#LaCorsaAlVoto. Psicopolitica e fascismo

GUIDO MOLTEDO
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Se la lettura e l’interpretazione dei comportamenti e delle scelte dei leader politici e dei fatti politici che essi determinano sono ormai prevalentemente basati sul fattore umano e su esercizi di analisi psico… Se l’antipatia verso la persona – o la simpatia – svetta definitivamente su ogni altro criterio di giudizio, con un forte connotato di condanna morale… E se questo “metodo” è rivolto specialmente a quelli che sono considerati i bulli e/o gli sfascisti, come Calenda e Renzi…. Senza neppure sapere un’acca di psicoanalisi, e di etica, dovrebbe bastare il comune buon senso a ricordarci che chi non è o non fa il bullo, ma ha modi cortesi e miti, toni bassi, movenze prudenti e prevedibili, è sicuramente più gradevole come essere umano ma non per questo è un politico meno ambizioso, più affidabile, più smart, del tipo renziano o calendiano. Il suo ego non è meno ingombrante solo per le apparenze miti. Le sue mosse non meno cariche di conseguenze.

Ogni politico rappresenta, o pensa di rappresentare, una fetta di elettorato. Ha un partito, una forza politica, non importa se piccolo o grande. Ha con sé dirigenti nazionali e locali che ne seguono la sorte. Se un leader è antipatico, il suo staff e i suoi collaboratori sono etichettati come cerchio magico ma ogni leader ha necessariamente un suo cerchio magico (anche all’epoca dei grandi partiti e ovunque nel mondo), attraverso il quale controlla o tenta di controllare la forza politica che guida, anche aggirando gli organi decisionali o condizionandoli. Un politico, pure il più egoico, in realtà si muove guardandosi continuamente alle spalle, per autodifesa, ma anche per capire se chi lo segue lo segue ancora e non lo molla. Ogni mossa, anche la più spensierata e ardita, va vista in un contesto di fatto collettivo mai unicamente personale, come invece avviene nella rappresentazione sui social, anche da parte di chi dovrebbe conoscere molto bene come funzionano la politica e il potere.

Calenda ha le sue ragioni quando sottolinea che il suo mondo, il suo elettorato, non avrebbe digerito una campagna elettorale in compagnia di Fratoianni e Bonelli e che molti potenziali elettori non l’avrebbero seguito. Ma aveva firmato un’intesa. Per stracciarla solo poche ore dopo. Grave errore. Ma politico. Per il quale pagherà un prezzo, e lo farà pagare a Letta. Ma il suo ego, che c’entra? L’avesse domato, questo suo presunto ego, e avesse rispettato il patto, che valore avrebbe avuto se, a non rispettarlo, fossero poi stati con grande probabilità molti dei suoi elettori?

L’assunto, di molti che oggi l’attaccano, è che il tirarsi via di Azione agevola la vittoria di Meloni &c e rende ancora più debole il fronte antifascista.

Se l’operazione era questa – la costruzione di un muro contro il fascismo – sarebbe stato logico imbarcare tutti, proprio tutti, anche Conte e i 5s, accantonando il tema, ormai secondario di fronte al pericolo fascista, della crisi del governo Draghi e della conseguente esclusione di chi l’ha provocata.

Giocare su due tavoli, un’alleanza politica con Calenda e radicali e una coalizione antifa con Sinistra italiana e Verdi, con il sottotesto di un possibile recupero in extremis anche di Conte e 5s, è stata un’operazione politica molto disinvolta condotta arditamente dal tranquillo manovratore Letta, contraria in ogni evidenza alla legge di gravità della politica.

La questione del fronte antifascista è anch’essa all’origine del pasticcio.
Solo una parte dell’elettorato politicizzato di sinistra considera l’avvento di un governo guidato da Giorgia Meloni come un pericolo “fascista” e un rischio per la Costituzione. Pochi italiani in realtà vedono quello che è evidente a chi ci guarda dall’estero, considerando un governo Meloni alla stregua di un governo che – fossimo tedeschi – sarebbe in continuità con il nazismo. Già, perché Meloni è in linea diretta collegata al fascismo, non è fascista solo “per così dire”. Le sue radici sono nel Ventennio. Non significa che voglia e possa ripetere quel tipo di esperienza, ma è un fatto che molti italiani sono talmente disposti a passarci sopra da volerla a Palazzo Chigi, con tutto il suo bagaglio non metaforico di cimeli fascisti.

Sembra esserci un generale consenso – non solo a destra – nel mettere da parte questo lato molto ingombrante e inquietante della prossima vittoria della destra, davvero senza precedenti (il centrodestra trionfante degli anni Novanta era guidato da Berlusconi, con Fini in posizione subordinata e Bossi che vantava il suo antifascismo). Non solo a destra, è così, perché anche nel centrosinistra il fascismo è stato scarsamente elaborato come esperienza che ha interessato il grosso degli italiani, chi attivamente, chi passivamente, e con la quale in poche famiglie si è discusso davvero con la necessaria franchezza, interrogando genitori e nonni. Si è preferito, in larga maggioranza, glissare sull’argomento, considerando tutto sommato la vicenda italiana all’acqua di rose al confronto con quella tedesca.

La Resistenza e le sue ricorrenze hanno certo grande importanza, tanto che la destra vorrebbe estirparle e, dovesse avere la maggioranza assoluta, ci proverà con durezza. Ma evidentemente il rispetto e il sostegno dei valori della Resistenza avrebbero dovuto rafforzare, non sostituire, il doloroso, necessario processo di comprensione ed elaborazione, innanzitutto dentro le famiglie stesse, dell’esperienza fascista vissuta dalla gran parte delle famiglie italiane. In mancanza di tale elaborazione oggi la maggioranza degli italiani è più che disposta, come fosse cosa normale, a mandare la fascista Giorgia Meloni a palazzo Chigi, e relativamente pochi a considerare la sua vittoria la rivincita del Fascismo.

#LaCorsaAlVoto. Psicopolitica e fascismo ultima modifica: 2022-08-09T17:07:44+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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1 commento

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stefano vicini 10 Agosto 2022 a 7:02

Purtroppo molto di vero c’è in quello che scrivi. Non abbiamo mai fatto riconosciuto come la grande maggioranza degli italiani aderì in modo partecipe al fascismo. E di come quelli che sono i canoni fondativi, violenza, intolleranza, disprezzo delle idee altrui, siano “dentro” gli italiani. Mi ritengo fortunato perchè avendo una nonna che pur essendo antifascista e pur vivendo in un quartiere romano per antonomasia antifascista, San Lorenzo, mi diceva sempre che lei era una delle poche del caseggiato a non andare alle adunate. Dobbiamo riconoscere che il “cuore” fascista piace agli italiani. Così come dovremmo fare i conti con l’idea degli “italiani brava gente” durante la guerra mondiale.

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