I duecento anni dell’“Incompiuta” di Schubert e del suo mistero

MARIO GAZZERI
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Esattamente due secoli fa (era il 1822), Franz Schubert metteva mano all’ottava delle sue nove sinfonie abbandonandone però la composizione dopo i primi due movimenti. Quella che poi doveva diventare la sinfonia nota a tutti come l’Incompiuta (Unvollendete) sembra segnare una cesura nella struttura del genere musicale che s’impose anche storicamente con Beethoven, e cioè il modello dei quattro movimenti. Modello che costituiva a sua volta una sorta di sviluppo della “forma-sonata”, la classica struttura composta da “esposizione, sviluppo e ripresa” che per lunghi periodi costituì la “trama”, l’“ossatura” della musica classica e che possiamo apprezzare ancor oggi nei concerti per piano e orchestra o per violino e orchestra, quasi immancabilmente in tre movimenti.

Tra i motivi che gli studiosi hanno di volta in volta avanzato come causa dell’interruzione dell’ottava sinfonia, figurano una presunta insoddisfazione dell’autore per quanto fino ad allora scritto sulla partitura o, al contrario, l’impressione di aver espresso già tutto nell’Allegro moderato e nell’Andante con moto e nell’abbozzo di un terzo brano (“Scherzo”, mai portato a termine). Due movimenti che risentono fortemente dell’influsso beethoveniano. Noi propendiamo per altre soluzioni al problema posto dall’Incompiuta. Il primo è di natura personale: proprio allora, infatti, Schubert, timidissimo e con pochi veri amici e quasi nessun amore sebbene molto popolare tra gli appassionati, scoprì di aver contratto la lue da una prostituta. In un’epoca in cui non esistevano ovviamente gli antibiotici, la sifilide doveva rivelarsi tra le cause principali di depressioni e suicidi tra i giovani. Il compositore viennese confidò di sentirsi sopraffatto dalla vergogna e si rinchiuse in casa perché le “macchie” che gli comparivano sul viso tradivano la sua condizione di persona contagiosa e “disprezzabile”.

Franz J. Schubert ritratto da Josef Kriehuber.

C’è anche, a nostro avviso, un altro motivo. L’anno prima, 1821, era morto Napoleone, prigioniero degli inglesi nella sperduta isola atlantica di Sant’Elena. E in quello stesso anno erano avvenuti in buona parte dell’Europa i primi movimenti liberali, sei anni dopo il Congresso di Vienna e la Restaurazione che avvolse in una nube oscura l’intero continente. La Santa Alleanza dettava legge ovunque e la repressione di ogni libertà fu come un contagio dal quale non ci si poteva difendere. In particolare nell’impero austriaco e nella sua capitale Vienna (patria di Schubert) la censura imposta da Klemens von Metternich colpì “ogni forma di espressione, romanzi, saggi, poesie, dipinti, financo la musica per i messaggi che poteva contenere. Ad ogni modo, per Metternich, la musica doveva rappresentare solo un “puro chiacchiericcio”, come ricorda il musicologo Luca Ciammuraghi. Quel “puro chiacchiericcio” che tanti anni fa il nostro direttore e compositore Giuseppe Sinopoli (morto stroncato da un infarto sul podio, mentre a Berlino nel 2001 dirigeva l’Aida) definì in questi termini:

Quello che noi ascoltiamo è immateriale e nel momento in cui lo percepiamo, sparisce per diventare memoria… la musica è il segno più sublime della nostra transitorietà”.

Probabilmente è quello che pensava anche Schubert che doveva morire pochi anni dopo la sua ‘Incompiuta’, a soli 31 anni. Ma la visione claustrofobica dell’Europa che aveva Metternich, combinata al suo irridente giudizio della musica, fanno capire come la restaurazione dei vecchi regimi dopo il 1815 e il 1821 sarebbe stata un’operazione politica alla lunga fallimentare. Fu proprio la musica, infatti, il veicolo che consentì alle nuove generazioni dei paesi europei di potersi capire e quindi di lottare assieme. Era dunque la lingua universale della musica ad unire le nuove generazioni europee divise dalle diverse lingue nazionali. Si cominciò a guardare oltre le “frontiere musicali” e due compositori tedeschi furono tra i primi a tentare di scoprire l’anima degli altri popoli. E così Felix Mendelssohn Bartholdy compose la sinfonia Scozzese e la sinfonia Italiana (con tanto di tarantella!) e il suo concittadino amburghese, Brahms, anni dopo creò le Danze Ungheresi (travolgente l’esecuzione dei Berliner con Abbado), tra le sue più trascinanti opere in cui, peraltro, la musica ungherese viene in parte “alterata” e ‘integrata’ dalla tradizione musicale tzigana. Una musica, questa, che sia nell’impianto armonico che nelle melodie ammaliò anche i francesi Ravel e Bizet che, innamoratisi della Spagna attinsero anche loro a piene mani alla tradizione musicale gitana.

L’Incompiuta di Schubert si pone dunque come uno degli ultimi capolavori del romanticismo musicale austro-tedesco. Poi i confini della musica europea si allargarono grazie anche, in gran misura, all’apporto dei compositori russi ed italiani. Per tornare alla Francia, potremmo dire che Hector Berlioz fu l’ultimo dei romantici e la sua sinfonia “Fantastica” (nel senso di Sinfonia di fantasia) ne è la riprova. Berlioz morì negli anni Sessanta del diciannovesimo secolo proprio quando l’Incompiuta veniva eseguita per la prima volta in una sala da concerti a Vienna. Dopo quegli anni si affacciarono in Francia Erik Satie e soprattutto Claude Debussy. Cominciava l’epoca breve del Simbolismo. Ma questa è tutta un’altra storia.

immagine di copertina: Sinfonia n.8 (incompiuta)

I duecento anni dell’“Incompiuta” di Schubert e del suo mistero ultima modifica: 2022-08-04T16:31:30+02:00 da MARIO GAZZERI

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