America e Taliban, una storia di odio-amore

BENIAMINO NATALE
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In un articolo nel quale lo definisce “l’uomo dei Taliban a Washington”, il giornalista Thomas Joscelyn riassume le critiche che sono state rivolte a Zalmay Khalilzad per l’accordo che ha firmato coi Taliban nel febbraio 2020. Khalilzad, chiamato “Zal” dai suoi colleghi americani, è nato a Mazar-i-Sharif, è cresciuto a Kabul e parla il pashtu. Nel 2004, viene nominato dal presidente George W. Bush ambasciatore a Kabul e poi a Bagdad. Nel 2020 il presidente Donald Trump lo nomina “rappresentante speciale” per l’Afghanistan e gli affida le trattative con la milizia afghana che si svolgevano a Doha, nel Qatar.

“Zal”, ha scritto Joscelyn su The Dispach, “ha cercato di incolpare il presidente afghano Ashraf Ghani per non aver raggiunto un ‘accordo politico’” con i Taliban.

Il giornalista aggiunge che Khalilzad non ha tenuto conto del fatto che i miliziani “non hanno mai nascosto il loro obiettivo politico ultimo”, cioè creare un “Emirato” integralista in Afghanistan, con zero diritti per le donne e la “naturale” accoglienza per i fratelli dell’internazionale islamica del terrore. “Nonostante questo”, Khalilzad ha fatto l’accordo, prosegue il giornalista. Joscelyn l’accusa inoltre di aver affermato che il Dipartimento di Stato avrebbe dovuto “premere più pesantemente” su Ghani per convincerlo ad accordarsi coi suoi rivali.

Tutto vero, tutto condivisibile.

Bisogna però ricordare che i tentativi di accordo con i Taliban sono cominciati molto tempo prima dell’apparizione di “Zal”, che ha avuto un ruolo di rilievo nella politica estera degli Usa solo dopo i massacri dell’11 settembre 2001. Responsabili americani e, secondo Barnett Rubin, un riconosciuto e stimato studioso dell’Afghanistan, “in generale tutti i diplomatici Usa in Pakistan“ hanno corteggiato i miliziani integralisti anche dopo la comparsa sulla scena di Osama bin Laden – l’estremista saudita che ha ideato e organizzato gli attentati del 9/11, e che nel 2011 è stato ucciso in Pakistan dalle forze speciali americane. 

I Taliban compaiono sulla scena nel 1994. Negli anni successivi, l’amministrazione di Bill Clinton lancia un’offensiva per conquistarsi le simpatie della milizia che si sta impadronendo dell’Afghanistan. La missione è affidata a Bill Richardson, un ex-governatore del New Mexico e un amico personale del presidente.

La spinta alla missione di Richardson viene in particolare da Robin Raphael, sottosegretaria di Stato ed esperta dell’Asia Meridionale, che ha profondi legami col Pakistan. Tanto profondi che nel 2014 è sospettata dal Federal Bureau of Investigation (Fbi) di aver ricevuto soldi da Islamabad in cambio del suo appoggio. Il sospetto si ridimensiona poi in quello di aver gestito “con leggerezza” dei documenti segreti e infine viene lasciato cadere mentre lei, nel silenzio generale, è allontanata dal Dipartimento di Stato. 

Taliban nell’area di Swat, Pakistan (da Twitter: Zeeshan Khan @ZK_Lawyer)

Negli anni Novanta, invece, Raphael è la persona più importante nel determinare la politica americana di avvicinamento ai Taliban, nel rispetto dei desideri dell’esercito e del governo di Islamabad. Dopo una serie di viaggi in Afghanistan, Richardson strappa un accordo per il cessate il fuoco ai principali componenti dell’Alleanza del Nord, il fronte anti-Taliban, ma solo chiacchiere dagli studenti islamici. Mentre la sua missione è in corso, sbarca in Afghanistan Osama bin Laden, che dalla sua nuova base nei pressi di Jalalabad organizza gli attentati in Kenya e Tanzania: gli obiettivi sono americani ma le oltre duecento vittime sono in gran parte civili locali. In risposta, Clinton fa bombardare senza grossi risultati i “campi di addestramento” di Al Qaeda in Sudan e nello stesso Afghanistan.

Si apre una crisi nel corteggiamento dei Taliban e comincia il balletto sul consegnare-non consegnare l’estremista saudita agli Usa. I Tailiban promettono, promettono, ma non mantengono. Un balletto che non porta a niente e che durera’ fino al 9/11.

Secondo John Holzman, numero due dell’ambasciata americana a Islamabad nel 1994-97:

Non avere contatti con i Taliban sarebbe un errore perché questa politica li lascerebbe più isolati, e forse più pericolosi, e sicuramente più esposti a coloro che vogliono dirigere verso l’esterno le energie dei Taliban.

È nata una storiella destinata a diventar popolare: quella dei Taliban “moderati” che rischiano di venire radicalizzati dagli “estremisti” arabi di bin Laden. 

Protesta a Pukhtoon contro i Taliban (da Twitter: Muhammad Kamil Afridi @Muhamma83824271)

Alle richieste di estradizione di Osama, i miliziani rispondono, per esempio, con la seguente dichiarazione di Ehsanullah Ehsan, un membro del “consiglio” che dirige i Taliban: “(bin Laden) è stato invitato in Afghanistan dai nemici dei Taliban” ma i Taliban non possono consegnarlo perché questo “sarebbe contrario alla cultura afghana”. E altre baggianate analoghe, il cui succo è sempre lo stesso: i Taliban non amano bin Laden ma “non possono” consegnarlo o almeno espellere per ragioni “culturali”, vale a dire la “tradizionale ospitalita’” dei tribali pashtu. 

I miliziani fanno addirittura una proposta: gli Usa li finanzino per la sostituzione delle colture (cioè per eliminare la produzione di papaveri da oppio) e per le scuole per le ragazze: sono cose che loro, i Taliban, vorrebbero fare, ma non hanno i mezzi. In cambio, cacceranno bin Laden a gli altri arabi. Come nel caso di tutte le altre proposte fatte in questo periodo dalle due parti, non se ne fa niente.

Nei mesi seguenti – secondo lo studioso Michael Rubin (un omonimo di Barnett)- “i Taliban cambiarono strategia: invece di polemizzare su bin Laden, semplicemente cominciarono a dire ai diplomatici americani quello che volevano sentire.

Nel 1999, mentre il balletto prosegue, cinque terroristi musulmani dirottano a Kandahar un aereo indiano e vengono apertamente aiutati dai Taliban, che impediscono ai commando indiani volati sul posto di assaltare l’aereo. È a questo punto che la segretaria di Stato Madeleine Albright, dopo una visita in Afghanistan, dà un alt al corteggiamento dei Taliban definendo “spregevole” il loro regime. 

Ma dura poco. 

Per il Dipartimento di Stato la politica migliore è sempre il “dialogo” con i miliziani islamici – e con i loro protettori di Islamabad. 

Sono stati i goffi tentativi degli Usa di instaurare un dialogo con gli estremisti islamici che hanno fatto nascere una favola molto popolare in Pakistan, quella secondo la quale gli Usa stessi avrebbero creato i Taliban – e “i bin Laden” e li avrebbero poi scaricati ai pakistani.

La verità, al contrario, è che i Taliban sono stati tenuti a battesimo dallo Stato e dall’esercito pakistani e in particolare dal generale Nasirullah Babar, ministro della difesa nel governo di Benazir Bhutto negli anni Novanta. Lo stesso Babar l’ha confermato nella primavera del 2000 in un’intervista con l’autore di questo articolo. Ma sentiamo cosa dice al proposito Barnett Rubin:

…dopo l’elezione di Benazir Bhutto, il generale Babar cominciò a pensare che forse non sarebbe stato possibile avere un governo stabile in Afghanistan ma che (per raggiungere l’Asia centrale e le sue materie prime, a partire dal gas) ci poteva essere una strada alternativa (a quella Peshawar-Jalalabad-Kabul-Mazar i Sharif, alla quale i pakistani avevano pensato fino a quel momento): la Quetta-Kandahar-Herat-Turkmenistan.

Kandahar è la provincia della quale era originario il primo leader dei Taliban, il mullah Omar, deceduto nel 2013, La maggior parte dei Taliban cresciuti nelle madrasas pakistane sono originari del sud. Omar e gli studenti delle madraras sembravano l’ideale per i progetti di Babar che, col sostegno della Unocal (una compagnia petrolifera californiana che successivamente è stata assorbita dalla Chevron), progettava gasdotti che dall’Asia centrale avrebbero raggiunto il Pakistan e da qui il resto del mondo – senza passare né dall’Iran né dalla Russia. La Unocal ha addirittura finanziato il viaggio di una delegazione dei Taliban negli Usa, dove fu ricevuta dal sottosegretario di Stato Karl Inderfurth.

Afferma Barnett Rubin:

Nel 1994, prima che i pakistani si imbarcassero in questa avventura qualcuno, non so chi – l’ Isi,il generale Babar, non so, ebbe una conversazione o numerose conversazioni con l’ambasciata americana a Islamabad. Forse col capo dell’ufficio della Cia, forse con l’ambasciatore, non sono sicuro. Con tutta probabilità ebbero un segnale di approvazione… (l’Inter Service Intelligence o Isi, è il servizio segreto dell’esercito pakistano).

Quanto ai “bin-Laden”, cioè agli estremisti stranieri che andarono in Afghanistan per combattere con i ribelli afghani,

…essi non sono venuti in numeri significativi fino ai tardi anni ottanta, in particolare dopo il ritiro dei sovietici, che è il momento nel quale hanno acquistato importanza. L’operazione, che spesso è considerata un’operazione della Cia, di fatto non era un’operazione solo della Cia; era un’operazione congiunta tra Cia, servizi sauditi e Isi. Anche i cinesi furono coinvolti…

Taliban nell’area di Swat (da Twitter: Gohar Mehsud @tribaljournlist)

Dunque i Taliban (“studenti” in pashtu) nascono con l’approvazione americana, dettata in parte dal “business” della Unocal e in parte dai rapporti tra l’intelligence Usa e i mujaheddin antisovietici, dalle cui fila proviene buona parte degli “studenti islamici”. Si potrebbe, forzando un po’ le cose, dire che americani e afghani condividono l’amore per le armi leggere, come i kalashnilov che sono stati usati con profitto sia dai mujaheddin che dai loro successori, i Taliban. Forzando un altro po’, aggiungiamo che gli uni e gli altri amano il mito dell’uomo semplice, che con la sua Colt o il suo Kalashnikov si batte eroicamente contro i cattivi nemici. Non vanno dimenticati i legami che si stabilirono tra agenti americani e mujaheddin negli anni della “jihad”, la guerra santa, contro i sovietici. 

La politica di “attenzione” ai Taliban fu abbandonata solo dopo il 9/11, quando l’allora dittatore pakistano Pervez Musharraf fu costretto a rinunciare – per un breve periodo – alla politica del piede in due scarpe, quella degli americani (buona per i soldi e le armi) e quella degli estremisti islamici (buona per conquistare l’Afghanistan e per tormentare l’India nel conteso territorio del Kashmir). Musharraf e i suoi successori si sono comprati le simpatie americane consegnando qualche estremista come Khalid Sheik Mohammad, uno degli assassini del giornalista Daniel Pearl e uno degli organizzatori del 9/11, che fu prontamente spedito nel lager di Guantanamo, dove da allora è seppellito.

Poi c’è stata l’occupazione dell’Afghanistan da parte degli Usa stessi e dei loro alleati occidentali, ma la necessità del “dialogo” sia con Islamabad sia con i Taliban è tornata presto di moda. Nel 2009 l’inviato del presidente Barack Obama per l’Afghanistan, Richard Holbrooke, chiamò degli “esperti” nel suo team: tra questi spiccava il nome di Robin Raphael, ancora non sospettata di complicità con Islamabad. 

L’accordo raggiunto a Doha da “Zal” Khalilzad e dai Taliban è ispirato a quella logica: i Taliban e il Pakistan hanno ottenuto tutto e ora hanno il pieno controllo dell’Afghanistan,  gli Usa niente o quasi – se si lasciano da parte gli occhi chiusi sulle “covert operation” come quella nella quale è stato eliminato il terrorista egiziano e fondatore di Al Qaeda Ayman al Zawahiri.

America e Taliban, una storia di odio-amore ultima modifica: 2022-08-10T15:50:17+02:00 da BENIAMINO NATALE

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