri l’intervista al Riformista), l’Agenda Draghi è un argomento che potrebbe benissimo essere sfilato dal dibattito posto che l’ottanta per cento di essa sono cose che l’Italia, qualunque governo abbia, sarebbe obbligata a seguire, seppure con sensibilità diverse. 

Chi può immaginare infatti che un presunto governo Meloni, o comunque di espressione della destra, possa abbandonare un Pnrr da trecento miliardi fino al 2026? Oppure che l’Italia possa far finta di niente e continuare ad approvvigionarsi di gas ancora da Putin al quaranta per cento oppure che esca dall’Alleanza atlantica? Vi risulta che Orbàn faccia di queste cose? Ma non ci pensa lontanamente nemmeno lui… 

Dunque se lo scontro, almeno nominalisticamente parlando, non è sull’Agenda Draghi, quale è il terreno e l’oggetto di queste legislative? Probabilmente, e così potrebbe maggiormente delinearsi in futuro, la vera linea di divisione è sull’“affidabilità” dei responsabili politici di un’agenda della politica certa e “ingessata” per il nostro Paese: sui tempi di reazione, sui tentennamenti, sulle giravolte necessarie. In una parola sugli interpreti di una condizione necessitata che, nel caso di Draghi, è un tutt’uno con la sua storia, mentre per altri è un abito difficile da indossare. 

Anche se abbiamo imparato che almeno all’inizio ci si può provare, vedi Salvini ministro dell’interno, prima di esporsi alla schizofrenia delle proprie abitudini consolidate. 

Paradossalmente lo scontro vero tra i poli principali (vedremo in che formazione assortita nel centrosinistra) è proprio sull’affidabilità e su quel “venti per cento” di Agenda non monopolizzata da Draghi e da lui meno “padroneggiata”, che però non è poca cosa sul piano sociale: la scuola, l’università e la ricerca, il lavoro visto dal basso e non dalla macroeconomia, l’immigrazione come risorsa o come “condanna “ della modernità, le questioni ambientali come opportunità dell’emergenza e non come superfluo. 

Saprà il centrosinistra far tesoro di anni di dibattito improduttivo ma pieno di ipotesi e possibilità? Sapranno le destre non dividersi tra destra di governo e destra di piazza? Nella formazione delle liste, nella composizione delle coalizioni, nella scelta dei nomi dei collegi, molto di questo verrà fuori. 

E se così non sarà il peggiore dei risultati potrebbe essere davvero all’orizzonte, complici anche gli elettori: un’indecisione, un “pareggio” sgradevole per tutti, e in più col rischio che Draghi sia andato definitivamente in vacanza e tocchi pregarlo, ma tanto davvero e senza certezza di resipiscenza, da parte di forze politiche che non hanno saputo sfruttare il suo anno di “supplenza” per fare i conti con se stesse e con le politiche necessarie all’Italia di oggi.

A oggi, sia chiaro, tutto è possibile. Anche che le elezioni ci portino a una ripetizione della partita. Lo rischiammo nel 2018, può tornare a succedere oggi per davvero. 

Immagini della Festa dell’Unità di Villalonga, 31 luglio (da Twitter @EnricoLetta)

Immagine di copertina: Cavalli e fantini tra i canapi al palio di Siena

#LaCorsaAlVoto. Fuori dai canapi! ultima modifica: 2022-08-02T10:53:04+02:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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