Da Taipei a Kabul, il vecchio Joe mostra i muscoli

BENIAMINO NATALE
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Se mettiamo insieme le due grandi notizie internazionali di questi giorni – la visita a Taiwan della presidente del Congresso americano Nancy Pelosi e l’uccisione a Kabul del leader di Al Qaeda Ayman al Zawahiri – il messaggio che gli Usa mandano al mondo è chiaro: ci siamo sempre, e siamo i più forti. Partiamo della visita di Pelosi a Taipei. Farla in questo momento, e con i toni con i quali è stata fatta, indica chiaramente che si tratta di un colpo all’“ambiguità strategica” che caratterizza la posizione americana rispetto a Taiwan, espressa nel Taiwan Relations Act (Tra), una legge approvata nel 1979. Nella legge si afferma l’impegno statunitense a non isolare Taiwan – pur riconoscendo che “appartiene” alla Cina – mentre è lasciata nel vago la possibilità di una risposta militare a un eventuale attacco cinese. Insomma, gli Usa sono pronti a quella risposta militare adombrata con mille precauzioni nel Tra. In altre parole: siamo per lo status quo, ma siamo pronti ad affrontare la Cina se intende cambiarlo con la forza.

Un cambiamento di posizione forse dettato, come alcuni commentatori suggeriscono, da problemi di politica interna – il presidente Joe Biden è debole, troppo vecchio, e il suo Partito Democratico rischia di perdere le “midterm elections” – ma che in ogni caso manda un segnale chiaro a Pechino: non creda il presidente Xi JInping – anche lui pressato dalla vicinanza del Congresso del Partito Comunista, previsto per il prossimo autunno-inverno – di poter giocare la carta di un attacco a Taiwan senza pagare un prezzo molto alto.

Il secondo colpo di nonno Joe è stata l’uccisione di Al Zawahiri, colpito da un tremendo missile RX 9 detto “Hellfire” – che non esplode ma uccide il bersaglio col suo peso (cinquanta chili) e con sei lame d’acciaio che escono un attimo prima dell’impatto – sul balcone della casa che l’ospitava a Kabul. La casa, guarda un po’ tu, appartiene a Sirajuddin Haqqani, capo di fatto del nuovo/vecchio regime dei Taliban.
Haqqaini è il “cocco” dell’Inter Service Intelligence (Isi), i servizi segreti dell’esercito di Islamabad. L’Isi non – ripeto NON – è un “servizio deviato” e ancora meno lo sono “alcuni dei suoi settori” – come dice una pubblicistica internazionale troppo attenta alle versioni ufficiali e troppo poco ai fatti. L’Isi esprime in tutto e per tutto la politica dei comandi militari di Rawalpindi e dei governi civili di Islamabad. Il servizio controlla direttamente o indirettamente tutta la galassia dei jihadisti che ha in Pakistan e in Afghanistan il suo territorio “sicuro”. Sicuro, sì, ma fino a un certo punto: il punto nel quale il Pakistan – o meglio l’esercito pakistano, che controlla il paese qualsiasi sia il governo al potere a Islamabad – deve dare qualcosa agli Usa in cambio del fatto che, col precipitoso ritiro dall’ Afghanistan dell’anno scorso – hanno riconsegnato il paese al Pakistan e ai suoi amici, i Taliban.

Al Zawahiri, dopo aver vissuto per oltre vent’anni nelle aree tribali al confine tra Pakistan e Afghanistan, è “stato trasferito” – certo non poteva decidere da solo una cosa di questa portata – la scorsa primavera nel centro di Kabul, nel quartiere che fu degli occidentali e che si chiama Sherpur (i locali, riferiscono le cronache, lo hanno ribattezzati Choorpur – il quartiere dei ladri). Nel giro di pochi mesi, viene individuato e ucciso dai servizi americani, verosimilmente con qualche aiuto locale. Ricordiamo di sfuggita che nel 2020, mentre erano in corso le trattative che hanno portato al ritiro degli americani, un articolo di Sirajuddin Haqqani è stato pubblicato nientepopodimeno che dal New York Times, in prima pagina. Nel suo “editoriale”, il giovane Haqqani – suo padre era Jalaluddin, un prestigioso capo tribale e uno dei leader della rivolta contro gli occupanti sovietici negli anni ottanta – affermava che i “nuovi Taliban” sarebbero stati moderati e avrebbero addirittura rispettato i diritti delle donne. Questi principi sono poi stati riaffermanti negli accordi di Doha tra Usa e Taliban. Chiaro che questi ultimi non stanno rispettando gli accordi – quelli sui diritti delle donne e quelli in base ai quali non avrebbero consentito a “nemici” degli USA di usare il loro territorio – ma questa non è la cosa principale.

Anche qui, il messaggio lanciato dall’Amministrazione Biden è chiaro: siamo fuori dal pantano afghano ma possisamo colpire i nemici a nostro piacimento, con le “covert operations”. La tanto criticata “fuga” dall’Afghanistan e l’apparentemente incomprensibile riconsegna del paese ai pakistani e ai loro agenti acquistano un senso. La contropartita c’è, ci deve essere, anche se costa la vita a un leader vecchio e isolato come Al Zawahiri.

Da Taipei a Kabul, il vecchio Joe mostra i muscoli ultima modifica: 2022-08-03T19:52:45+02:00 da BENIAMINO NATALE

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