La grazia oltre il confine del giudizio

nella poesia di Laura Corraducci
GIANCARLO SISSA
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Il più recente libro di Laura Corraducci conferma l’autrice pesarese, alla sua terza prova in versi, come una delle più convincenti realtà del panorama della poesia italiana d’oggi. Si incontrano qui in modo luminoso la qualità e l’originalità di un percorso nel quale la scrittura in versi è venuta facendosi, con crescente doloroso nitore, ricerca esistenziale con evidenza d’inquieta fede e di spiritualità partecipata, dove partecipata vuole significare solidale, presente a se stessa e al rapporto con l’altro, con gli altri.

Se già in Lux renova, la raccolta d’esordio edita nel 2007, si poneva come legittimo l’interrogativo riguardante la possibile equivalenza fra poesia e preghiera – entrambe esperite nella grande attenzione al disagio e al dolore altrui e alle vicende anche meno lineari e dunque più fragili ed esposte dell’umano (come testimonia fra i molti un testo importante come «A Nicole/ Nel ristorante/ io   te/ il tuo coraggio/ la gente ti fuma addosso il timore/ di guardarti anche solo/ di nascosto// la carta d’identità scintilla/ sotto le unghie/ nel posacenere di creta/spegni/ le illusioni e/ si accendono le/ voglie di donna// mentre usciamo/ prego/ che anche Dio/ la senta tutta/ l’eternità stanca/ del tuo dolore» poiché «Dio non ha mai perdonato/ chi non si è mai perduto») con ancora maggior chiarezza nelle raccolte successive si propongono testi che agiscono la compassione in nome della fede – nel divino non meno che nell’umano – e della fiducia nella gentilezza e dunque verso la grazia – una grazia non conseguibile senza il riconoscimento dell’importanza fondante del “tu” – Dio compreso, o un amico, o un amore – a cui la poetessa si rivolge offrendo e chiedendo attenzione.

Operazione questa nella quale anche la lingua della poesia si espone a un rischio radicale pagando, in modo consapevole, lo scotto della fragilità e della precarietà («Cosa succede in questa mezzanotte?/ Le parole si mangiano le lettere/ rimangono segni sui fogli strani/senza suono/ di inchiostro vivo pulsante/ consonanti vocali masticate poi/ sputate sulle righe/ senza senso/ quale senso?/ Linee blu scorrono bagnate/ a sorte// cannibalismo ortografico/ secca la diagnosi/ di poca memoria/ è chiaro/ ma di muta pena») al limite del mutismo appunto. E non poche sono le ricorrenze e i riferimenti a termini quali parole, sillabe, segni, alfabeto, fonemi («libri e grammatiche sulle lenzuola/ sintassi amore/ verbi irregolari/ Inverno. / Attesa. // Dolore, mele e spicchi di niente», VIA DE GASPERI 1). Ecco, dunque, che la poesia si conferma, in riva al baratro esistenziale delle grammatiche, medium prescelto per la decifrazione – e restituzione – delle cose del mondo secondo un paradigma di consapevole speranza e di esposta vicinanza alle proprie e altrui incertezze e fragilità, vere e proprie zoppie dell’anima delle quali la scrittura in versi non esita a farsi portavoce, come vedremo fra poco e con particolare attenzione anche al corpo, al canto, alla danza.

Dati questi tutti confermati anche nella seconda raccolta di Laura Corraducci, Il canto di Cecilia e altre poesie (2015), dove l’attento prefatore Francesco Napoli registra «la fine delle pretese egemoniche dell’io a favore di un commisurarsi con l’altro da sé, metafisico o materiale”, posizione certo favorevole al concretizzarsi dei lacerti di preghiera che, una volta di più, Lux renova lancia nel futuro e nel presente della poetica di Laura («E che Dio sia sempre/ quell’invisibile ponte/ di vento/ fra la mia povertà e la tua/ fra la mia disarmante paura/ e la rugiada dei tuoi silenzi/ che Egli aliti ogni notte/ sulle imperfezioni delle/ nostre meravigliose essenze/ dipingendoci lo sguardo/ d’infinita tenerezza», MATRIMONIO 9 DICEMBRE 2006, ad Ottavia e Salvatore). Ecco allora che in Santa Cecilia – lo si ricordi, martire e protettrice dei musicisti – la voce si fa canto ineludibile(«fu soprattutto una questione di libertà/ addormentarsi nella fede/ per risvegliarsi alla rivolta/ scegliesti di far cantare tutto il corpo») affinché «l’invisibile ponte di vento», complici sequenze come I nomi rimasti (dove già compare un limpido riferimento a una parola importante come “obbedienza”: «il tuo viso l’ha scolpito l’obbedienza/ ma solo il sangue sa rovesciarti la sete», a Chiara Corbella, una obbedienza che si potrebbe tradurre con “scelta” e sinonimo dunque di disciplinata libertà) e Versi per fari e guardiani (dove «i minuti che galleggiano/nell’olio della lampada», dicono bene quanta pazienza comporti l’accudimento d’una sia pur minima luce) fra le sei che compongono il secondo libro di Corraducci, possa davvero collegare ciò che sappiamo e, forse soprattutto, ciò che non sappiamo del nostro umano procedere.

Ma è dall’ultimo testo della quarta sezione, Nella tasca sinistra, che dobbiamo ripartire per capire meglio dove si posiziona l’io di chi scrive rispetto all’invisibile ponte verso l’altro e alle ipotesi del divino:

La notte del giudizio l’hai cercata
in mezzo al fango le ossa
una ad una hanno aderito alle pareti
con le catene girate a morte
intorno alle caviglie
chissà se hai passato le tue mani
nelle fessure strette della mente
se hai trovato ancora forza
di scrivere per terra con il dito
di aspirare dal di dentro
l’aria spessa del rifiuto
se hai visto cadere la sapienza
dalle tavole imbandite dei maestri
non c’è tempo ora per capire
il tempo è solo dato per restare
mi appoggio di peso alla tua agonia
aspetto che i buoni escano di scena
per strappargli il profumo dai vestiti
e diventare terra che cade dalla roccia

penso in particolare all’interrogarsi dei versi centrali («se hai trovato ancora forza/ di scrivere per terra con il dito”) che mi riportano subito alla mente uno dei passaggi più belli e misteriosi dei Vangeli, vale a dire quello afferente alla pericope dell’adultera (Giovanni 8,1-11) nel quale esplicitamente si legge che, crudamente interpellato da scribi e farisei che gli conducono una donna sorpresa in adulterio per metterlo alla prova in quello che pare un inevitabile giudizio di condanna, Gesù «si chinò e si mise a scrivere col dito per terra» prima di pronunciare la frase – inesorabile sì ma per la folla incattivita e vociante – «Chi di voi è senza peccato , getti per primo la pietra contro di lei» salvo chinarsi di nuovo, subito dopo, e riprendere a scrivere per terra. È questo, si badi bene, fra l’altro, l’unico passaggio in cui si dice che Gesù scrive. Cosa scrive Gesù in questo frangente unico ed esemplare? Perché sulla terra, sulla polvere, dove i passi o una minima brezza saranno sufficienti a cancellare le sue parole, i suoi segni? Non giudicare, certo, restituire dignità all’essere umano minacciato di morte. Ma non solo, poiché forse disinnescare la rabbia della legge richiedeva proprio un gesto di semplicità estrema, quasi effimero e tuttavia cruciale, un gesto misterioso e aereo come la polvere sollevata dai sandali, come la preghiera, come la poesia in fondo.

Ecco, in riva a questa fragile ma luminosa consapevolezza si posiziona l’io che scrive e anche Laura Corraducci al momento di darci Il passo dell’obbedienza, libro quant’altri mai attraversato – e interpretato? – da figure esemplari, storiche, concrete nella loro biografia, nelle loro scelte, nel loro percorrere claudicante gli argini dell’assoluto, si tratti di Etty Hillesum piuttosto che di Tadeusz Pankiewicz (farmacista polacco di Cracovia che scelse di rimanere nel ghetto fino alla fine, portando aiuto e rischiando la propria vita durante le atroci fasi del rastrellamento) o di Danuta Terlikowska (infermiera polacca uccisa a 21 anni ad Auschwitz con un’iniezione di fenolo) o di Gina Galeotti Bianchi (staffetta partigiana uccisa all’ottavo mese di gravidanza) o di Dora, la sposa che seppe attendere dopo la morte, o di Caterina o di Maria Stella Maris, madre di Dio, e altri e altre ancora, non ultimi i poeti citati all’inizio di ogni sezione e di molte poesie (Giorgio Caproni, Ted Hughes, D.H. Lawrence, Robert Burns, Anna Achmatova, i profeti, gli evangelisti, Dante) a testimoniare una volta di più l’inesausto desiderio di dialogo, l’inarresa disponibilità a percorrere assieme un cammino costellato d’incontri d’anima.

E così attraverso le sette densissime sezioni di cui il libro è composto. Attraverso una quantità di riferimenti alla storia, alla cronaca, all’autobiografia che si fanno nuclei tematici forti e accesi del dire di Laura lungo quella che Giancarlo Pontiggia definisce in modo esemplare «una lunga via di imperfezione” (ma come poteva essere diversamente trattandosi dell’umano? trattandosi di poesia? e quanto luminosa però e quanto votata all’esplorazione del limite, del confine (IL CONFINE. ATTO PRIMO e IL CONFINE. ATTO SECONDO sono anche i titoli della prima e della quinta sezione del libro). Complice un uso del linguaggio che si tenta come oggetto di se stesso per meglio farsi dono consapevole («le carte e le parole nascoste nel cappotto», a Gina Galeotti Bianchi, «ti dono allora una lingua di sillabe nuove», a Rolando Rivi) in nome di un possibile riscatto civile, morale e antropologico che consideri ogni parola un gesto, un comportamento.

E per giungere alla sezione ultima intitolata a Juana la Loca (figura storica ed emblematica d’una delle infinite possibilità dell’amore) e ancora oltre, intendo alla straordinaria sequenza Poesie per la Venere senza braccia interamente dedicata «alla danzatrice Simona Atzori nata senza gli arti superiori» e dove leggiamo alcuni dei testi che a me paiono fra i più belli e vivificanti della poesia italiana recente, compreso l’ultimo della raccolta:

quando le sedie rimangono vuote
io vedo questo abito farsi più scuro
e nessuno ricordare più il mio nome
allora sento la vita compiersi ancora
insieme al dolore bagnato di un fiore
nel passo danzante dell’obbedienza

forse perché è nell’obbedienza che il corpo canta la sua meraviglia e passo dopo passo l’umano si rende degno, forse perché è oltre il confine del pregiudizio e del giudizio che ci attende il passo liberato, il passo felice, verso il ponte invisibile, danzando e scrivendo col dito sulla polvere di questo pianeta, verso la Grazia.

Il passo dell’obbedienza
di Laura Corraducci
Moretti&Vitali Editori, 2020
Prezzo: euro 12,00

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La grazia oltre il confine del giudizio ultima modifica: 2022-08-06T23:43:33+02:00 da GIANCARLO SISSA
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