Un’americana a Roma

L’ambasciata degli Usa in Italia non ha ancora un titolare. Potrebbe essere Nancy Pelosi? La voce prende sempre più consistenza a Washington, assumendo una dimensione politica inedita, con l’approssimarsi di una probabile vittoria elettorale della coalizione guidata da Giorgia Meloni.
MARCO MICHIELI
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L’ipotesi che Nancy Pelosi, l’attuale Speaker della Camera dei rappresentanti, possa diventare la prossima ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia diventa sempre più verosimile. Alcuni hanno anche sottolineato che la presenza di Pelosi nei mesi scorsi in Italia e la partecipazione della classe politica e imprenditoriale italiana alla festa dell’ambasciata per il 4 luglio, la festa dell’indipendenza, non siano eventi accidentali.

Anche se probabilmente Pelosi è parte di una rosa di candidati, l’attenzione per la politica democratica è cresciuta in questi mesi, complice l’assenza di decisione del presidente Joe Biden sulla persona che dovrebbe occupare la posizione a Villa Taverna, sede dell’ambasciatore americano a Roma. Un’assenza che interviene in un momento difficile della storia europea, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, e l’azione della propaganda russa in Italia. Dall’insediamento di Biden, infatti, la rappresentanza americana a Roma è garantita da incaricati d’affari.

Per quanto sia raro che uno Speaker della Camera diventi ambasciatore non sarebbe un evento isolato. Tom Foley, il democratico che presiedette la Camera tra il 1989 e il 1995 – quando divenne il secondo Speaker della storia in carica a non essere rieletto – fu ricompensato da Bill Clinton nel 1997 con il posto di ambasciatore in Giappone, dove sostituì l’ex vicepresidente e candidato democratico Walter Mondale, nominato da Clinton nel 1993.

È vero anche che nei mesi scorsi la mancata nomina dell’ambasciatore in Italia era parte di un ritardo generale dell’amministrazione democratica nelle nomine dei posti vacanti, in maniera non dissimile dal suo predecessore, l’ex presidente Donald Trump. Tuttavia, i presidenti precedenti a Trump avevano generalmente riempito un numero maggiore di ambasciatori a questo punto del mandato.

La costituzione americana prevede infatti che le nomine presidenziali per cariche giudiziarie ed esecutive e per gli ambasciatori abbiano effetto solo se confermate dal Senato. E, secondo l’American Foreign Service Association, sono cinquantadue le posizioni per ambasciatori che devono essere ancora ricoperte. Per esempio, tra i nominati in attesa di approvazione vi è Eric Garcetti, il sindaco di Los Angeles e alleato di Biden, che dovrebbe diventare ambasciatore degli Stati Uniti in India, conferma che incontra notevoli problemi.

Per venti di queste posizioni manca invece la nomina che, appunto, spetta al presidente Joe Biden. Tra questi vi sono la Colombia, l’Etiopia, il Rwanda, gli Emirati Arabi Uniti e altri piccoli stati. In Europa, mentre per altri sono in corso le procedure di approvazione al Senato, solo per quattro paesi non è stato individuato un possibile ambasciatore: la Croazia, la Repubblica Ceca, l’Estonia e, come dicevamo, l’Italia.

Da che cosa sono dettati questi ritardi? Essenzialmente l’ostruzionismo. I repubblicani sono riusciti a rallentare notevolmente il processo di approvazione rimandando le nomine a riunioni successive. Anche se il presidente della Commissione esteri può annullare le sospensioni e far passare le nomine dall’intero Senato – cosa che democratici hanno fatto – tuttavia, ogni senatore può chiedere un dibattito di trenta ore su ogni candidato. E sono più di un migliaio le posizioni da ricoprire – non solo gli ambasciatori – che richiedono un voto del Senato.

Il senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, ha per esempio bloccato le nomine degli ambasciatori fino a febbraio per protesta contro la Germania e il gasdotto russo Nord Stream 2. Questo arresto delle procedure ha creato in effetti degli arretrati da smaltire per la Commissione esteri del Senato, a cui si sono aggiunte poi alcune nomine di rilievo che necessitavano di maggiore attenzione rispetto ad altri paesi, come la nomina degli ambasciatori in Ucraina e alla NATO.

Nancy Pelosi, al centro, tra Luigi Di Maio e Thomas Smitham, Villa Taverna, 4 luglio 2022.

Anche se i ritardi possono essere legati alle difficoltà dei democratici a far approvare le proprie nomine in un Senato sempre più polarizzato, non si può escludere che negli ultimi tempi e, in particolare con la crisi di governo che ha portato alle dimissioni di Mario Draghi, la scelta dell’ambasciatore americano in Italia subisca un’accelerazione.

Nei mesi scorsi si era speculato su alcuni nomi di personalità legate a Nancy Pelosi come, ad esempio, Stephen Robert, un ex dirigente di Wall Street. Robert è stato presidente e amministratore delegato della Oppenheimer & Co, rettore della Brown University ed è sposato con Pilar Crespi Robert, che ha lavorato nell’industria della moda italiana ed è figlia del defunto conte Rodolfo Crespi. In febbraio di quest’anno, Axios riportava che la presidente della Camera aveva fatto pressione sulla Casa Bianca per la nomina di Robert, segnalandolo come una priorità politica personale. Robert infatti ha donato oltre 500.000 dollari al Democratic Congressional Campaign Committee e al Comitato di azione politica di Pelosi.

La possibilità che la posizione potesse essere ricoperta dalla presidente della Camera, per quanto non esclusa, era sembrata perdere quota quando Pelosi aveva annunciato la sua intenzione di candidarsi nuovamente alla Camera.

Tuttavia, il fatto che Pelosi si ricandidi nell’ottavo distretto congressuale della California – l’area della liberal San Francisco, dove ha sempre registrato vittorie schiaccianti – non rappresenterebbe un ostacolo alla sua nomina. Nel 2018 infatti Pelosi aveva promesso che questo mandato sarebbe stato l’ultimo da Speaker, dopo aver guidato i democratici alla Camera negli ultimi diciannove anni, di cui sette come presidente della Camera. Una promessa che probabilmente sarà forzatamente rispettata: ai repubblicani bastano cinque seggi per conquistare la maggioranza alla Camera nelle elezioni di midterm di novembre. Ed è molto probabile che li ottengano. Pelosi potrebbe poi dimettersi, una volta eletta. Significherebbe, però, non avere un ambasciatore a Roma prima del prossimo anno. E bisogna considerare i risultati delle elezioni al Senato, dove si rinnova un terzo dei seggi.

Al Senato la vittoria dei repubblicani sembra tuttavia più difficile. Qui, le elezioni di novembre potrebbero non cambiare l’attuale rapporto di forza – 50 senatori democratici e 50 repubblicani, con Kamala Harris che da vicepresidente garantisce la maggioranza “tecnica” ai dem -, una garanzia maggiore rispetto alla possibile nomina di Pelosi. Un Senato a maggioranza repubblicana potrebbe infatti rendere la vita difficile alla procedura di conferma della Speaker come ambasciatrice. Ma i repubblicani potrebbero allungare le procedure, di fronte alla candidatura di una personalità molto invisa alla base elettorale del partito.

L’annuncio della candidatura e la sua certa ri-elezione non dovrebbero quindi essere ostacoli sul percorso che potrebbe portarla in Italia. Se Pelosi non si fosse candidata, avrebbe perso gran parte del suo potere – sarebbe stata un’anatra zoppa, a lame duck -, compromesso la sua abilità nella raccolta di fondi – ha raccolto più di un miliardo di dollari per i democratici negli ultimi due decenni – e aperto la strada alla sua complicata successione nel partito alla Camera.

Secondo il quotidiano on line di San Francisco, Sfgate, Pelosi si sarebbe ricandidata anche per poter scegliere chi le succederà nella circoscrizione elettorale. Una volta eletta si ritirerebbe, secondo il quotidiano on line, e verrebbe indetta un’elezione speciale per il distretto congressuale lasciato libero, elezioni di solito poco partecipate e che mobilitano soprattutto le macchine politico-elettorali dei partiti.

Come ambasciatrice in Italia Nancy Pelosi potrebbe rappresentare più di una spina nel fianco per il governo, se la destra guidata da Giorgia Meloni dovesse vincere le elezioni il 25 settembre. La storia politica dell’ottantaduenne italo-americana – nata a Baltimora Nancy D’Alesandro – è l’antitesi della proposta politica della destra italiana, dai diritti civili all’immigrazione, alla politica estera, con posizioni molto dure nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina.

Proprio sulla Russia, Pelosi potrebbe far sentire la propria voce. La Speaker della Camera ha accusato Putin di attacchi continui alle elezioni degli Stati Uniti e delle democrazie occidentali e ha criticato con durezza le azioni “illegali in Crimea e nel resto dell’Ucraina”.

Punti di vicinanza invece possono trovarsi sulla relazione con la Cina, dopo la recente visita di legacy della Speaker a Taiwan e l’incontro di Meloni con il rappresentante diplomatico di Taiwan in Italia. Pelosi è da sempre una durissima critica delle violazioni dei diritti umani nella Repubblica popolare, sin da quando, come parte di una delegazione del Congresso, srotolò uno striscione in piazza Tiananmen – nel 1991 – provocando uno scontro con la polizia cinese.

Sostenitrice di lunga data del matrimonio egualitario e del diritto all’aborto, Pelosi potrebbe entrare in collisione con alcune posizioni sui temi sociali dell’eventuale maggioranza di destra. Molto cattolica – è esplosa, evento raro, quando un giornalista conservatore l’ha accusata di odiare Trump, “non odio nessuno”, ha risposto, “sono cresciuta in una casa cattolica” – si è scontrata negli Stati Uniti anche con la Chiesa. Il vescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, ha dichiarato che non le permetterà più di ricevere la comunione nella sua arcidiocesi a causa del suo sostegno ai diritti dell’aborto, una sorte simile a quella di Biden. Pelosi, che qualche settimana fa ha incontrato Papa Francesco e ha ricevuto la comunione durante la messa papale nella Basilica di San Pietro, ha criticato la Chiesa cattolica per l’ipocrisia rispetto ai politici che sostengono la pena di morte, nei confronti dei quali non prende provvedimenti.

Tuttavia, per quanto la presenza di un ambasciatrice come Pelosi potrebbe esercitare una forma di vincolo all’azione di un possibile governo di destra – in maniera diversa ma non dissimile dal ruolo che potrebbe svolgere l’Unione europea – la Speaker della Camera è nota per essere una personalità molto pragmatica.

Nelle biografia scritta dalla giornalista Susan Page – “Madam Speaker” -, l’abilità principale di Pelosi è proprio l’uso efficace del potere. Non è una grande oratrice ma sa lavorare molto e con tenacia dietro le quinte, tessendo relazioni ed utilizzando le leve di potere che la carica di Speaker le attribuisce. La sua grande capacità di raccogliere fondi, le ha anche permesso di volta in volta di distribuirli, una delle principali fonti del suo potere al Congresso. È una donna politica che sa quindi usare al meglio le risorse di potere di cui dispone. Magari non con gesti plateali, ma con enorme capacità di persuasione, puntellata da incentivi e disincentivi che da ambasciatrice potrebbe di volta in volta paventare ai propri interlocutori.

Ha lavorato con tre presidenti, l’uno diverso dall’altro. Con George W. Bush, ha svolto un ruolo cruciale nell’approvazione della legislazione finanziaria d’emergenza; con Barack Obama ha realizzato la più grande espansione della copertura sanitaria nel paese da generazioni; con Donald Trump, ha rappresentato la principale opposizione al presidente, avviando due volte la procedura di impeachment contro il presidente repubblicano.

Una personalità politica che sa quindi adattarsi al contesto, una dote necessaria qualora si dovesse trovare a ricoprire il ruolo di ambasciatrice, soprattutto in Italia, e nel contempo molto netta su alcuni principi e valori. D’altra parte, quando decise di candidarsi alla Camera nel 1987, seguendo le orme del padre, il suo slogan era “A Voice That Will Be Heard”, una voce che si farà sentire. E se diventasse ambasciatrice, elezioni di midterm permettendolo, probabilmente farà sentire, a suo modo e in un nuovo ruolo, la propria voce.

Un’americana a Roma ultima modifica: 2022-08-06T18:56:49+02:00 da MARCO MICHIELI

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